I grillini vogliono sfrattare i monaci cistercensi dalla Certosa di Pavia, perché la “okkupano” dal 1983

Il santuario è monumento nazionale e la convenzione tra il Demanio e l’Ordine sarebbe scaduta dall’83. Polemico il M5S: alla chiesa serve restauro e biglietto d’ingresso. Ma attaccare i monaci serve a poco

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2014-01-01-Pavia_CertosaPavia, nel silenzio della Certosa cinquecentesca che sorge sulla via che porta a Milano si consuma una battaglia fatta di carte demaniali, convenzioni e restauri. A prendere di mira i monaci cistercensi che abitano il santuario è il Movimento 5 Stelle, che punta il dito contro la convenzione stipulata tra il Demanio dello Stato e l’ordine religioso: è scaduta da troppi anni, ravvisa Iolanda Nanni, consigliera regionale dei grillini. I monaci, dice, sarebbero “abusivi”, non avrebbero alcun permesso di stare nella Certosa che è un monumento Nazionale, e ora che il tempo e il degrado renderebbero necessari interventi di ristrutturazione dello stabile, dalla Nanni e dal senatore pentastellato Luis Orellana arriva la richiesta di vederci chiaro sulla loro presenza: «L’assenza di una formale concessione è legata al timore dei monaci di doversi accollare le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria, pertanto essi risultano occupanti senza un titolo preciso».

LA STORIA DELLA CERTOSA. Da parte loro, però, i monaci ci tengono a mantenere il massimo riserbo, invitando a chiedere le risposte al Demanio. E non potrebbe essere altrimenti per un ordine che della Certosa è ospite, non proprietario. Non sono stati loro il primo ordine a risiedere nel complesso, né tanto meno l’hanno costruito. L’attuale presenza dei cistercensi è figlia dei corsi storici che qui si sono incrociati negli ultimi 150 anni: le prime leggi d’incameramento dei Beni Ecclesiastici del Regno italiano portarono via ai certosini il santuario nel 1880, l’ordine ci tornò, come ospite, dopo i Patti Lateranensi. E quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il monastero rimase vuoto, fu papa Montini nel 1968 a chiedere ai cistercensi di abitare questo luogo sacro, che sarebbe comunque rimasto di proprietà dello Stato: a loro spettava animarlo con le loro preghiere e le loro Messe, tenerlo in ordine e pulito, accogliere i fedeli che vi arrivavano. Le responsabilità della convenzione, scaduta a quanto pare addirittura dall’83, non sono da chiedere ai monaci, bensì al Demanio, al Ministero delle Finanze e a quello dei Beni Culturali: loro hanno sostenuto l’occupazione del luogo da parte dei cistercensi.

METTERE UN BIGLIETTO? Ora si torna a parlare della presenza dei monaci perché le potenzialità turistiche della Certosa potrebbero essere grandi. È un vero capolavoro artistico, e vederlo sempre più degradato è un peccato: le stime però degli interventi non sono leggere, e si attestano attorno ai 30 milioni di euro. Difficile capire chi potrebbe accollarsi una spesa simile in questi tempi. Per cercare di dare un ordine, i grillini chiedono di monitorare il flusso di turisti per ipotizzare un biglietto di ingresso con cui raccogliere quei soldi, oltre a una rendicontazione delle donazioni che i monaci ricevono, o delle vendite di rosari, immaginette e tisane che gli stessi fanno. Ma, anche in tutto ciò, i cistercensi possono fare ben poco: con quel che raccolgono dalle visite guidate, dalle donazioni e dal loro negozio pagano le alte spese di manutenzione ordinaria. Una struttura antica e di quelle dimensioni ha dei costi di riscaldamento ed elettricità non indifferenti: è impensabile recuperare anche i milioni che servono per il restauro. E a chi sostiene la necessità di un biglietto di ingresso, ricordano che la Certosa è prima di tutto un luogo di preghiera, e come tale va preservato. E senza i monaci non ci sarebbero neanche messe e momenti di preghiera. E anche il flusso di turisti, forse, sarebbe minore.

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