«De Luca chiude le scuole e non le palestre. Sarà un boomerang»

Intervista a Rachele Furfaro, fondatrice a Napoli della scuola paritaria impresa sociale “Dalla parte dei bambini”: «I giovani non staranno a casa davanti a uno schermo, ma in strada»

napoli scuola protesta
A Napoli la protesta dei genitori davanti al Palazzo della Regione per la decisione del presidente Vincenzo De Luca di chiudere tutte le scuole

«Capisco che il presidente Vincenzo De Luca debba tutelare la salute dei cittadini, ma chiudere le scuole si rivelerà un boomerang». Ne è convinta Rachele Furfaro, quarant’anni nella scuola, prima come insegnante di ruolo nel pubblico poi fondatrice della scuola paritaria impresa sociale “Dalla Parte Dei Bambini”, dal 1986 modello di scuola attiva ispirata alle pratiche di Freinet e diventata nel tempo un network di scuole (nidi, infanzia, primaria, secondaria e scuole internazionali) disseminate in quattro quartieri diversi di Napoli. La decisione del governatore della Campania di chiudere tutti gli istituti, di ogni ordine e grado, è arrivata come un fulmine a ciel sereno e Furfaro non l’ha mandata giù. Anche perché ha ancora chiaro in mente il bilancio dell’ultimo esperimento con la didattica a distanza: «Noi con la dad abbiamo perso il contatto con oltre l’80 per cento degli alunni», dichiarava a Tempi ad agosto con tutta la consapevolezza di chi costruisce ogni giorno la scuola in «quartieri ad alta densità abitativa, inoccupazione e tassi di abbandono scolastico superiori al 30 per cento». Ora, a poco più di un mese dal ritorno in classe, la doccia fredda: di nuovo tutti davanti agli schermi per due settimane e Furfaro, pur evitando polemiche, non ci sta.

De Luca ha sbagliato?
Il presidente deve garantire l’incolumità dei napoletani e dei campani, lo capisco, ma una misura meno restrittiva che permettesse almeno ai bambini più piccoli di andare a scuola sarebbe stata gradita. Io ricordo sempre che in base alla Costituzione l’istruzione è un diritto e noi così lo stiamo violando.

Ci sarà la didattica a distanza, però.
Durante il lockdown la dad è stata possibile, anche se a fatica, perché i genitori erano a casa con i figli. Ora invece i genitori dovranno andare a lavorare e che fine faranno i bambini e i ragazzi?

Che scenario prevede?
Io mi occupo di scuola a tutto tondo e in certi ambienti, come nei Quartieri spagnoli, i bambini vivranno in strada. E allora questa misura sarà un boomerang. I giovani non se ne staranno a casa, come durante il lockdown, quando era vietato uscire. Oggi che si può i quindicenni e i diciassettenni se ne andranno in giro.

Anche i più grandi?
Non si può fare la didattica a distanza cinque ore al giorno. Come faccio a chiedere a un ragazzo di 15 anni di stare cinque ore davanti al computer? È impossibile. Tra l’altro, ricordo che nel comitato tecnico-scientifico del ministro Azzolina c’è la professoressa Daniela Lucangeli. Bene, lei nel 2019 a un grande convegno invitò tutti gli insegnanti a non fare usare il computer agli alunni o a farlo soltanto in modo molto equilibrato. La dad invece ha sdoganato l’utilizzo del pc per una quantità di tempo intollerabile.

Perché ogni volta, al sorgere delle prime difficoltà, la prima cosa che viene fatta dai governi, nazionale e locali, è chiudere la scuola?
Io non voglio colpevolizzare nessuno. Capisco che la situazione è difficile, però non si possono lasciare aperte le palestre e chiudere le scuole. Qui in Campania è in quelle stesse palestre lasciate aperte che si riverseranno i giovani. Siccome non staranno in casa 24 ore su 24, andranno in qualunque posto, purché sia aperto. In questo paese c’è poca attenzione all’istruzione e la decisione di De Luca conferma il trend. Il futuro dell’Italia si costruisce con la scuola, ma a costruire il futuro non ci pensa nessuno.

Quindi vi siete arresi all’inevitabile?
Ma neanche per idea. Oggi (ieri per chi legge, ndr) i genitori dei nostri ragazzi erano davanti al palazzo della Regione a protestare, con cori e striscioni. E noi faremo tutto il possibile, ovviamente nell’ambito della legge. Pare che l’ultimo Dpcm abbia mantenuto la possibilità di fare attività come quelle inaugurate con i centri estivi. Se fosse così, a piccolissimi gruppi e a turno, potremmo portare i ragazzi con un insegnante al museo o in riva al mare.

Perché?
Perché la cosa più importante per noi è l’aspetto relazionale. Nelle nostre scuole ci muoviamo come una vera comunità e infatti, prima di prendere la decisione finale, abbiamo convocato un collegio straordinario con i rappresentanti dei genitori. Ovviamente per piccoli gruppi, sei per volta. Non lasceremo soli i nostri studenti.

Foto Ansa