Giù le mani da “It’s coming home”, dannati storpiatori

Di Emmanuele Michela
14 Luglio 2021
Altro che trionfalistico, l'inno degli inglesi agli Europei ĆØ un cantico di dolore e speranza, sconfitte in campo e fiducia sugli spalti. E prima di motteggiarlo dovreste conoscerlo
Tifosi inglesi a Wembley per la finale degli Europei

ƈ un inno all’essenza del tifo, It’s coming home, e forse conoscere testo e storia di questa canzone darebbe un po’ più merito al suo ritornello, che tanto viene motteggiato (Ā«It’s coming Rome»…) in questi giorni su social e giornali a seguito del successo dell’Italia sull’Inghilterra nella finale degli Europei.

E sebbene sia diventato un semplice inno ripetuto quasi alla nausea dai tifosi dei Three Lions durante questo mese di partite, il messaggio che manda ĆØ tutt’altro che trionfalistico e celebrativo, ma anzi tanto triste da essere bello, nostalgico dei successi di un tempo eppure carico di promesse, quelle con cui ogni tifoso (e ogni uomo!) può guardare al suo domani calcistico.

https://www.youtube.com/watch?v=RJqimlFcJsM

Il cantico delle frane sportive

Ā«It’s coming homeĀ» ĆØ nata nel ’96, quando il calcio ā€œtornava a casaā€ perchĆ© l’Inghilterra riotteneva l’organizzazione di una grande competizione dopo il successo nel Mondiale casalingo del ’66. In mezzo, trent’anni di frane sportive e pessime figure. Per l’occasione la Football Association commissionò la canzone a Ian Broudie (voce dei Lightning Seeds) e a due comici (David Baddiel e Frank Skinner, che in tv avevano un programma sul calcio), che inventarono una canzone volutamente dai toni malinconici:

Ā«Everyone seems to know the score / They’ve seen it all before / They just know / They’re so sure / That England’s gonna throw it away / Gonna blow it awayĀ» (Ā«Tutti sembrano giĆ  conoscere il risultato / giĆ  lo hanno visto in passato / GiĆ  lo sanno / ne sono cosƬ sicuri / che l’Inghilterra butterĆ  via l’occasione / la spazzerĆ  viaĀ»).

 

«Lo canteranno solo i tifosi»

Eppure, dice la canzone, Ā«Thirty years of hurt / never stopped me dreamingĀ» (Ā«trent’anni di dolore / non mi hanno mai impedito di sognareĀ»), e i grandi momenti del passato – si parla ad esempio del Mondiale del ’66, o del quarto posto a Italia ’90 – sono lƬ a dimostrarlo e a infiammare anche la più utopica fiducia nel futuro.Ā 

ƈ, insomma, l’essenza del tifo e della vita, aspettare quando i risultati si faranno più propizi, mandare giù le delusioni e cercare al fondo di esse un po’ di speranza. Quando questa canzone fu composta, la FA propose agli autori di avere qualche calciatore della nazionale a cantarla, ma Broudie rifiutò, perchĆ©, diceva, doveva essere un inno solo dei tifosi Ā«che, per il 90 per cento delle volte, significa perdere. Gran parte dell’essere tifosi di calcio ĆØ delusioneĀ».

Europei e la speranza dei 78 mila

Mentre David Baddiel, anche lui autore del testo, ricorda che la canzone gioca su qualcosa di magico, ovvero Ā«sul presumere che perderemo, ragionevolmente, basato sull’esperienza, ma anche sulla speranza che invece ciò non succederĆ Ā», basata su una storia intessuta di delusioni e sconfitte, ma pure di Ā«quei frammenti di gloria del calcio inglese che, al di sopra e al di lĆ  della propria razionalitĆ , ti danno speranzaĀ».

Per questo, diceva Baddiel al Guardian, sentirla cantare a tutta Wembley ĆØ straordinario: «È una canzone ottimista, ma conserva in tutto qualcosa di malinconico e fragile. La prima volta che l’ho sentita cantare da 78.000 persone ho potuto sentire anche questo: il dolore e la speranza, oltre che la gioiaĀ».

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