Cassano al Parma promette che non farà cassanate. Non è vero, per fortuna

Ogni volta che cambia squadra giura che farà il bravo. Ma non ce la farà, e lo sanno tutti. È per questo che ci sta così simpatico

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Chapeau Cassano. La sua presentazione al Parma è uno show in pieno stile Fantantonio. Frecciate poco velate a chi lo ha appena abbandonato, richieste di fiducia a chi lo sta accogliendo, proclami e promesse sul suo carattere in perenne e tardiva maturazione. Anche ieri si è confermato: le accuse a Mazzarri, il desiderio di una stagione da protagonista, il sogno dei Mondiali: «In carriera ho dato il 30-40% di quello che potevo, ne ho fatto di tutti i colori, ma ora ho 31 anni e spero almeno di raddoppiare. Ho avuto grandi occasioni, ho giocato in grandi squadre, ma ho fatto più danni della grandine, però mi domando: se avessi avuto un po’ di testa dove giocavo, sulla luna da solo?»

LE “CASSANATE”. Spontaneo ed esoso, diretto e semplicione, le conferenze stampa di Antonio Cassano hanno sempre offerto battute e titoli graffianti a giornalisti e quotidiani. Eppure è difficile trovare qualcuno, tifoso o appassionato, che ormai non abbia imparato a prendere in simpatia il talento di Bari Vecchia, le sue tirate d’orecchie e gli annunci di colpi di genio. In principio era l’arrivo a Roma, destinazione scelta forte di un’offerta di 60 miliardi di lire, della possibilità di giocare al fianco del suo “libro di testo” Francesco Totti e dell’impegno di poter diventare una persona seria. Invece fu proprio nella capitale che nacque il termine “cassanate”, coniato da mister Fabio Capello per definire i colpi di follia del ragazzo. Erano gli anni delle bandierine spaccate, delle ragazze fatte entrare negli spogliatoi di Trigoria di nascosto, delle corna mostrate all’arbitro Rossetti. Il carattere spigoloso di Cassano destava sempre rabbia e fastidio tra la gente, e poco cambiò dopo l’avventura madrilena: anche lì si presentò giurando che sarebbe stato umile. Ma in Spagna giocò poco: ci si ricorda di lui più per le imitazioni che la tv spagnola fece del Gordito che per le reti in maglia blancos.

TORNA IN ITALIA E CAMBIA. Ma Cassano da lì si è trasformato: non suscita più avversione tra la gente, bensì simpatia e sorrisi. Perché il ragazzo si è addolcito, di stupidaggini ne fa di meno, ora tenta di far parlare di sé più per le giocate di classe che per le “cassanate”. L’indole ruvida non se n’è andata, ma ha iniziato a farsi apprezzare per i toni schietti con cui si è ripresentato in Italia. Perché Cassano ha iniziato a conoscersi e confessare i propri errori. Senza però disperarsi, ma cercando di ricominciare ogni volta. «Al Real è andata male, al 70% è stata colpa mia, ma ci sono state anche tante situazioni negative. Su questo devo migliorare», disse quando si presentò alla Samp, per poi salutarla quattro anni dopo per migrare a Milano. «qui per vincere scudetto, Champions League e Mondiale per club. Devo cambiare per forza. So che questa è l’ultima grande occasione della mia carriera. Se sbaglio anche qui, sono da rinchiudere in manicomio. Il Milan è come una famiglia, ci sono tanti campioni che danno l’esempio».

SINCERO E RUSTICO. Fino all’arrivo all’Inter, la scorsa estate: «Dopo c’è il cielo». Non si è mai risparmiato dall’esprimere in toto i suoi sentimenti: dal primo all’ultimo, anche quando si trattava di dover sparare siluri contro chi aveva segnato i suoi trasferimenti. Prima era Garrone, poi Galliani, ora Mazzarri. Cassano è uno tutto d’un pezzo, grezzo e sincero, rustico e spontaneo, dall’italiano a volte traballante ma sempre diretto nel messaggio. Ormai la gente lo sa, ha iniziato ad amarlo e apprezzarlo anche in quello. Aspettandolo in campo, dove brilla molto di più.

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