Hong Kong. Joshua Wong e altri due attivisti in carcere

È il primo processo di alto profilo da quando è stata imposta da Pechino la legge sulla sicurezza nazionale. L’entità della condanna si saprà il 2 dicembre

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Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam, accusati di aver «incitato e organizzato una assemblea non autorizzata» fuori dalla stazione di polizia di Arsenal Street il 21 giugno scorso, sono stati portati in carcere a Hong Kong in attesa del verdetto definitivo che verrà emesso il 2 dicembre. Gli attivisti democratici si sono dichiarati colpevoli stamattina davanti ai giudici, scrive il New York Times. Wong si è invece dichiarato innocente per quanto riguarda la seconda accusa, di aver preso parte cioè a una assemblea non autorizzata. Rischiano fino a cinque anni di carcere.

«NESSUNA RIVOLTA, SOLO TIRANNIA»

Il 21 giugno, nell’ambito delle manifestazioni contro la legge sull’estradizione, migliaia di persone si erano riunite legalmente fuori dalla stazione di polizia per protestare contro l’uso sproporzionato della violenza da parte degli agenti. In quell’occasione, ricorda Hong Kong Free Press, la folla gridò slogan come «rilasciate i martiri», in riferimento alle centinaia di persone arrestate, mentre altri hanno lanciato uova contro la sede e sfregiato i muri con alcuni graffiti. Wong prese anche il microfono, contestando il modo in cui il governo aveva definito le manifestazioni legittime («Rivolte»), intonando lo slogan: «Nessuna rivolta, solo tirannia».

Lam e Wong si erano inizialmente dichiarati innocenti, ma domenica hanno cambiato la loro linea difensiva al processo «dopo aver letto le carte». Il 24enne, che era già stato incarcerato diversi mesi negli anni scorsi per il suo attivismo democratico, ha dichiarato ai media prima dell’udienza: «Forse le autorità vogliono che io passi il resto della mia vita in prigione, una condanna dopo l’altra. Ma io sono persuaso che né le sbarre della prigione, né il divieto impostomi di candidarmi alle elezioni, né qualsiasi altra decisione arbitraria possa impedire il nostro attivismo». «Se verrò condannata sarà la mia prova volta in prigione», ha dichiarato invece Chow su Facebook. «Anche se mi sono preparata mentalmente a questa possibilità, sono ancora un po’ spaventata».

IL PRIMO DI UNA LUNGA SERIE DI PROCESSI

Quello che si è consumato stamattina, e che terminerà il 2 dicembre, è il primo processo di alto profilo (di una lunga serie) contro figure importanti del movimento democratico che si verifica a Hong Kong da quando è stata imposta da Pechino la legge sulla sicurezza nazionale. La legge, che in pochi mesi ha cancellato i diritti civili della popolazione spingendo anche tutti i parlamentari democratici a dimettersi dal Consiglio legislativo, non è retroattiva e dunque non riguarda i crimini commessi dal trio, che facevano parte del partito Demosisto (ora smantellato). Per questo i tre attivisti non rischiano l’ergastolo, previsto invece dalla nuova norma.

Come dichiarato a tempi.it da Wu Chi-wai, presidente dal 2016 del Partito democratico di Hong Kong, «Il modello “Un paese, due sistemi” ormai è morto. Per continuare la nostra battaglia per la democrazia dobbiamo guardare ai paesi dell’Europa dell’est che hanno conosciuto la dittatura sovietica».

@LeoneGrotti

Foto Ansa