Enti pubblici disastrati, soldi finiti, recessione rampante: l’Italia ha altre vie d’uscita oltre al fallimento?

Anche se le riforme necessarie (tagli e privatizzazioni) sembrano impossibili, un manager e un docente indicano come il paese può rianimarsi

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Riceviamo, pubblichiamo e volentieri apriamo la disputa.

Caro direttore, apro un quotidiano a caso, in un giorno a caso, e resto impressionato per la situazione descritta di fallimento economico e amministrativo del nostro paese. Cito saltando da un articolo a un altro, giusto a titolo di esempio: Regioni che, anziché strumenti di alleggerimento dirigenziale, diventano centri di burocrazia e malaffare; autorevoli osservatori esteri che ridicolizzano le ricette anti-crisi del governo Letta; a Genova hanno vinto i sindacati e dunque salta la privatizzazione dell’azienda dei trasporti locali; il Comune di Roma ha un buco da 1 miliardo di euro e il sindaco Marino deve chiedere aiuto allo Stato per evitare il fallimento. Eccetera.

In questo scenario c’è da ritenere che tutti gli enti locali, uno dopo l’altro, capitoleranno verso il default, per una semplice ragione: lo Stato, che deve destinare molti soldi a pagare gli interessi del debito ed evitare l’aumento del deficit, continua a tagliare gli stanziamenti a Regioni, Province, Comuni, i quali faranno sempre più fatica a fronteggiare i propri (spropositati) costi di struttura. E dal momento che il giochino di aumentare le tasse locali non basterà a coprire le mancate entrate dei trasferimenti dal governo centrale, prima o poi resteranno senza alternative: dovranno privatizzare i servizi e licenziare personale. Già adesso il paese non è più in grado di finanziare l’inefficienza della sua pubblica amministrazione, ma – come insegnano Roma e Genova – nessuno è disposto a fare i conti con questa realtà. Ecco perché il fallimento appare inesorabile. Per evitare il default di Stato si condannano al default gli enti locali.

Lo scenario è molto pericoloso a livello sociale, sia che miracolosamente si riesca a riformare (tagli e privatizzazioni) sia che non ci si riesca (default centrale o locale). Pessimismo troppo radicale? Lo spero. Fatto sta che i soldi non ci sono più. E la crescita, cioè la possibilità di recuperarne un po’, è un miraggio, non solo per l’Italia ma per tutto l’Occidente: basti pensare che il Pil degli Stati Uniti – il paese che se la cava meglio – cresce appena al 2,5 per cento… e tutti ormai si aspettano che la Fed smetta di iniettare denaro. Il nostro benessere (buoni stipendi e buon welfare) ha “saturato” la nostra produttività (costo del lavoro e costo dei servizi), quindi il sistema collassa. E per l’Italia il conto sarà più salato perché aggravato da debiti insostenibili. Quindi: o la politica si interroga su come alleggerire lo Stato, oppure “there will be blood”, direbbero gli americani.
Raffaele Giani (manager pubblico).
Ps. A proposito di America: la municipalità di San Francisco, che pochi anni fa era clamorosamente fallita, oggi ha un avanzo di gestione di alcuni milioni di dollari. Già, ma quello è un altro mondo…

Chi ci ha preceduto fuori dal tunnel
Il sistema italiano attraversa una fase di recessione. La buona notizia è che il nostro paese non rappresenta il primo caso che si realizza nella storia, già altre nazioni hanno subìto situazioni analoghe. Trovare le soluzioni, necessita trovare le cause che hanno portato il sistema a tali anomalie; ci vengono incontro alcuni economisti che analizzarono e studiarono diversi declini economici. Fra i contributi più significati troviamo William Baumol, che elaborò una teoria in grado di dimostrare che la crescita del Pil attraverso i valori di produttività più bassi come il settore pubblico porta alla malattia del paese. La Svezia, sempre considerata come esempio di nazione con una forte presenza del comparto pubblico, registrava un’incidenza dei costi di Stato sul prodotto interno del 67 per cento e si trovò a un certo punto in una fase di recessione che riuscì a superare grazie alla riduzione di 18 punti dei costi pubblici, generando indubbi benefici. Ricordiamo inoltre l’esempio della Germania di inizi Duemila: i tedeschi a seguito dell’unificazione si trovarono di fronte a una difficile situazione, superata con la famosa agenda 2010 del governo Schröder che riformò radicalmente il mercato del lavoro rendendolo più flessibile e più incentrato sulla contrattazione locale. Infine un sistema paese deve risultare appetibile per gli investitori esteri, il nostro manca di attrattiva e il dato è verificabile nei 35 miliardi che mancano di capitali dall’estero nella comparazione con le vicine Francia e Germania.
Carlo Scognamiglio (professore di Economia industriale alla Luiss, già presidente del Senato e ministro della Difesa)

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