Dario Fo, l’uomo che Grillo vorrebbe al Quirinale. Ritratto di un candidato super partes

Ogm, Tav, Iraq, G8, acqua pubblica, Macao, legge bavaglio: tutte le battaglie di Dario Fo e tutti i politici per cui si è schierato dal 1998 a Beppe Grillo.

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Dalla battaglia contro gli Ogm a quella contro la Tav, dal no alla base Usa a Vicenza a quello contro la guerra in Iraq, dal sostegno dei giovani che hanno distrutto la città di Genova in occasione del G8 all’esaltazione del referendum per l’acqua “bene pubblico”, dalla lotta contro la “legge bavaglio” alla protesta a fianco di Macao, da Fidel Castro a Carlo Maria Martini. Non c’è campagna “importante” a cui Dario Fo non abbia partecipato, non c’è battaglia “giusta” per cui il premio Nobel non abbia combattuto, non c’è personaggio di moda a fianco del quale lo scrittore di Mistero buffo non si sia schierato, non c’è causa “di civiltà” che non abbia perorato. Per  la sua figura super partes, come ha detto Beppe Grillo, è davvero il candidato ideale per la presidenza della Repubblica.

SEMPRE DALLA PARTE GIUSTA. Dario Fo è sempre stato dalla parte giusta, salvo cambiarla per un’altra ancora più giusta. Anche per questo in politica ha sponsorizzato nell’ordine: Walter Veltroni e il Pd, Antonio Di Pietro e l’Idv, Nichi Vendola e Sel, Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris e il movimento arancione, Beppe Grillo e il M5S. Si è esaltato con i girotondini, il popolo viola e il No-b Day, ha consigliato a Stoccolma di dare un premio Nobel a Roberto Saviano e la pakistana Malala, ha difeso la pace in ogni angolo del mondo salvo elogiare l’intervento in Libia nel 2011 perché «io sto con l’Onu». È molto difficile, insomma, orientarsi nel mare magnum di endorsement che Dario Fo ha fatto a destra e a manca e trovare il filo conduttore che unisca tutte le sue battaglie più o meno ideali. Di sicuro, prendendo ad esempio il lasso temporale che va dal 1998 al 2013, si può dire solo che Dario Fo è sempre andato nella direzione in cui soffia il vento delle cause “giuste”.

DARIO FO E IL PAPA. Per questo nel 1998 si è schierato con Greenpeace contro la temibile «patata transgenica» e nel 2001 e nel 2002 ha difeso a spada tratta «i manifestanti» che hanno distrutto Genova in occasione del G8 e che «ormai hanno capito che quelli che creano disturbo sono subito da eliminare perché d’accordo con la polizia». Nel 2003 non si è lasciato sfuggire la possibilità di criticare George W. Bush e gli Stati Uniti per la guerra in Iraq, scrivendo al Papa: «L’unica soluzione è che Lei, Santo Padre, raggiunga Baghdad. Se decidesse per il sì, La prego di avvertirmi» perché partirei con lei. Nonostante il coraggio da leone dimostrato, Giovanni Paolo II chissà perché non gli ha risposto. Di certo Fo non può essere considerato un amante della Chiesa visto che cosa ha detto della sua opera il Wall Street Journal quando ha vinto il Nobel: «Un abbaiare e latrare di cani alla chiesa cattolica».

NO TAV, NO USA, SÌ CUBA. Comunque, il premio Nobel non si è scoraggiato e nel 2005 ha coraggiosamente partecipato alla manifestazione a Torino per dire no alla Tav (e non citeremo gli altri no al Ponte sullo Stretto di Messina e la partecipazione al movimento No dal Molin): «Non capisco come facciano a non comprendere che un progetto così sarà utile solo per i costruttori». Incomprensibile. Un po’ come l’elogio sperticato di Cuba fatto nel marzo 2005, subito dopo una serie di arresti di dissidenti criticata da tutto il mondo: «Io amo il popolo cubano, la sua moralità e la sua dignità. Castro ha commesso molti errori ma è pur sempre una personalità capace di ascoltare chi stima».

TUTTI I POLITICI DI FO. Anche Dario Fo dà sempre il suo appoggio alle persone che stima. E se cambia idea tutti gli anni non è colpa sua, ma delle troppe persone stimabili che si affacciano nel panorama politico della sinistra: nel 2006 appoggia l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro («da pm ha fatto cose gloriose») e partecipa ai girotondi, «una protesta per fare festa». Nel 2008 lascia l’Idv e parteggia per Walter Veltroni perché «se non vince, Berlusconi si prepara a tenere il potere per 12 anni». Ma dopo Veltroni, incontra Vendola e subito lo sostiene in Puglia: «Siamo proprio nel Paese dei matti o meglio degli sragionanti, autolesionisti scellerati. Come si fa a non votarlo». E come si fa nel 2011 a non partecipare alle manifestazioni del “popolo viola”, innalzando questo cartello: «Non violenti, apartitici e indignati. Lasciateci sognare non vogliamo più dormire». Ma non ha tempo di militare a lungo nell’apartitismo, perché alle elezioni di giugno sostiene Giuliano Pisapia a Milano e Luigi De Magistris a Napoli: «Mi sono chiesto più volte: in questa situazione quale persona è veramente chiara e pulita? E mi sono dato una sola risposta: De Magistris». Pochi giorni fa ha sostenuto Beppe Grillo, il quale l’ha candidato al Quirinale, ma questa è storia recente.

ABBASSO ISRAELE E IL BAVAGLIO. Perché non bisogna dimenticarsi che tra un endorsement politico e l’altro, Dario Fo ha criticato «Israele razzista» e appoggiato la Palestina nel 2008, sostenuto i manifestanti del G8 di nuovo nel 2009, fatto da testimonial contro la legge bavaglio nel 2010 («Sarà il governo a decidere quali notizie si possono pubblicare»), tuonato a favore dell’acqua che è un bene pubblico, omaggiato Carlo Maria Martini perché «è stato messo in disparte dalla Chiesa per le sue prese di posizione ferme ma scomode» e sostenuto nel 2012 il collettivo Macao per avere occupato abusivamente un palazzo affermando che «finalmente qualcosa di straordinario è accaduto. Vorrei avere duecento mani per applaudirvi!».

GUERRA ALLA LIBIA. Che cosa manca? A parte la proposta di dare il premio Nobel a Roberto Saviano nel 2010 e a Malala Yousafzai nel 2012 e la partecipazione al No-B Day nel 2009 «perché  manifestazioni del genere sorpassano organismi obsoleti come sono ormai i partiti», abbiamo detto tutto. Dobbiamo solo aggiungere che quelle di Dario Fo sono tutte scelte legittime, ci mancherebbe. Certo che dopo la sua lunga militanza contro tutte le guerre e la violenza, a leggere quello che ha detto nel 2011 a favore della guerra in Libia, appoggiata da tutta la sinistra pacifista italiana, l’Unità compresa, che «se non c’era la Francia che partiva in quarta, ci sarebbe stata una strage e staremmo qui a piangere anche sulle nostre responsabilità», che «io sto con l’Onu» e che è meglio un intervento armato che «fermi e sottoterra», viene il lieve sospetto che sia un po’ confuso.

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