I bimbi sperduti di Napoli, sacrificati all’altare della dad

Le Monde pubblica un’inchiesta sulle scuole in Europa in piena pandemia. Nei Quartieri Spagnoli due terzi degli studenti sono abbandonati a loro stessi

“Des enfants ‘perdus’ après un an sans école à Napoli”. Giovedì 4 marzo Le Monde pubblica un bel reportage sulle scuole d’Europa in pandemia con un approfondimento sui bambini persi dopo un anno senza scuola a Napoli. E lo fa chiamandoli nel titolo dell’edizione cartacea, “enfants perduts”, come erano chiamati i reparti sacrificati o sacrificabili in guerra e i bimbi sperduti di Peter Pan. È una chiave perfetta per fotografare il dramma dei bambini più fragili abbandonati e sacrificati al lockdown e la disfatta di chi ha dedicato una vita a salvarli dall’abbandono scolastico. Sono circa sessantamila i napoletani oggi asserragliati nei Quartieri Spagnoli, due chilometri quadrati di vicoli stretti in cui vive il 10 per cento dei bimbi in età scolare di tutta Napoli. 

Non vanno a scuola da un anno, o quasi: dalla ripresa dell’anno scolastico ci sono andati per 16 giorni, festivi esclusi, dal 24 settembre al 15 ottobre. Poi altri 20 giorni, dal 1 al 26 febbraio. Poi il governatore De Luca ha richiuso tutto e non intenderà riaprire finché tutti gli insegnanti non saranno vaccinati. Per capire il significato di questa perdita Le Monde è andato a trovare Rachele Furfaro, la formidabile fondatrice della scuola paritaria impresa sociale “Dalla Parte Dei Bambini” e presidente della Fondazione dei Quartieri Spagnoli Foqus più volte intervistata da Tempi.

«Qui abbiamo perso quasi due terzi degli studenti»

Furfaro, dal 1986 alla guida di un modello di scuola attiva ispirata alle pratiche di Freinet e diventata nel tempo un network di scuole (nidi, infanzia, primaria, secondaria e scuole internazionali) disseminate in quattro quartieri diversi di Napoli, parla delle serrate calate dall’alto dalla Regione come delle «choc terribile, da nessun’altra parte le scuole sono necessarie come qui». Qui, cioè in uno scampolo di Napoli dove prima della pandemia il tasso di abbandono scolastico tra gli 8 e i 14 anni era stimato al 30 per cento. La stessa percentuale che ritroviamo su scala nazionale relativa ai bambini che durante la pandemia non hanno avuto accesso – e non hanno tutt’ora accesso – alla didattica a distanza, ma che lievita in tutta la Campania, «qui, nei Quartieri Spagnoli, siamo sicuramente tra il 50 per cento e i due terzi».

Ancora una volta Furfaro si trova costretta a ribadire l’ovvio, già più volte ribadito all’allora ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina (ricordate i suoi molteplici appelli, caduti nel vuoto? «La soluzione non è tenere chiuse le scuole ma, semmai, tenerle aperte 24 ore su 24 e immaginare come farle funzionare, nel rispetto delle regole dettate dall’emergenza sanitaria», Azzolina non le ha mai risposto), ovvero che l’equipaggiamento digitale non è tutto, a volte manca ma manca soprattutto lo spazio per dedicarsi alla scuola, «con l’isolamento, le persone che lavorano in nero sono costrette a rimanere a casa, non hanno più niente da fare e inoltre non hanno diritto a nessun indennizzo per la perdita del lavoro. Questo sistema presuppone comunque che i genitori siano in grado di sostenere i figli, il che non succede sempre».

Madri minorenni, padri disoccupati e “accendete il pc”

Parlando a Tempi, Furfaro aveva approfondito numeri e portata del disastro a Napoli: Noi con la dad abbiamo perso il contatto con oltre l’80 per cento degli alunni», «tutto è stato ridotto in modo molto semplicistico a una questione di dotazione tecnologica», «evidentemente non sono mai stati a Napoli, nei Quartieri Spagnoli, e io credo nemmeno in tanta parte di periferie o scuole d’Italia frequentate da bambini in situazione di forte disagio sociale»,«tirate le somme oggi sappiamo che due milioni di studenti italiani non sono stati raggiunti dalla didattica a distanza». E lo diceva con tutta la consapevolezza di chi costruisce la scuola in quartieri ad alta densità abitativa, inoccupazione e tassi di abbandono scolastico appunto superiori al 30 per cento:

«Il punto non è possedere gli strumenti perché le assicuro che è più facile che girino smartphone, tablet e consolle nelle famiglie più emarginate che in quelle della media borghesia. Il punto è un altro: nella nostra, come in moltissime altre periferie del paese, vivono intere famiglie in pochi metri quadrati, famiglie spesso in frantumi, poverissime che non hanno la possibilità emotiva, sociale e affettiva di farsi carico dei propri figli in situazioni “normali”, figuriamoci durante una pandemia. Abbiamo mamme tra i 15 e i 18 anni: a loro non serve il tablet quando ci portano i loro bambini, servono adulti che li aiutino, che li assistano nel loro cammino genitoriale. Molti madri e padri qui neanche aiutano i figli ad alzarsi dal letto, non hanno materialmente le forze per dedicarsi a loro, durante il lockdown li hanno lasciati dormire. Per questo ho scritto al ministro: noi con la didattica a distanza abbiamo perso il contatto con oltre l’80 per cento degli alunni, possiamo riaprire in sicurezza, lasciate tornare i ragazzi a scuola a maggio. Nessuna risposta. Eppure mai come in questo momento i luoghi di educazione avrebbero dovuto cambiare pelle, fare davvero educazione. Dire che “la scuola c’è” non significa “accendete il pc”».

«Educare è relazione, non reclusione»

Uniche in tutta Italia, durante l’estate le scuole di Furfaro erano riuscite a riaprire usando gli strumenti offerti dal ministro Elena Bonetti nelle linee guida per l’apertura dei centri estivi. Il 50 per cento dei ragazzi ha lavorato all’interno delle scuole, l’altro 50 per cento all’esterno. Avevano alleggerito le strutture, organizzato il distanziamento, il triage e il rapporto insegnante-bambini: 1 a 5 nell’infanzia, 1 a 7 nella scuola primaria, 1 a 10 in quella secondaria di primo grado, scaglionato gli ingressi e gli orari, ospitando per tutta l’estate oltre 500 ragazzi, «e non abbiamo registrato alcun contagio». A luglio insieme ad architetti e ingegneri avevano programmato il ritorno in piena sicurezza a settembre per tutti i 1.300 bambini e ragazzi dai 2 ai 14 anni, studiato un piano sul modello francese e tedesco per far sì che il 30 per cento degli alunni a rotazione svolgesse sempre attività al di fuori della struttura.

«Chi ha detto che la scuola sono quattro mura? – spiegava Furfaro, che era riuscita a inventarsi la scuola aperta, davvero aperta, rispondendo alla domanda “perché si educa?” con una relazione, non con una reclusione forzata e con una comunità educante, sfidando il quartiere a diventare una comunità educante dove si trovassero spazi nuovi e alternativi. Perché la scuola fosse una responsabilità e opportunità per tutti, non un magazzino di banchi presidiato dai termometri. 

Stoccolma non ha mai chiuso

Poi, a ottobre, la nuova serrata. E i genitori delle scuole davanti al Palazzo della Regione a protestare, l’impegno di Furfaro a portare piuttosto gruppi di piccolissimi ragazzi a turno con un insegnante al museo o in riva al mare. 

Il reportage del Monde tira le somme sulla scuola in Europa dove, secondo l’Unesco, la durata della chiusura delle scuole non ha superato le 10 settimane, mentre è di 38 settimane negli Stati Uniti e 22 nel mondo. «Le scuole saranno l’ultima cosa che chiuderemo e il prima che apriremo» aveva promesso ministro svedese all’educazione e così è stato: offrendo la dad quando necessario alle superiori Stoccolma non ha chiuso materne, elementari, collegi neanche per un solo giorno. In Europa hanno chiuso poco, in Svezia quasi mai, qualcuno lo dica a Draghi e De Luca che invoca l’ennesima zona rossa.

Foto Ansa