Datagate, la giustizia perversa della talpa Edward Snowden

Nella mente dello spione informatico deluso da Obama che ha sacrificato se stesso e il paese all’idolo della trasparenza. Per svelare le false promesse di “Mr. Cambiamento”

Il whistleblower, l’uomo retto che fischia e dà l’allarme mentre i colleghi corrivi sguazzano nell’omertà, è una figura archetipica e un caso di studio psicologico. Per i potenti che custodiscono i segreti è un vile traditore, per il pubblico che per natura diffida dei potenti è un eroe popolare. Di solito l’idea di svergognare l’azienda o il governo per cui lavora cresce nel terreno della delusione da cambio di prospettiva: una volta vista dall’interno, l’istituzione che si pensava nobile e giusta mostra il suo carattere diabolico; il governo che doveva proteggere i cittadini s’intrufola nei loro segreti, il lupo si traveste da agnello e il pastore è momentaneamente assente. Qualcuno dovrà pure fare qualcosa. Il whistleblower concepisce se stesso come l’individuo eccezionale che sente il richiamo emesso in ultrasuoni – inudibili per orecchie convenzionali – a ristabilire il confine fra il bene e il male. La corruzione o l’illegalità attorno a lui è a tal punto diffusa che anche i buoni si sono assuefatti, non sentono più la puzza di marcio, non si accorgono di essersi trasformati in replicanti servitori dell’ingiustizia. Per accorgersene non basta essere buoni o avere la schiena dritta, occorre essere ultra-buoni, avere la stoffa dei martiri e la profondità di sacerdoti, serve il fuoco sacro della verità.

Da decenni gli psicologi americani studiano le leve mentali che muovono i propalatori di segreti a rompere le righe, rischiando carriera, sicurezza economica, legami famigliari e talvolta la libertà in nome di un bene giudicato incommensurabile: l’additamento delle pubbliche malefatte. Nel 1989 un team di ricercatori guidato da Philip Jos, professore di scienze politiche all’università di Charleston, ha condotto un esame sistematico su oltre 160 whistleblower – per la maggior parte impiegati del governo – per farne una radiografia psicologica e scovare quel comune denominatore che invece non compare nelle migliaia di colleghi che sanno e tacciono, dunque secondo la tavola di valori della talpa sono coautori del male. Lo studio, intitolato “In Praise of Difficult People: A Portrait of the Committed Whistleblower”, fissa alcune caratteristiche fondamentali: innanzitutto, la talpa è animata da altruismo. Crede che gli altri abbiano il diritto di sapere ciò che per ragion di Stato o per diabolica cattiveria viene tenuto nascosto. L’animosità verso l’istituzione o azienda alla quale aveva giurato fedeltà entra in scena un attimo dopo la convinzione che la pubblicazione è un bene “per gli altri”. Il whistleblower, poi, non è tipo da fare un calcolo costi-benefici, ché la teoria morale su cui poggiano le sue valutazioni ha a che fare con i diritti inviolabili ed eterei più che con un sistema fatto di delitti e castighi. La pubblica sanzione è un certificato di qualità per una talpa seria.

L’impulso della coscienza
La talpa in genere rifiuta non soltanto il relativismo, ma rifugge qualunque rappresentazione morale in cui compaiono sfumature di grigio. Il suo è un mondo manicheo fatto di due poli opposti. Quando il male si confonde con il bene il sistema va in cortocircuito. È immensamente «dedito al lavoro e poco disposto ai compromessi, al punto da poter essere considerato rigido. Ironicamente, è spesso anche fra quelli che si spendono con più passione sul lavoro», si legge nello studio di Jos, che include anche un certo “tradizionalismo” come caratteristica ricorrente nei soggetti che decidono di rivelare segreti scomodi. Spesso sono patrioti e fedeli servitori dello Stato con un altissimo senso del dovere e della tradizione. Infine, i whistleblower si disinteressano delle conseguenze sociali della loro scelta. L’eventualità di essere considerati eroi dall’opinione pubblica non è una ragione sufficiente per agire. Non è la gloria né la vanità che li spinge a uscire allo scoperto. Piuttosto è il senso di una missione salvifica affidata esclusivamente a loro a prendere il sopravvento, perché nessun altro è abbastanza retto, abbastanza lucido, abbastanza forte e motivato per prendersi questa responsabilità. La dinamica si svolge nell’intimità della coscienza più che nell’ambito del riconoscimento sociale e la contraddizione fra il male percepito e la chiamata a salvare il mondo a un certo punto esplode.

Quando Daniel Ellsberg, l’analista che ha passato alla stampa i documenti che provavano colpe e menzogne di militari e politici nella guerra del Vietnam, si è costituito alle autorità ha spiegato: «Ho sentito che in quanto cittadino americano, in quanto cittadino responsabile, non potevo più cooperare nel nascondere queste informazioni al pubblico. L’ho fatto mettendo a repentaglio la mia persona e sono pronto ad affrontare tutte le conseguenze della mia decisione». Nessuna conseguenza può dissuadere chi si sente investito di una missione quasi divina. La definizione di whistleblower comunemente accettata in campo scientifico è stata coniata dalla professoressa di management Janet Near e dalla psicologa Marcia Miceli nel 1985: «I whistleblower sono membri di organizzazioni che svelano pratiche illegali, immorali o illegittime sotto il controllo dei loro datori di lavoro a persone o organizzazioni che potrebbero essere in grado di cambiare il corso degli eventi».

Benefattori o traditori?
Edward Snowden, l’uomo che ha svelato al mondo l’esistenza di un massiccio programma di sorveglianza delle comunicazioni guidato dalla National Security Agency, sembra incastrarsi perfettamente nella trama psicologica del whistleblower. Parlando con Tempi, Marcia Miceli fa notare però che Snowden non si è rivolto ai suoi responsabili per denunciare ciò che gli appariva illegale o immorale prima di contattare il giornalista-attivista del Guardian Glenn Greenwald: «Le ricerche mostrano chiaramente che la stragrande maggioranza delle talpe segnalano le pratiche illegali che vedono sul lavoro a qualcuno dentro l’organizzazione. Soltanto dopo aver sperimentato il rifiuto o aver visto l’omertà di colleghi e superiori decidono di contattare i giornalisti. In questo senso il comportamento di Snowden sembra inusuale». Snowden è stato alternativamente definito un eroe civile, un martire della resistenza contro il potere orwelliano dell’America, un pubblico benefattore, oppure un traditore, un meschino propalatore di segreti, un usurpatore della ragion di Stato. Alcuni osservatori l’hanno definito un narcisista, l’hanno accostato a Julian Assange, il fondatore di Wikileaks che è rimasto vittima della sua stessa vanità. Sul New York Times David Brooks ha parlato della «solitudine della talpa» e ha associato la vendetta verso il governo per cui lavorava all’assenza di legami sociali, all’impoverimento dei rapporti umani che trasforma un oscuro contractor dell’intelligence di stanza alle Hawaii in un’attivista che si batte contro il potere per affermare un bene superiore.

Bradley Manning, il giovane analista militare che ha passato un’enorme mole di documenti a Wikileaks e che per questo rischia una condanna all’ergastolo davanti alla corte marziale, è il prototipo dello spione solitario. La sua è una storia fatta di emarginazione, isolamento e noia. Nella lunga conversazione via chat in cui raccontava all’hacker Adrian Lamo di aver passato il materiale riservato ad Assange, traspare l’insicurezza di un giovane che non ha messo a fuoco chiaramente le conseguenze del suo gesto. Manning non conosceva nemmeno il contenuto delle centinaia di migliaia di cablogrammi che ha reso pubblici, il suo generico e ipertrofico senso della giustizia non si era nemmeno articolato in un progetto preciso. Snowden gli assomiglia soltanto nell’impulso verso l’esposizione delle menzogne del governo, ma per il resto la sua scelta esibisce il meticoloso senso della pianificazione di un Mark Felt, l’agente dell’Fbi che ha dato a Carl Bernstein e Bob Woodward il materiale dello scandalo Watergate che ha fatto naufragare Richard Nixon. Ma anche qui l’analogia non regge completamente. Felt non ha confessato pubblicamente di essere la “gola profonda” che compariva negli articoli del Washington Post, il suo coinvolgimento è stato scoperto a decenni di distanza, tre anni prima della sua morte. Anche il movente non è mai stato decretato con chiarezza. Era in corso una guerra nemmeno troppo segreta fra Nixon e l’Fbi, il che non depone a favore della purezza delle motivazioni di Felt, agente fra l’altro condannato per avere autorizzato decine di perquisizioni senza mandato. La lucidità scientifica di Snowden ricorda piuttosto quella di Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano che nel 1986 ha dato alla stampa britannica informazioni decisive sulle installazioni nucleari che gli israeliani avevano a Dimona. Quella di Vanunu era un’opposizione ideologica alle politiche israeliane, fermentata nella delusione e trasformata in ribellione esplicita dalla simpatia per la causa palestinese; il tecnico aveva portato al lavoro una macchina fotografica, aveva fatto 57 scatti per dimostrare al Sunday Times la veridicità del suo racconto, aveva raccolto materiale con una cura simile a quella di Snowden. Quello che non aveva pianificato era la dichiarazione pubblica, arrivata anni dopo sotto forma di una giovane agente del Mossad che l’ha sedotto e incastrato. Il profilo psicologico di Snowden è un collage dei grandi whistleblower occidentali, convinti di portare sulle spalle il peso dei mali del mondo e di poterli in qualche modo riscattare con una rivelazione ad alto contenuto cinematografico. Il tecnico che lavorava per Booz Allen Hamilton, si era illuso che l’avvento di Barack Obama avrebbe cambiato radicalmente le cose: i programmi di sorveglianza che erano stati uno dei marchi di fabbrica dell’amministrazione Bush e della guerra globale al terrore sarebbero stati rimpiazzati dalla perfetta trasparenza del presidente che aveva promesso il “change”. Il Grande Fratello che con sguardo minaccioso s’intrufolava nelle vite di sudditi ridotti allo stato di larve dalla paura di una minaccia esterna sarebbe stato smantellato. «Le promesse della campagna elettorale di Obama – ha spiegato Snowden – mi hanno dato fiducia. Credevo che avrebbe risolto i problemi dell’America e tanti americani la pensavano allo stesso modo. Sfortunatamente, poco dopo essere arrivato al potere ha terminato le indagini su violazioni sistematiche della legge, ha approfondito ed esteso diversi programmi intrusivi e si è rifiutato di spendere il suo capitale politico per fermare le violazioni che vediamo ad esempio a Guantanamo, dove sono detenuti uomini senza capi d’accusa».

La contraddizione era insopportabile per la morale da giustiziere di Snowden. Il problema, a quel punto, non era più se il programma di sorveglianza fosse o meno illegale, e il tecnico ha anche equiparato la sorveglianza indiscriminata su cittadini americani, vietata dal Quarto Emendamento alla Costituzione, a quelle verso paesi terzi, permesse dalla legge; il problema è che tutto questo era per lui certamente immorale, ragione sufficiente per trasformarsi in un supereroe troppo concentrato su princìpi immacolati da difendere per considerare le conseguenze terrene delle sue azioni.