Cento cristiani copti arrestati e torturati in Libia dai salafiti. «Con l’acido cancellano le croci tatuate sui loro polsi»

I cristiani egiziani sono stati arrestati questa settimana dopo l’attacco dei salafiti a una chiesa di Bengasi. Vescovo copto: «Erano in Libia a lavorare, non a fare proselitismo».

Cento cristiani egiziani copti (nelle foto qui a lato, pubblicate su Facebook) sono stati arresati in Libia da un gruppo di estremisti musulmani salafiti, che dopo avere attaccato una chiesa a Bengasi, li hanno prelevati con l’accusa di proselitismo. Il fatto è avvenuto questa settimana, secondo quanto riportato dal giornale egiziano Ahram Online, che cita fonti cristiane copte: «La Chiesa copta ha inviato una richiesta ufficiale al Ministro egiziano degli Esteri che ci ha riferito di avere aperto ufficialmente un negoziato con la Libia per risolvere il problema e far rilasciare i cristiani».

TORTURATI IN PRIGIONE. La notizia è stata confermata ieri dal vescovo copto Pachomios, arcivescovo di Beheira, Matrouh e Libia: «Sto seguendo la crisi con le autorità ecclesiastiche del Cairo e il ministro degli Esteri egiziano. Questo incidente è grave, i cittadini egiziani sono stati arrestati sulla base del semplice sospetto di fare proselitismo. Intanto, però, vengono torturati in prigione».

ACIDO SULLE CROCI TATUATE. Infatti, continua, i salafiti hanno rasato i capelli dei cristiani e con l’acido hanno bruciato il simbolo della croce che, come è d’uso tra i copti egiziani, avevano tatuato sul polso. Come affermato ancora dal vescovo Pachomios, «i 100 egiziani lavorano in Libia e non ha senso che si siano messi insieme per fare proselitismo tutti e 100 in un paese straniero». Anche se fosse vero che facevano proselitismo, ha affermato Naguib Gabriel, capo dell’Unione egiziana per i diritti umani, «non avrebbero dovuto metterli in prigione».

CRISTIANI IN LIBIA. La vita dei cristiani nella Libia “liberata”, dove sono circa il 3 per cento della popolazione, tutti stranieri, si fa sempre più difficile. A metà febbraio quattro cristiani sono stati arrestati per proselitismo, che in Libia è vietato e punibile anche con la pena di morte secondo una legge della tanto odiata era Gheddafi, che ora però sembra fare comodo agli islamisti. Inoltre molte suore sono state costrette ad abbandonare la Cirenaica, perché minacciate da bande armate di estremisti islamici, e come dichiarato da Daimasso Bruno, giardiniere del cimitero italiano a Tripoli, «non passa giorno senza che le nostre tombe siano profanate e vandalizzate».