Euro. Se lo conosci lo eviti, se ce l’hai ti uccide

Se lo dicono Claudio Borghi, Paolo Savona e Marine Le Pen forse non ci credereste. Ma se ve lo facessimo ripetere chiaro e tondo da otto premi Nobel per l’economia?

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Articolo tratto dal numero di Tempi di luglio (vai alla pagina degli abbonamenti) – Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini, economisti di punta della Lega, non dicono balle: i più grandi economisti del mondo biasimano l’euro come una moneta profondamente sbagliata. Fior di premi Nobel per l’economia hanno espresso il loro dissenso nei confronti della valuta comune di 19 paesi dell’Unione Europea: Paul Krugman, Milton Friedman, Joseph Stiglitz, Amartya Sen, James Mirrlees, Christopher Pissarides, Christopher Sims. Da ultimo Oliver Hart, che all’indomani dell’assegnazione del premio nel dicembre 2016 dichiarò: «L’euro è stato un errore (…) non sarei affatto triste se in futuro l’Europa si liberasse dell’euro».
Tanti e di tante opinioni sono gli economisti al mondo, che non è per niente difficile trovarne 150 euroentusiasti oppure 150 euroscettici. Appelli e liste in passato si sono sprecati. Elencare però senza tema di smentita otto premi Nobel che in momenti diversi hanno definito l’euro un errore, o un progetto fallimentare, o una bella idea realizzata nel modo sbagliato, o un progetto ambizioso che non si è dato gli strumenti necessari per riuscire, è qualcosa che fa la differenza in una discussione.
Non bisogna tuttavia allargarsi troppo. Se dagli scuotimenti di capo di 8 premi Nobel per l’economia di fronte alla stralunata architettura dell’euro si pretende di far discendere l’opportunità che un paese – l’Italia, o la Grecia, o la Francia – abbandoni la valuta unica, allora si passa dalla parte del torto. Infatti gli otto nomi sopra citati li si ritrova fra le firme della lettera con la quale 25 economisti internazionali alla vigilia delle presidenziali francesi dell’anno scorso prendevano le distanze dal programma di Marine Le Pen, che nel corso della campagna elettorale aveva citato le loro critiche all’euro e ai meccanismi di gestione finanziaria ed economica dell’Unione Europea a conforto delle proprie tesi euroscettiche. In quella lettera a proposito dell’euro si leggeva: «C’è una grande differenza fra la scelta previa di non aderire all’euro e quella di uscirne dopo averlo adottato». Che è come dire che quando il dentifricio è uscito dal tubetto, candidarsi a rimettercelo dentro è promessa irrealizzabile e antieconomica.
Il padre del neoliberismo
Che però l’euro sia pasta dentifricia uscita maldestramente dal contenitore – cioè danno al quale non si può porre più riparo – è verità che i grandi economisti hanno cercato di spiegare prima e durante l’esperimento. Uno che ha cercato di spiegarla prima è Milton Friedman, da molti considerato il padre del neoliberismo, premio Nobel nel 1976. Scriveva nel 1998, alla vigilia dell’introduzione della valuta:

«La spinta per l’euro è stata motivata dalla politica, non dall’economia. Lo scopo è stato quello di unire la Germania e la Francia così strettamente da rendere una possibile guerra europea impossibile, e di allestire il palco per i federali Stati Uniti d’Europa. Io credo che l’adozione dell’euro avrà l’effetto opposto. Esacerberà le tensioni politiche convertendo shock divergenti che si sarebbero potuti prontamente contenere con aggiustamenti del tasso di cambio in problemi politici di divisioni. Un’unità politica può aprire la strada per un’unità monetaria. Un’unità monetaria imposta sotto condizioni sfavorevoli si dimostrerà una barriera per il raggiungimento dell’unità politica».

Altre parole profetiche le consegnò a un’intervista al Corriere della Sera:

«Non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi paesi perché l’euro sia un successo. Se l’Europa sarà fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, (…) allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo. Altrimenti sarà una fonte di guai. (…) Finora, le economie, come quella italiana, avevano una serie di libertà, fino a quella di lasciar muovere il tasso di cambio della moneta. Ora, non avranno più quell’opzione. L’unica opzione che resta è quella di fare pressione sull’Unione Europea a Bruxelles perché fornisca assistenza di bilancio e sulla Banca centrale europea a Francoforte perché faccia una politica monetaria favorevole».

E alla domanda se la Bce sarebbe stata capace di controllare la massa monetaria dell’eurozona, cioè l’inflazione, rispose:

«No, non c’è dubbio, non possono partire con un obiettivo monetario in un’area così ampia e non conosciuta. Si daranno un target di inflazione e per di più non esplicito: non stabiliranno un meccanismo automatico ma manterranno una grande discrezionalità di scelte».

Infatti la Bce, pur dandosi l’obiettivo di un’inflazione attorno al 2 per cento, non è stata in grado di farlo rispettare agli stati dell’eurozona: la Germania negli anni a cavallo della nascita dell’euro praticò la politica dell’inflazione zero, che consolidò il suo vantaggio sulle altre economie.
Il preferito dai no global
Attraversiamo tutto lo spettro politico è arriviamo al neokeynesiano di sinistra Joseph Stiglitz, premio Nobel nel 2001, che due anni fa ha scritto il libro The Euro. How a Common Currency Threatens the Future of Europe (“L’euro. Come una valuta comune minaccia il futuro dell’Europa”). «L’esperimento della moneta unica è stato un disastro politico ed economico», esordisce il Nobel per l’economia più amato dai no global. Ad esso Stiglitz attribuisce il fatto che dopo la crisi finanziaria del 2008 la Germania sta andando relativamente bene mentre nel resto dell’eurozona i redditi pro capite sono ancora inferiori a quelli di dieci anni fa e in Francia, Spagna e Italia la disoccupazione giovanile tocca livelli stratosferici. «Difettosa alla nascita», scrive, «la struttura dell’euro è la colpevole della scadente performance economica dell’Europa, delle sue successive crisi e della crescente diseguaglianza». Essa avrebbe «legato insieme» paesi con background economici e sociali profondamente diversi, privandoli della vitale possibilità di agire sui loro tassi di cambio e di interesse.
Negli Stati Uniti, al contrario, il dollaro funziona come valuta di 50 stati economicamente diversificati perché esistono «importanti meccanismi di aggiustamento», come i trasferimenti fiscali fra stati. L’euro, invece, «è stato creato in un modo che ha gettato i semi della sua propria distruzione». In particolare l’attuale struttura impedisce a piccoli paesi come Grecia e Portogallo di prosperare a causa dell’impostazione neoliberista imposta da Bruxelles e da Berlino, la quale incolpa dei loro problemi le vittime. Ma se si vuole salvare la moneta unica bisogna «completare l’incompleto progetto dell’euro», cosa che richiede «più Europa». Richiede cioè una vera unione bancaria, nella quale ogni paese garantisce i depositi bancari degli altri, e grandi trasferimenti fiscali all’interno dell’eurozona: anatemi per Berlino. In mancanza di ciò, l’alternativa sarebbe un «euro flessibile», con tassi di cambio differenti per il gruppo di paesi dell’area germanica e per quello dei paesi mediterranei, o la completa eliminazione della valuta con un «divorzio amichevole». Per Stiglitz «l’Europa può dover abbandonare l’euro per salvare il progetto europeo».
La fissazione di Krugman
A suggerire all’Italia di abbandonare l’euro è stato qualche anno fa un altro Nobel per l’economia: destò clamore il discorso fatto da James Mirrlees, premiato dall’Accademia reale delle scienze svedese nel 1996, alla Cà Foscari di Venezia nel dicembre 2013:

«Guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso. L’uscita dall’euro non risolverebbe in automatico i problemi dell’Italia, visto che rimarrebbero le questioni derivanti dalle politiche adottate dalla Germania. Ma finché l’Italia resterà nell’euro non potrà espandere la massa di moneta in circolazione o svalutare: ecco perché s’impone la necessità di decidere se rimanere o meno nella moneta unica, questione non facile da dirimere, perché la gente toglierà il denaro dai conti in banca prima che questo accada. Probabilmente dovreste sostenere il costo di un’eventuale uscita, come avvenuto in Gran Bretagna (che in realtà non ha aderito, ndr), ma dovete essere pronti a pagare questo prezzo (…); per la Gran Bretagna è valsa la pena, perché poi ha avuto un andamento economico soddisfacente. (…) Se l’Italia dovesse uscire dall’euro alcuni grossi problemi continuerebbero ad esistere, perché la Germania continua a mantenere i livelli dei prezzi troppo bassi. E, se la Germania continuerà questo atteggiamento, cosa che non intende cambiare, anche per l’Italia continuerebbero le difficoltà di oggi».

Altro economista-star noto come fustigatore dell’euro è il liberal e commentatore del New York Times Paul Krugman. Praticamente si possono collezionare sue dichiarazioni di biasimo e sue previsioni di imminente crollo dell’euro per ogni anno dal 1997 fino all’anno scorso. Nel ’98 scriveva: «L’unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per mantenere contenta la Germania, per offrire quella severa disciplina antinflazionistica che tutti sanno essere sempre stata desiderata dalla Germania, e che la Germania sempre vorrà in futuro». Nel ’99 diceva: «Adottando l’euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica». Nel 2011: «La triste verità è che il sistema euro sembra sempre più votato al fallimento. E una verità ancora più triste è che, visto come il sistema si comporta, l’Europa andrebbe meglio certamente se crollasse oggi anziché domani».
L’anno scorso, di fronte alla minaccia di una presidenza Le Pen in Francia, come gli altri euro-critici ha fatto propria la filosofia del dentifricio uscito dal tubetto:

«Vi è una grande differenza tra la scelta di non aderire (all’euro, ndr) dall’inizio e lasciarlo una volta entrati. I costi dell’uscita dall’euro e del ripristino di una moneta nazionale sarebbero enormi: una massiccia fuga di capitali potrebbe causare una crisi bancaria, si dovrebbero imporre i controlli sui capitali e la chiusura delle banche, il problema di ridenominare i contratti creerebbe una palude legale, le imprese si bloccherebbero in un lungo periodo transitorio di confusione e incertezza».

Quanto sin qui illustrato dovrebbe fare intendere quanto strumentali, ingenerose e pregiudiziali siano state le scomuniche all’incontro di Paolo Savona: in questi anni l’attuale ministro per gli Affari europei, due volte presidente del Fondo interbancario per la tutela dei depositi e più volte consigliere di amministrazione di banche e grandi imprese, non ha fatto altro che dire con accenti suoi quello che sull’euro i premi Nobel per l’economia dicevano. E anche lui, come loro, è lentamente passato dall’illusione che dall’euro si potesse uscire all’amaro realismo di chi sa che tale via di uscita è nella pratica preclusa. Quel che si può fare è agitarsi, minacciare, manovrare e negoziare nella speranza di ammorbidire i tedeschi. Ben sapendo che se continuerà a prevalere la linea di Angela Merkel e Wolfgang Schaüble un giorno l’edificio crollerà su se stesso.
Dal Guardian al Financial Times
Ha colto molto bene il dilemma italiano Larry Elliott sulle pagine del quotidiano britannico filo-laburista Guardian:

«Il nuovo governo italiano si trova nella stessa posizione di tutti gli altri governi che il paese ha avuto negli ultimi due decenni: l’appartenenza alla moneta unica è una maledizione, ma il tentativo di abbandonare l’euro sarebbe ancora peggio. (…) Ma anche se l’Italia lascia perdere l’obiettivo dell’indipendenza monetaria, il nuovo governo ha comunque dei piani fiscali e di spesa che rappresentano una sfida per il modo in cui l’eurozona è stata gestita fino ad ora. Questi includono un nuovo reddito di cittadinanza, pensioni più generose e tasse più basse. Le stime suggeriscono che queste misure costeranno intorno ai 60 miliardi di euro all’anno – circa il 3,5 per cento del Pil dell’Italia. Ciò farebbe saltare le regole fiscali dell’eurozona, che impongono limiti severi alla misura in cui può essere concesso un deficit di bilancio. (…) La prospettiva di un deciso allentamento della politica economica spaventa i mercati finanziari e non andrà bene alle altre capitali europee. Ma, in realtà, le politiche fiscali della coalizione hanno senso. Il vero problema risiede nelle assurde regole fiscali deflazionistiche dell’eurozona. Come ha rilevato Dhaval Joshi della Bca Research, l’Italia è per certi versi simile al Giappone. Entrambi i paesi hanno incontrato difficoltà perché le loro banche in crisi si sono rivelate incapaci di prestare al settore privato. Il Giappone ha risolto questo problema facendo in modo che il settore pubblico concedesse prestiti, anche se ciò significava un forte aumento del suo rapporto debito/Pil. L’Italia è in una posizione peggiore, perché le regole fiscali della zona euro non permettono di gestire maggiori deficit di bilancio. L’Italia ha un indebitamento complessivo – privato e pubblico messi insieme – inferiore a Regno Unito, Francia e Spagna, ma per i vincoli fiscali dell’Unione Europea solo il debito pubblico è rilevante. Joshi osserva: “Di conseguenza, al governo italiano è stato impedito di ricapitalizzare il proprio sistema bancario e l’economia italiana ha ristagnato per un decennio”».

Se una colpa i governi italiani di ogni colore hanno, è quella di essersi lasciati imporre in passato troppe regole svantaggiose. Lo evidenzia col consueto senso critico Wolfgang Münchau, l’editorialista del Financial Times che nel 2013 scrisse, fra lo stupore generale, che Mario Monti non era l’uomo giusto per guidare l’Italia perché non sarebbe stato abbastanza combattivo con la Merkel.

«Credo che sia ragionevole per un’economia in difficoltà come quella italiana rimanere nell’eurozona fino a quando esista la più piccola speranza che il rapporto sia sostenibile. È stato l’europeismo incondizionato dei governi del passato che ha generato l’attuale contraccolpo nazionalista. I precedenti governi hanno accettato normative europee profondamente contrarie agli interessi italiani. Come la norma di conteggiare le contribuzioni dell’Italia al Meccanismo europeo di stabilità come rilevanti nel calcolo del massimo deficit nazionale permesso; poi l’accettazione di una norma per la risoluzione delle crisi bancarie che lascia migliaia di risparmiatori italiani privi di protezione; e soprattutto, la cosa peggiore di tutte, l’accordo del 2012 con cui è stato accettato il fiscal compact, che richiede formalmente all’Italia il pareggio di bilancio. Se i presidenti del Consiglio del passato fossero stati più decisi, oggi la reazione anti-europeista sarebbe più tenue».

E la sua conclusione è quella che ogni premio Nobel per l’economia assennato sottoscriverebbe:

«Non è la politica italiana a uccidere l’euro, ma l’assenza di riforme nell’eurozona e il massiccio surplus della bilancia dei pagamenti della Germania». 

Foto Ansa

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