Havel è un eroe, Carney no

Di Rodolfo Casadei
23 Gennaio 2026
Il discorso del premier canadese a Davos è stato ad alto impatto emotivo, ma è truffaldino. Ottawa non si avvicina alle altre medie potenze, ma adotta la vecchia politica dei due forni, attaccando Washington e avvicinandosi a Pechino per strappare condizioni migliori agli Usa
Il premier canadese Mark Carney incontra a Pechino Xi Jinping per concludere accordi strategici con la Cina
Il premier canadese Mark Carney incontra a Pechino Xi Jinping per concludere accordi strategici con la Cina (foto Ansa)

Mark Carney, primo ministro canadese, ha ragione quando denuncia l’ipocrisia dell’Occidente che per tanti anni ha reso omaggio al diritto internazionale come il fruttivendolo di Václav Havel che a Praga esponeva in vetrina il cartello con la scritta “Proletari di tutto il mondo unitevi”: entrambi sapevano che si trattava di una finzione ed entrambi lo facevano per amor di quieto vivere e per un tornaconto nell’immediato.

Ha torto quando propone una coalizione delle medie potenze come risposta all’arroganza delle superpotenze che hanno deciso di rinunciare persino alla finzione. Sulla prima questione abbiamo già snocciolato tante volte il kyrie eleison delle infrazioni del diritto internazionale – da parte di paesi liberaldemocratici, comunisti, islamisti, terzomondiali – che per decenni hanno preceduto i recenti exploit di Vladimir Putin e di Donald Trump, perciò non ci torniamo. Sul perché l’alleanza delle medie potenze non sia la soluzione della crisi attuale vale la pena approfondire.

Il vero problema delle potenze medie

Con poche eccezioni – le tre principali sono l’Ucraina, Taiwan e la Groenlandia – il problema prioritario delle medie potenze non è la politica delle superpotenze, ma sono i conflitti di interesse con altre medie potenze, quelle che confinano con loro o che appartengono alla stessa regione. Trump, come è noto, si vanta di aver mediato armistizi e accordi di pace che avrebbero messo fine a otto guerre.

Il discusso elenco comprenderebbe il conflitto fra Armenia e Azerbaigian, quello fra Thailandia e Cambogia, quello fra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, quello fra India e Pakistan, quello fra Serbia e Kosovo, quello fra Egitto ed Etiopia e quello fra Israele e i palestinesi di Gaza. Come è facile notare, si tratta di conflitti fra medie potenze o fra medie potenze e potenze medio-piccole o piccole. Che nascono da questioni molto serie.

Il regime delle acque del Nilo che la grande diga costruita in Etiopia potrebbe modificare radicalmente, il controllo delle immense ricchezze minerarie del Kivu, lontano 2.500 chilometri di piste dalla capitale congolese Kinshasa e vicino 150 chilometri di strade in parte asfaltate alla capitale ruandese Kigali, il destino del Nagorno-Karabakh e degli armeni che lo hanno abitato ininterrottamente per duemila anni, la contesa per il Kashmir fra indiani e pakistani che va avanti dal 1947 sono questioni esistenziali per i paesi coinvolti, che guardano all’invasione russa dell’Ucraina, alla pretesa sottomissione di Taiwan al governo di Pechino e alle mene di Donald Trump intorno alla Groenlandia e alla cattura per suo ordine di Nicolás Maduro come a cose che li riguardano molto poco.

Il presidente americano Donald Trump interviene a Davos
Il presidente americano Donald Trump interviene a Davos (foto Ansa)

L’esempio dell’Unione Europea

Davvero sarebbero pericolosi precedenti che strappano la tela del diritto internazionale e prefigurano un far west nei rapporti fra gli Stati? E invece che cos’erano il fallito attentato a Mubarak ad Addis Abeba nel 1995 organizzato da jihadisti egiziani che facevano base in Sudan, l’abbattimento dell’aereo coi presidenti del Ruanda e del Burundi sopra il cielo di Kigali il 7 aprile 1994, le decine di attacchi terroristici nel Kashmir indiano e nell’India metropolitana per opera di terroristi che godevano di protezioni ad alto livello in Pakistan, come il massacro di Mumbai del 2005 opera di Lashkar-e-Taiba che fece 175 morti?

Il discorso non vale solo per le aree extraeuropee o extraoccidentali. Il Parlamento europeo ha appena bocciato con 334 voti contro 324 il trattato di libero scambio fra Unione Europea e paesi latinoamericani del Mercosur. Due settimane prima il Consiglio europeo aveva approvato l’accordo col voto contrario di Austria, Francia, Irlanda, Polonia e Ungheria, e l’astensione del Belgio. L’esistenza e il funzionamento dell’Unione Europea sono il caso più lampante che le medie potenze di una regione hanno bisogno di una cassa di compensazione e di meccanismi di conciliazione e gestione dei diversi interessi di cui sono portatrici per evitare collisioni esplosive di interessi nazionali obiettivamente diversi.

E non sempre riescono nell’intento. I loro interessi sono diversi anche nel caso dei rapporti con le superpotenze: per la Polonia e gli Stati baltici è strategico alimentare una stretta alleanza politico-militare con gli Stati Uniti per tenere a distanza la percepita minaccia rappresentata dalla Russia, per la Francia è più importante tutelare la propria autonomia dagli Stati Uniti e creare le condizioni per un riavvicinamento a Mosca.

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Carney stesso conduce una politica internazionale diversa da quella che ha perorato a Davos: «Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, Asean, Thailandia, Filippine e Mercosur», ha candidamente ammesso. Con la Thailandia, le Filippine e l’Argentina il Canada negozia accordi di libero scambio, con la Cina conclude un partenariato strategico. Honi soit qui mal y pense…

Raramente le potenze medie sono realisticamente in grado di fare blocco per far cambiare idea a una superpotenza. Se sia stata l’unanime reazione europea o pressioni di origine americana (finanziarie, partitiche, sondaggistiche) a spingere Trump ad ammorbidire la propria linea sulla Groenlandia resta da verificare. La via maestra che da sempre le potenze medie battono per esercitare un condizionamento sulla superpotenza di turno è un’altra: è la politica dei due forni, è la politica di far ingelosire il proprio tutore facendo l’occhiolino al suo rivale.

Non si tratta di esempi raccomandabili, ma sono tanti i regimi africani che si sono tenuti in sella mettendosi all’asta fra sovietici e americani ai tempi della Guerra fredda. Tempi nei quali l’Italia stessa lucrava sostegno e otteneva comprensione da parte degli Stati Uniti d’America evocando il pericolo di uno scivolamento del paese verso la sfera d’influenza sovietica attraverso un successo elettorale del Partito comunista.

Ma queste cose Carney le sa benissimo: in un battibaleno Ottawa è passata dalla guerra commerciale con la Cina, fatta di dazi antidumping sulle merci cinesi, alla riduzione delle tariffe sulle auto elettriche di Pechino, mentre quest’ultima ha ridotto quelle sulle agroesportazioni canadesi. Le sanno anche quelli che a Davos applaudivano con fervore il suo discorso. Le sanno meno bene quelli che entusiasti postano sui social il suo discorso tradotto in un italiano claudicante, convinti che da ieri il sole dell’umanità sorga da nord-ovest.

@RodolfoCasadei

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