C’è sempre una (cattiva) scusa per fumare cannabis

Replica a tutti gli alibi e le teorie di chi fa uso di cannabis (è terapeutica, fa rilassare, è naturale…)

È vero non è più una voce, è un coro. Anzi sono più cori. La diffusione e il consumo di cannabis è un problema e da problemi anche al resto della collettività. Dopo 50 anni dal suo esordio ci è data la possibilità di una osservazione longitudinale che prima non avevamo. L’infiltrazione nella società è cosi sottilmente trasversale da impedirci una messa a fuoco e la definizione di un gruppo così come avviene invece per il consumo di altre sostanze: esistono i tossicodipendenti e il corpo sociale struttura delle risposte. Il cannabinista non esiste, ma c’è (e forma il gruppo più numeroso). Sta male, è apatico, pigro, depresso, vive al di sotto delle sue potenzialità e può anche avere problemi di relazione, ansia e ossessività, spunti paranoici, difficoltà a gestire reazioni adeguate, specie in situazioni improvvise, a controllare gli impulsi; non lavora o lavora poco e male, non sopporta gli obblighi e se non si fa una canna fatica a vivere. Qui il corpo sociale non struttura nessuna risposta, nessuna proposta. Diminuiscono le misure di contrasto.

Tre tonnellate di cannabis al giorno

Se volessimo metterci su un po’ di numeri parliamo di due o tre milioni di persone su un uso continuativo più i saltuari e questo significa che in Italia vengono consumate circa tre tonnellate di cannabis al giorno. Una parte di questa popolazione sono adolescenti, hanno cioè una età compresa tra gli 11 e i 25 anni (è il periodo del compimento del sistema nervoso e della massima accelerazione dello sviluppo delle connessioni tra cellule nervose). Quando andiamo a mettere una lente di ingrandimento su questa fascia si scopre che si tende a considerare il consumo di cannabis come uno dei problemi, un aggiunta in lista come se la crescita verticale della casistica psichiatrica, la diminuzione del rendimento e la crescita della dispersione scolastica, la quadruplicazione dei reati minorili, della marginalità antisociale, il passaggio alla poliassunzione di sostanze, le problematiche familiari, la noia e la solitudine, incidenti stradali e persino la crescita nella disoccupazione del gruppo degli sfiduciati (coloro che non lavorano e non cercano) non fossero in un rapporto di causa effetto o quanto meno fortemente correlati all’aumento del consumo di cannabis in abbassamento di età. Dovremmo smetterla di nasconderci dietro un dito e pensarci seriamente.

Alibi e teorie

Del resto l’adolescente subisce una intensa fascinazione nell’incontro con la cannabis, più dell’adulto. La maggioranza dei ragazzi che sceglie di fare l’esperienza di qualche assunzione se ne innamora e diventa un tenace sostenitore dell’uso e della bontà della sostanza. Sapendo bene nel fondo della coscienza, come chiunque usi droghe a qualsiasi età, che sta facendo una cosa sbagliata, oltre a continuare a obnubilare la coscienza stessa, tenderà a farsi degli alibi e ad alimentare delle teorie prendendo a prestito degli argomenti (sempre gli stessi) forniti dai media per farli propri con grande superficialità. Perciò se andiamo a contrastare un ragazzo che assume cannabis egli tenderà a pensare che il suo interlocutore non capisce nulla.

“La cannabis è terapeutica”

“Perché non lo sai che è terapeutica e adesso la danno agli ammalati, come può far male?”. Tutti i ragazzi si fermano qui e non danno nessuno sviluppo all’argomento. In realtà la ricerca fornisce all’uso medico il farmaco che possa essere utile estraendolo da qualsiasi sostanza come anche dal veleno dei ragni o dei serpenti.

L’anestesia del dentista ci permette di non sentire un dolore terribile. I farmaci, benedetti, per l’anestesia locale derivano dalla cocaina. Eppure nessuno afferma che la cocaina non faccia male o che addirittura faccia bene. Nelle penose situazioni terminali della vita si va in terapia del dolore. Questi farmaci derivano dalla morfina e quindi dall’oppio. Eppure nessuno dice che l’eroina (stesso alcaloide) non faccia male. L’Lsd 25 noto e potente allucinogeno è parente strettissimo dell’Lsd 23 farmaco ancora in auge per contrastare le contrazioni uterine. Nessuno sostiene più che l’Lsd faccia bene. Già perché, mi preme far notare, che quando gli allucinogeni, la cocaina, l’anfetamina e la stessa eroina hanno impattato con la cultura occidentale subito hanno incontrato entusiasmo e l’attribuzione di un valore salvifico e migliorativo per la vita dell’uomo. Ma, curiosa coincidenza, nell’arco di 50 anni si è compreso l’errore e queste sostanze sono state messe al bando in tutti gli stati. Ora dovremmo essere all’inizio di questa epoca di declino anche per la cannabis… coincide il mezzo secolo. Un esempio di come le persone che assumono cannabis e in particolar modo gli adolescenti spezzano le informazioni cadendo in fraintendimenti imbarazzanti (il frutto dato dalla vastità e superficialità delle informazioni miscelate con il relativismo dilagante) è dato dalla leggenda che liberalizzando la produzione e la vendita si darebbe un colpo alla mafia, ammantando tale proposta di un alto fine civico. L’opinione, rispettabile ma molto discutibile, è di Roberto Saviano esperto di mafia ma non di droghe, è una persona onesta e dice anche che la cannabis fa male e che non bisogna usarla, lo mette bene in chiaro. Si costruiscono verità di “comodo” trascurando una parte fondamentale di quanto affermato e diffuso.

“Fumo per rilassarmi”

Un altro cavallo di battaglia, facilmente riscontrabile nelle convinzioni di una parte di assuntori di cannabis, è quello del “fumo per rilassarmi, magari dopo aver fatto tutto quello che devo fare, che male c’è”. Questa modalità rientra nel cosiddetto uso farmacologico della cannabis. Concettualmente è la stessa posizione kamikaze di quello che dice di curare la sua depressione con l’alcol o con la cocaina. Ora dobbiamo fare un ragionamento che può sembrare sofisticato, ma che alla fine sarà persino banale. Se noi proponessimo a questa tipologia di consumatori di prendersi un sedativo, direbbero di no perché trattasi di psicofarmaci in più darebbero dipendenza. Questo vuol dire che di fronte alla proposta di un ansiolitico, in forza di una formazione culturale, si attiva una capacità critica che invece la molecola della cannabis, rispetto alla cannabis stessa, inibisce. È la stessa cosa, ma i giudizi sono diversi. Soprattutto costoro ignorano che è l’uso della cannabis a generare lo stato tensivo che poi “chiede” di essere rilassato dallo spinello. Vogliamo ancora dire che non è droga? E tutti gli altri che si rilassano magari con una bella doccia calda? Sarebbero forse meno intelligenti?

“La cannabis è naturale”

“Ma la cannabis è naturale, non può far male”. Ma certo anche i funghi velenosi sono naturali, il virus Hiv è naturale anche quello del colera… Inoltre tutto ciò che si fuma è prodotto di combustione e come tale cancerogeno. La natura è amica e nemica, è l’uomo che deve capire e scegliere o difendersi per il suo bene.

“Non sono dipendente”

“Non sono dipendente perché sono io che lo voglio”. E da dove viene questa volontà se prima di conoscere la cannabis l’uomo non ce l’ha. E come mai si vuole una cosa che ha cambiato la vita certamente non migliorandola ma rendendola piena di conflitti e di riduzioni di interessi. Non è forse questa “volontarietà” il primo segno della strutturazione di una dipendenza? Non è forse lo stadio precursore di una depressione e di una polarizzazione delle energie verso un solo oggetto?

“Un modo per stare in gruppo”

“Lo fanno tutti, è un modo per stare in un gruppo e per avere degli amici”. Tanti ragazzi dicono questo, ma non è mai vero. Basta approfondire. “Scusa quanti siete nella tua scuola?”. “Circa 600”. “E quanti fumano tutti i giorni?”. “Saranno venti o trenta poi ci sono quelli che fumano poco”. “E tutti gli altri?”. “Gli altri niente, studiano e vanno veloci”. “Senti dove sta che fumano tutti, non vedi che l’80% non tocca nulla, non potevi fare amicizia con qualcuno di loro”. “Quelli fanno un sacco di cose e a me non va di fare niente”. “Non credi che sia arrivato il momento di capire che è il fumo a toglierti la voglia di fare altre cose, guarda bene due anni fa prima di cominciare a fumare non era così”. 

“Posso anche non fumare”

“Sono stato 4 giorni senza fumare questa settimana, ho avuto l’influenza”. “Vuoi dire che hai sfruttato il fatto di avere la tosse per non fumare?”. No, purtroppo non sono potuto andare a scuola e non ho potuto comprare il fumo”. Questo ultimo esempio vuole mettere in luce la sempre possibile difficoltà a relazionarsi con i ragazzi di fronte a certi contenuti. Come è possibile, per dirlo con le parole di Elena Donazzan (assessore regione veneto), che il luogo per la formazione e la crescita della mente diventi il luogo per usare e approvvigionarsi qualcosa che influisce negativamente sulla formazione e la crescita della mente?

La parte sommersa dell’iceberg

Quello che dobbiamo capire bene, ma veramente bene è che l’uso della cannabis non è una esperienza che si esaurisce nella immediatezza dell’assunzione e poi tutto è come prima. Dobbiamo fare i conti con l’effetto prolungato la cui azione diminuisce la capacità di tutela di sé ed è questa sostanzialmente l’origine, il paradigma di tutta una serie di conseguenti problematiche di vario grado e di vario tipo che affliggono questa parte minoritaria, ma comunque vasta della popolazione giovanile. Essendo soprattutto la fascia 15-30 anni a farne l’uso più massivo ne risulta colpito il periodo più fertile per lo sviluppo della coscienza. Invece abbiamo bisogno di loro, non possiamo e non vogliamo rinunciare all’apporto creativo che possono fornire alla società e alla costruzione di un mondo migliore. Il danno prodotto dalla diffusione delle droghe e dalla facilità di consenso non si misura soltanto sulle morti e sulle conseguenze eclatanti, queste sono punte di un gigantesco iceberg di cui tutti dobbiamo conoscere la parte sommersa, molto molto più estesa.

L’autore di questo articolo è uno psicologo specialista che da molto tempo si occupa del problema droga. Dalla direzione di una comunità terapeutica per tossicodipendenti agli studi sugli allucinogeni usati nelle pratiche di medicina indigena nel sud del Messico dove ha vissuto, dalle collaborazioni con Villa Maraini e la Croce Rossa alla consulenza drogatel per la Presidenza del Consiglio, dal reparto di malattie infettive per l’ emergenza Aids alle docenze e alle “letture magistrali” e nella costante pratica, in parallelo, della psicoterapia analitica da più di 40 anni fa battaglia nelle diverse regioni delle dipendenze e del disagio giovanile. È direttore insieme a Massimo Barra di una collana editoriale il cui nome “La strada e la scienza” rispecchia fedelmente il suo modo di essere e di lavorare.