Concorso esterno in associazione mafiosa? Anche la sinistra voleva abolire il reato che esiste solo in Italia

Ora «propongono solo di ridurre le pene», ma nel 1996 e nel 2001 anche la sinistra ne voleva l’abolizione o la riformulazione. E Falcone dubitava dell’utilità di un apposita norma per l’associazione mafiosa

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Il vicepresidente del Consiglio, Angelino Alfano, ha predisposto il ritiro del disegno di legge che avrebbe dimezzato le pene per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. La proposta, presentata al parlamento attraverso un’«iniziativa individuale» del senatore Pdl Guido Compagna, ha rianimato per qualche giorno un dibattito aperto da anni, non solo in parlamento ma anche nelle aule dei tribunali. Su Libero, oggi, Filippo Facci ricorda che il reato è un’invenzione italiana, stilizzata dalla cassazione e non previsto dal Codice Penale.

REATO INESISTENTE. «Adesso i bellimbusti di centrodestra», scrive Facci, «propongono solo di ridurre le pene, quando fu addirittura il Pds, nel 1996, a proporre l’abolizione, mentre Rifondazione Comunista, nel 2001, pensò a una riformulazione». Per quale ragione? Perché non esiste. Perché è un reato di cui si è fatto abuso. Fu Giuliano Pisapia, in Commissione Giustizia del Senato, nel 2001, a volere una riformulazione, dopo episodi eclatanti di incriminazione di religiosi e medici indagati per aver curato, fisicamente e spiritualmente, sospetti mafiosi. Il sindaco di Milano definiva il concorso esterno mafioso come «figura di reato non prevista da alcuna norma di legge e in contrasto con il principio di tassatività della norma, che è uno dei cardini dello Stato di diritto».

IL DUBBIO DI FALCONE. Il reato è la somma di due norme: l’art.110 (concorso esterno) e l’”associazione mafiosa” prevista dall’art. 416 bis. Doveva riguardare, secondo la Cassazione (sentenza del 1994), «quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano, sia pure mediante un solo intervento, un contributo all’ente delittuoso tale da consentire all’associazione di mantenersi in vita». Il reato però continua ad essere riformulato da varie sentenze, che non riescono a darne una identità definitiva. Giovanni Falcone, che pure ipotizzò un reato del genere, dubitava dell’utilità persino della norma apposita sull'”associazione mafiosa”, il 416bis: «Non sembra abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia», scrive in Cose di cosa nostra, «anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare, ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta».

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