Così Berlusconi e Alfano resistono ai poterazzi per fare il Ppe. E Maroni ci vede l’inizio di «un grande partito insieme»

Il Cavaliere e il vicepremier vogliono dare al Pdl una prospettiva popolare europea. Il partito del Palazzo (e di Repubblica) rosica. La Lega entra nella partita

Tra una lettera affamata di sentimenti evangelici e un’intervista a papa Francesco intenerita nel dolce viaggiare «per un pezzo di strada insieme», il pungiglione dello scorpione Eugenio Scalfari non dimentica la sua preda, Silvio Berlusconi. Così, dopo averlo definito morettianamente Caimano e poi travagliescamente Al Capone, col sopravvenire della rocambolesca fiducia al governo e del richiamo a mantenere unito il centrodestra, Berlusconi diventa per il fondatore di Repubblica anche «il serpente». Come da chiusa all’editoriale di domenica scorsa, quasi un “pizzino”, un avvertimento, non sia mai che qualcuno a sinistra fosse tentato da un colpo di genio garantista in sede di votazione al Senato sulla decadenza del Cavaliere: «Dunque molta attenzione. Il serpente è tramortito ma ci mette poco a rialzarsi e a mordere ancora».

Se questo è il “saggio” e fraterno consigliore dell’opera di Giorgio Napolitano, nonché Grande Ayatollah del partito repubblicone che un po’ eterodirige il Pd, un po’ lo incalza, si capisce perché non saranno proprio rose e fiori l’unità e la stabilità appena ritrovate sotto il vessillo delle “larghe intese”. Tant’è che già il giorno dopo dello scorpione, «è finito il ventennio di Berlusconi», dichiara un timido e scalfarizzato Enrico Letta. «Tu ed Epifani lasciate stare il Pdl», replica il vicepremier Angelino Alfano. Ecco, quanto può durare l’intesa tra due persone che reggono lo stesso ombrello se l’una si ostina a cacciare sotto la pioggia l’altra?

Dunque, più che tra falchi e colombe, tra lealisti e alfaniani, si capisce che lo scontro in corso è tra una sinistra che vuole confiscare al Cavaliere anche l’onore di una avventura politica ventennale, impiccarla sul piazzale Loreto della Storia, condannarla alla damnatio memoriae. E un centrodestra che, in rappresentanza dei milioni di suoi elettori che ancora sei mesi orsono si sono riconosciuti in una storia e un carisma di popolo, non solo esclude che una sconfitta strategica possa trasformarsi in un’ordalia talebana, ma si appellerà in Senato e voterà compatta (e, salvo improbabili sorprese, perderà) affinché non sia ratificata la decadenza di Silvio Berlusconi. Maurizio Lupi è ministro, colomba, amico personale di Enrico Letta, alfaniano doc. Ciò non toglie che, dichiara, «mi auguro che il Senato abbia un sussulto di garantismo e di affermazione dell’autonomia del potere legislativo e confermi al presidente Berlusconi la rappresentanza di dieci milioni di cittadini italiani che l’hanno votato». Serpente anche Lupi?

Uno “strappo calmo”
Naturalmente, con gli ometti in circolazione e la regressione di ogni ragione e cultura a una fase barbarica della politica, e alla sua sottomissione alla menzogna, è impossibile che una elementare verità storica venga oggi riconosciuta: Berlusconi non è Al Capone e non è un caso personale, Berlusconi è il capo del centrodestra che ha pagato con la vita politica e l’aggressione ai suoi beni al sole la sua frontale contrapposizione al ventennale assalto del potere giudiziario coadiuvato dalle ricche lobby (come l’editore di Scalfari con passaporto svizzero) agli altri poteri dello Stato. Resta il fatto – e sotto questo ombrello proprio non ci piove – che tra qualche giorno Berlusconi verrà assegnato ai servizi sociali. Che tra qualche giorno ricomincerà un durissimo sequel processuale (Ruby, Di Gregorio e quant’altro). E infine, il 15 ottobre, lo aspetta la definitiva (e forse non ultima) sentenza di interdizione dai pubblici uffici.

Con tutta la solidarietà che gli è arrivata dalle lettere autografe di Vladimir Putin e Dmitrij Anatolevic Medvedev, rispettivamente presidente e primo ministro della Russia, come ne esce dal diventare, se va bene, il Grillo del centrodestra? Non ne esce. Salvo un miracolo in Laticlavio. Insomma, Berlusconi deve per forza scegliere se ritirarsi a gestire i suoi affari giudiziari o, secondo l’immagine suggerita dal sulfureo Eugenio, tenere alta la testa e guidare la ricomposizione del centrodestra rimanendo lui padre nobile e, soprattutto, il catalizzatore di una bella fetta del voto degli italiani. Su questo non pare esistano dubbi, neppure tra le cosiddette “colombe”.

Che fare? Probabilmente alla fine del braccio di ferro tra ministeriali che si battono per uno “strappo calmo”, ovvero per un cambiamento di rotta ma non traumatico, e i lealisti che per bocca di Raffaele Fitto hanno richiesto l’azzeramento degli incarichi nel partito e un congresso di rilancio del centrodestra, avrà ancora una volta ragione Berlusconi che ha benedetto (sia pur masticando amaro) la ricomposizione del partito intorno ad Angelino Alfano. Dunque non ci saranno né purghe né probabilmente congressi della rifondazione. In attesa di mettere a fuoco una linea politica e, soprattutto, una leadership, ci sarà un attestarsi del Pdl sulle cose da fare o da non fare all’interno del governo Letta.

Il problema giustizia
Certo, come spiega un’anonima colomba, «a patto che Letta non tiri troppo la corda e a patto che il Pd non giochi al massacro di Berlusconi, perché a quel punto sarebbe dura anche per noi ministeriali restare al governo». D’altra parte, ragionano ancora i ministeriali, «non è che possiamo restare inchiodati a una battaglia di retroguardia, da giapponesi nella giungla. Se passa la decadenza, come nessuno pare abbia dubbi che passi, bisognerà pure attrezzare una prospettiva politica». Così, scartata la ridotta dei gruppi parlamentari autonomi auspicati da un Roberto Formigoni un po’ troppo scalpitante, la prospettiva più solida rimane quella indicata dalla coppia dei due ministri politici più pesanti, il vicepremier Alfano e il ministro per le Riforme stimato da Giorgio Napolitano, Gaetano Quagliariello. E proprio Quagliariello spiega in sintesi qual è la linea: «Noi siamo parte del Ppe. Questa Europa non ci piace molto, ma di un’Europa non si può fare a meno».

Certo, dopo lo sdoganamento dei referendum radicali e Letta che ha ammesso per la prima volta l’esistenza di un “problema” chiamato “giustizia” pronunciandosi contro “le leggi ad personam” ma anche avverso a “leggi contra personam”, si capisce che il nodo giustizia arriverà sul tavolo di Palazzo Chigi. E anche se i pm ci metteranno becco (come s’è visto due giorni dopo che Letta ha pronunziato quelle parole tabù, con la notizia dei cinque “saggi” della commissione riforme indagati a Bari), è chiaro che il “sacrificio” di Berlusconi pone dei problemi che investiranno governo e centrodestra ben prima del dibattito sul Ppe.

La Lega Nord ci spera
Intanto, anche Cota, Zaia e Maroni, governatori leghisti del Nord alleati col centrodestra, cercano strade nuove. Un po’ come propone Gianfelice Rocca, presidente del gruppo Techint e di Assolombarda, quando intervenendo sul Corriere della Sera ha sottolineato la necessità di un rilancio del “vero” federalismo contro il centralismo statalista di ritorno: «Dopo vent’anni di molte parole e controversi tentativi d’attuare pezzi di federalismo la reazione prevalente è di considerarlo un’inutile bardatura. Questa profonda sfiducia verso le autonomie può condizionare la discussione pubblica, e financo la riforma della Costituzione».

Il riferimento di Rocca è al fatto che la commissione dei “saggi” incaricati di proporre modifiche alla Carta avrebbe trovato un accordo sulla necessità di smontare il poco federalismo realizzato fin qui e «aumentare le competenze esclusive dello Stato». «Non mi sembra la direzione giusta», ribatte il rappresentante degli industriali lombardi. «La competizione globale è sempre più fra grandi aree che godono d’ampia autonomia. Aree metropolitane che s’allargano a una grande area regionale, in un mix di manifatturiero e terziario, università e centri di ricerca, cultura e innovazione. Aree metropolitane che si proiettano nel mondo. Fra il successo delle grandi aree regionali e il successo dei Paesi nel loro insieme, non vi è contrasto. Ma sono le prime a essere la molla della crescita e dell’innovazione, in Germania come negli Usa, in Francia come da noi. Significa ignorare tutto questo, tornare a un rigido centralismo. Occorre seguire una strada radicalmente diversa… realizzando un’autonomia seria e rigorosa nei conti».

Su questa linea, ovviamente tradotta in politica, pare avviato Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia, che spiega a Tempi: «Il popolo del centrodestra è in cerca d’autore. Certamente, come si è visto ancora alle ultime elezioni, Berlusconi resta un valore indiscusso. Però occorre anche guardare avanti. Io non penso a una riedizione della Dc. Io penso allo schema del primo partito di Catalogna, Convergenza e Unione. Dove sono confluiti cattolici e laici, ceti produttivi e pubblici». Sì, ma quello è il partito indipendentista, Berlusconi incarna l’unità d’Italia. «Non dico che bisogna assumere un profilo indipendentista anche qui. Dico che se si vuole rimanere uniti occorre dare risposte nuove a ciò che è antico. C’è un divario tra Nord e Sud che – dovremmo ormai averlo capito – non può essere colmato applicando lo stesso rigido schema centralista da Bolzano a Trapani».

Dunque cosa immagina? «Immagino un’Italia di macroregioni e formazioni di centrodestra federate sul territorio. Un grande partito insieme e oltre il Pdl, Forza Italia, Lega, liste dei presidenti, liste civiche. Guardi, mi stanno contattando esponenti Pdl che sono smarriti. Io non faccio shopping. Sono consapevole che il voto alla Lega è un voto identitario. Ma la politica deve cogliere questo interessante momento storico e rendere comunicanti questi vasi che sono espressione del medesimo tessuto sociale e ceto produttivo. Berlusconi non è l’opposizione, è il governo. Così il Nord non è l’opposizione, è il governo. Perciò io dico: non chiudiamoci ognuno nel proprio orticello e non dividiamoci tra ciellini, alfaniani, lealisti, falchi, colombe… Non facciamo questo favore al Pd». E così, come Alfano, «niente congressi» dice il governatore. «In politica la realtà viene prima». E col sindaco di Firenze come si fa? «A Renzi lasciamo volentieri il ruolo di giovane leader di quella old e bad company che è il Pd».