Borgna: «La speranza di Antonio Simone parla a tutti»

Intervista a Eugenio Borgna: «La testimonianza di Simone ci fa conoscere una realtà che stroncherebbe molti. Ma la fede che lo sostiene dona speranza anche a chi sta fuori»

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«Se mi piacciono le lettere di Antonio Simone? Dal punto di vista letterale della parola no. E come potrebbero? Sono lettere che si leggono con il cuore in gola, che documentano con freddezza, forza e coraggio una condizione di violenza innegabile, che si può affrontare solo se speranza e fede vivono nelle persone, così come albergano nel cuore di Simone». Quando parla Eugenio Borgna basta poco per capire con chi si ha a che fare. Si può ricordare che è primario emerito di psichiatria dell’Ospedale maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Milano, che è uno dei maggiori intellettuali del nostro paese, ma è da quello che dice che la sua personalità traspare. «San Vittore è in centro a Milano – spiega Borgna a Tempi – ma a colpirmi è la distanza psicologica e umana tra la vita che noi conduciamo liberamente e dignitosamente e quella del carcere, dove la dignità è calpestata, lasciando frantumi di quello che dovrebbe essere la libertà intima e psicologica».

A San Vittore la «dignità calpestata» raccontata da Simone ha molte facce: quella di 30 scarafaggi che ti fanno compagnia in stanza, quella di una cella di 7 metri quadrati «dove noi viviamo in sei» mentre per le direttive europee «un singolo porco ha diritto a 7 metri quadrati», quella di un marocchino che si taglia sulle braccia e sul collo in un raptus di autolesionismo. «Queste lettere hanno il potere di ridurre quella distanza psicologica e morale. Se conosciute e diffuse dovrebbero lacerare la nostra coscienza e indurre tutti, politici e non, a riflettere su questi fatti, inconcepibili per un uomo che va sulla luna». Ma l’indifferenza è dura a morire, le condizioni di vita nei sovraffollati penitenziari italiani vanno peggiorando di anno in anno e le carceri sono solo un argomento buono per riempire i giornali d’estate. «Noi siamo spesso indifferenti a questi problemi per via del pregiudizio che ci fa dire che chiunque va in carcere, ci va perché è colpevole, perché ha infranto le leggi morali che noi, pur tradendole mille volte, pensiamo invece di rispettare. Non distinguiamo neanche più la natura dei reati: un conto è stare in prigione per crimini di mafia, un altro perché si è in attesa del processo. La forza del pregiudizio è una mannaia che ci fa sentire liberi e tranquilli di non riflettere sull’angoscia delle persone che vanno in prigione». Da dove nasce il pregiudizio? «Oggi la sofferenza viene riconosciuta solo se assume una condizione individuale e sociale importante, diffusa al grande pubblico attraverso i media, come è stato nel caso del terremoto in Emilia, dove è stata compresa, anche se temo che sarà presto rimossa. La vita dei carcerati, invece, è come se non meritasse la nostra riflessione. Soffrire quando si è persone libere, come i terremotati, per noi è nobile e merita rispetto; soffrire in carcere invece è ritenuta una punizione a cui non vale la pena di guardare».

Simone è un carcerato come tanti, perché è importante che le sue lettere vengano pubblicate? «Perché Simone diventa involontariamente testimone di diritti falciati e lacerati, che dovrebbero indurre i politici per primi a fare qualcosa per porvi termine. Le sue lettere hanno il pregio di far conoscere a tutti con uno stile chiaro e freddo quelle condizioni che stroncherebbero tanti di noi e che lui invece affronta con coraggio, speranza, fede e fermezza. Riflettere sulla sofferenza, come le sue parole ci inducono a fare, è necessario se vogliamo essere non solo vicini al messaggio evangelico ma anche a quello umano».

Le lettere di Simone, però, non sono solo «dignità calpestate» e valori «frantumati». C’è anche spazio per la “speranza”, come si legge nella quindicesima lettera inviata a tempi.it: «Perché si tira avanti? Perché in carcere alcuni resistono, mentre altri si suicidano? (…) Qual è la mia speranza? È in una promessa: “Io ti salverò”. Mi è arrivata una lettera su cui era riportato quel che disse don Luigi Giussani in una predica nel lontano 1981. Ne condivido un passo con voi. «Dio è fedele – “Salvabo Te, noli timere” – Dio è fedele: per questo la promessa è già come l’adempimento, è già come esserci nel compimento felice»”. Il carcere, dunque, non è abitato solo dalla sofferenza, ma lascia spazio a una “promessa”. «La secolarizzazione di questo mondo – continua Borgna -, quella che spesso è la sua riduzione economica, ci svuota tutti della sensibilità e dell’ascolto, ci rende esistenzialmente lontani da tutte quelle condizioni di vita dove entrano in gioco valori apparentemente inutili e calpestati, quelli che si vedono in queste lettere». Qual è allora il pregio delle lettere di Simone? «La speranza contro ogni speranza che testimonia e che sola ci fa guardare oltre la sofferenza che viviamo tutti. È la fede che ci permette di dare un significato a tutto. E a me sembra, lo accenno in modo inadeguato, che la sofferenza di Simone, che dona speranza ad altri, sia il grande mistero della comunione dei santi. A volte intravedo questo mistero, ma faccio fatica a esprimere a parole quello che intuisco leggendo».

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