Francia. Oggi si decide il destino di Lambert: «Interrompere le cure è omicidio»

Oggi la Corte di Cassazione deciderà se i medici sono autorizzati a far morire Vincent Lambert di fame e di sete. Il commento di un medico specialista in Francia: «Non è in fin di vita, se anche solo un familiare non è d’accordo, bisogna fermarsi»

Oggi la Corte di Cassazione francese deciderà, probabilmente in modo definitivo, il destino di Vincent Lambert. Se annullerà la decisione della Corte d’Appello di Parigi, che il 20 maggio aveva bloccato l’interruzione di idratazione e alimentazione al paziente tetraplegico di 42 anni, i medici dell’ospedale Chu Sébastopol di Reims potranno di nuovo sedare Lambert e aspettare che muoia di fame e di sete. L’1 luglio la madre di Lambert, che si batte dal 2008 perché il figlio possa vivere, interverrà a Ginevra al Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione di ampi stralci dell’articolo pubblicato mercoledì sul Quotidien du Medecin, rivista sanitaria specializzata francese. L’autore è il dottor François Pernot, chirurgo in pensione ed esperto nella cura dei pazienti con traumi cranici.

Il signor Lambert non è in stato vegetativo, ma di minima coscienza, che è diverso perché presenta alcune reazioni emotive. Non abbiamo alcun mezzo tecnico ad oggi per sapere che cosa queste reazioni implicano veramente a riguardo della psiche del paziente.

Al 2019 ci sono in Francia circa 1.500 pazienti nella medesima situazione, ricoverati a casa o in unità specializzate. Il problema attuale nel caso di Vincent Lambert è che la famiglia non è d’accordo sulla condotta da tenere. Questa situazione è eccezionale e senza dubbio non si riprodurrà molto presto.

In effetti, o la famiglia è d’accordo con il medico specialista per il mantenimento in vita e quindi questi pazienti sopravvivono fino a quando non interviene una complicazione (che tutti gli specialisti sono d’accordo a non curare), che di solito è raramente superiore ai 15 anni;

O il medico convince la famiglia che la condizione si può considerare come un accanimento e si mette in pratica la procedura inizialmente prevista per Vincent Lambert in tutta legalità ma dopo una lunga osservazione clinica, discussioni ripetute con la famiglia e una collegialità medica della quale devono fare parte medici scelti al di fuori di quelli che si occupano del paziente;

O ancora la famiglia preferisce che i trattamenti siano mantenuti e se il medico si oppone è eccezionale che lui porti l’interruzione delle cure per le ragioni umane che chiunque può comprendere. Anche perché ci sono molte possibilità di grande qualità per questi pazienti, anche se spesso bisogna attendere a lungo per trovare un posto disponibile. (…)

Questi pazienti soffrono? Moralmente è poco probabile perché per soffrire moralmente c’è bisogno di un grado di coscienza elevata, che senza dubbio questi pazienti non hanno, come corroborato da diversi esami. Soffrono fisicamente? È molto difficile rispondere. (…).

Il personale specializzato e le famiglie diventano capaci a causa del loro coinvolgimento di percepire nettamente quando il paziente o il proprio caro si trova in una situazione non confortevole o al contrario è calmo e in pace. Questi pazienti non sono evidentemente in fin di vita e la legge Léonetti, costruita essenzialmente per questi ultimi, si adatta molto male a questa problematica.

Alcune famiglie e non per forza per ragioni religiose (soprattutto le madri) si attaccano in modo incredibile ai loro figli vulnerabili, in tenera età o in età adulta. Non si tratta affatto di una reazione irragionevole ma è legata alla psicologia dell’attaccamento e su questo non c’è davvero niente da fare né da dire perché si esce veramente dal campo medico: avviare una procedura di fine vita in queste circostanze dà a questi genitori la certezza che si sta assassinando il loro figlio (e la parola non è troppo forte). Bisogna essere davvero molto insensibili per non comprendere questo tipo di reazione.

Quindi, io che non posso essere accusato di voler prolungare una vita in questo genere di situazione – che non auguro né a me né ai miei figli (…) – e forte di una certa esperienza, penso che il medico debba essere liberato da questa supremazia della decisione (…) e che la decisione finale spetti alla famiglia (nella cerchia ristretta di ascendenti e discendenti diretti maggiori e del consorte) e se una sola persona è per mantenere le cure, io penso che bisognerebbe mantenerle. Il ruolo del medico è quello di informare e sempre più precisamente grazie al progresso delle neuroscienze (…).