E il telefono trillò. Un racconto per ricordare Buzzati: «Vivere significa aspettare»

Oggi è l’anniversario di nascita del grande giornalista e scrittore Dino Buzzati. Ecco un suo straordinario articolo di oltre mezzo secolo fa. Che parla del tentativo di suicidio di Mildred Oakes

Oggi è l’anniversario di nascita di Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972), ecclettico giornalista e scrittore. Per ricordarlo vi proponiamo questo suo articolo apparso sul Corriere d’Informazione il 3 luglio 1954.
Buzzati prendeva spunto da un episodio realmente accaduto il giorno prima a New York, quando la vedova 45enne Mildred Oakes aveva deciso di suicidarsi, gettandosi dal quinto piano di un albergo di Manhattan. In strada si erano radunate cinquemila persone, mentre le forze dell’ordine cercavano di far desistere la donna, seduta in camicia da notte sul davanzale della finestra. Tutto, però, risultava inutile e la vedova continuava a minacciare l’estremo gesto. Finché, un telefono nella camera trillò. Nessuno, come colto da un baleno d’illuminazione divina, si mosse. Finché Mildred non scese dal davanzale, andando a rispondere.
Ecco cosa scrisse Buzzati 

«Chi la chiamava?» – Dino Buzzati
Questo bellissimo episodio dimostra, meglio che cinquanta trattati di psicologia, che vivere significa aspettare. Finché il domani può portare qualcosa di nuovo o di gradevole, l’uomo nella sua pelle ci sta bene. Ma il giorno che il futuro, lontano o vicinissimo, non promette più niente, allora la vita diventa insopportabile e ci si spara.
A dieci anni l’avvenire si presenta come un mondo sconfinato, in cui possono accadere tutte le storie immaginabili, tanto lo spazio è disponibile.
A vent’anni l’uomo si è già incamminato ma farebbe benissimo in tempo a cambiare strada dieci volte. Dinanzi a sé egli intravede una successione praticamente senza fine di occasioni, di amori, di viaggi, di avventure. Che paesaggi meravigliosi lo aspettano appena dietro l’orizzonte!
A trenta, questi paesaggi sono già visibili. Meno fantastici, meno radiosi, meno accoglienti di quanto si era immaginato, però sempre belli e interessanti. E l’uomo ancora pensa: nella peggiore delle ipotesi, domani posso ricominciare da capo. Le occasioni disponibili, le donne da amare, le imprese da tentare sono ancora moltissime, tuttavia un po’ meno di una volta.
A quaranta, lo spazio che si stende davanti all’improvviso si accorcia, si restringe. Quello che è stato è stato, ricominciare non è più possibile. Lungo la strada che rimane l’occhio cerca; e ancora crede di distinguere luci, città, foreste, giardini, dove si potrebbe essere felici; però non è sicuro, forse è soltanto un’illusione. E questo sentimento arido e amaro è il primo segno della vecchiaia che rapidamente si avvicina.
A cinquanta, l’uomo con ansia si guarda intorno, impaziente di concludere i vecchi sogni dei vent’anni. Ma più cammina, più il territorio dinanzi si fa vuoto e monotono. Ciò che lo attende, si è ridotto a poche cose: fili sempre più sottili, anche se straordinariamente tenaci, lo tengono attaccato a questa terra.
A sessanta, ancora meno. E così via.
Finché l’uomo – ma questo per fortuna accade tardi, anzi ad alcuni non accade mai – l’uomo capisce che il gioco è terminato, le occasioni disponibili esaurite, la vita intera rimasta alle sue spalle. E non gli resta niente da sperare più. Insomma è completamente vecchio.
Certe volte questo totale invecchiamento, questa estinzione di attese e di speranze, capita a gente ancora giovane, giovanissima. Ciò succede in forma violentissima, senza quei preziosi conforti spirituali o adattamenti pratici che l’età porta; e perciò non si resiste. Una specie di malattia mentale. E allora avvengono i suicidi.
La signora Mildred Oakes, a Nuova York, credette che la vita non le potesse procurare più niente di buono. Nauseata da desolante vuoto, volle farla finita, scavalcò il davanzale e qui sedette, le gambe penzoloni in fuori, pronta al fatale salto.
Aveva deciso di morire, solo non trovava il coraggio ultimo per buttarsi in fuori. Perché? Perché nella sua disperazione, benché lei non se ne rendesse conto, qualche minuscola speranza restava. Solo che una di queste speranze avesse potuto prendere corpo, manifestarsi in termini concreti!
E il telefono della camera trillò. Chi la chiamava? Un’amica che le voleva bene? L’uomo che ieri l’aveva abbandonata? La ditta da cui era stata licenziata e che ora le offriva di riprenderla? O uno sconosciuto, un misterioso protettore, un angelo come nei film di Frank Capra?
Nella muraglia tetra e inesorabile che era per lei la vita, si era aperto uno sportellino, una finestrella microscopica, un ridicolo spiraglio di speranza, da cui pure veniva a lei un filo esile di luce.
Chi la chiamava? Sull’orlo dell’abisso eterno dove stava per sprofondare, quella banalissima curiosità la tirò indietro. Lei si sentì ancora donna, e viva. Non seppe resistere. E fu salva.