Per l’Italia la scuola non è una priorità

Tante belle parole, ma poi si fa la stessa cosa che si fece un anno fa: si chiude tutto e buonanotte (senza provare a fare davvero qualcosa)

Aula di scuola vuota

Siamo in zona rossa, o arancione rinforzato, arancione scuro, rosso sbiadito, chiamatela come volete ma “il concetto quello è”. Va detto che ci si aspettava da questo governo qualcosa di diverso, un po’ più di sangue nelle vene e fegato nel gestire la pandemia. Qualcosa è cambiato – è innegabile –, ma molto è rimasto uguale, innanzitutto, verrebbe da sintetizzare, una certa disposizione di fondo che vede nel lockdown (senza chiamarlo lockdown) l’unica soluzione possibile di fronte al virus. Alla fine, è sempre la scelta più semplice: di fronte ai numeri che segnalano un aumento dei contagi, si chiude. È il vantaggio di prendere una sola decisione, anziché molte. Solo che non è una scelta inevitabile e senza effetti. Al contrario, di conseguenze ne ha molte, e pure non trascurabili.

Chiudere per non fare niente

La scuola, ad esempio. Veniamo da mesi in cui pure noi – che alla questione educativa teniamo molto – ci eravamo un po’ stancati dei ghirigori retorici sulla didattica in presenza e le proteste di studenti trasformati in Greta Thunberg del banchetto. Non si tratta di demonizzare né di santificare la Dad, così come non si tratta di fare i negazionisti o i terroristi del virus a buon mercato. Si tratta di passare dal concetto di “chiudere e non fare niente” a quello “tenere aperto facendo tutto quel che si può”. Da scelta inevitabile a rischio calcolato.

La scuola di Casto

Esempio: a Casto, piccolo comune di 1.700 abitanti nel Bresciano, zona arancione, sono stati mandati i carabinieri in una scuola media perché erano presenti dei bambini che non avrebbero dovuto essere lì. Quindici di loro, in quanto disabili, ne avevano tutto il diritto, ma per una decina “non ve ne era motivo”. E allora perché erano in classe? Per una ragione che nessun Dpcm o ordinanza regionale conosce e cioè il fatto che a casa, per dirla pane al pane, i ragazzi se ne fregavano di seguire le lezioni, sebbene tutti dotati di dispositivi adeguati. La legge, ovviamente, è tutta dalla parte dei carabinieri che, dicono le cronache, hanno fatto solo un richiamo verbale ai genitori (un plauso all’Arma). Ma il problema, al di là della questione legale, resta: la Dad è una scuola in sedicesimo, un rattoppo, e non è solo una questione di avere una connessione internet adeguata.

Il rischio zero non esiste

Chiudere la scuola significa penalizzare gli studenti, i professori e le famiglie. Dopo tanti discorsi, anche del ministro Bianchi, che ora infatti in un’intervista alla Stampa si arrampica sugli specchi, sull’importanza della didattica in presenza, succede quel che successe a marzo scorso: si chiude tutto e buonanotte. Il ministro dice che non si poteva fare altrimenti, visti i numeri, ma poi afferma anche di aver fatto una scelta. Ecco, appunto, non si è in un vicolo cieco, bensì di fronte a una “scelta”, che è risultata, ancora una volta, la più comoda. Invece si sarebbe potuto e si potrebbe fare molto (sui trasporti, ad esempio, o sul coinvolgimento delle comunità presenti sui territori per trovare spazi adeguati per le lezioni) o almeno “qualcosa”, partendo dal presupposto che l’educazione è una priorità e non quid sacrificabile. Invece, da che è iniziata questa pandemia, si è sempre intervenuti pensando che fosse possibile raggiungere un “rischio zero” (risultato impossibile), anziché pensare come mettersi nelle condizioni di correre un rischio accettabile. Evidentemente, al di là di tante belle parole e lagne, per l’Italia l’educazione non è una priorità.

Foto di Ivan Aleksic per Unsplash