Manette e politica. L’errore di chi esulta

L’entusiasmo col quale i «sacerdoti delle manette» hanno salutato i recenti arresti è sospetto per almeno due ragioni. La prima è che non dovrebbe esserci nulla di che esultare per l’arresto di chi ha (eventualmente) commesso un reato. Gli arresti non sono la prova che la nostra democrazia sa eliminare le mele marce, ma, se mai, sono la sindrome della malattia di cui soffre. La corruzione è figlia del sistema dirigistico e burocratico che facilita l’invasione, da parte della politica, di ambiti propri della società civile e ne incrementa la naturale propensione alla ricerca dell’«utile», la categoria dell’Economia rispetto a quella di «giusto», propria dell’Etica (Benedetto Croce). Che i reati siano individuati e che gli (eventuali) colpevoli siano perseguiti è nell’ordine fisiologico delle cose in uno Stato degno di questo nome; confondere magistratura, polizia, carabinieri e manette con la politica è un’anomalia. Che risale all’interpretazione di Tangentopoli, quando la corruzione che presiedeva al finanziamento illecito dei partiti – fu attribuita alla disonestà personale di singoli politici e la possibilità di una sua soluzione fu affidata alla (improbabile) moralità del maggiore partito di opposizione (il Pci), peraltro finanziato non meno illecitamente dall’Unione Sovietica. Il punto più alto dell’ipocrisia nazionale fu raggiunto da parte di chi, in Parlamento, ignorò il discorso di Craxi, che sollecitava la politica a farsi carico delle disfunzioni del sistema e a porvi autonomamente rimedio. Se l’appello fosse stato accolto si sarebbe evitato di assegnare alla magistratura un ruolo di supplenza politica.

Che essa avrebbe, poi, esercitato, e ancora esercita, con misure che hanno finito con avere, e hanno, lo stesso effetto di quelle nell’Urss degli anni Trenta: di cambiare la classe politica per via giudiziaria invece che democratica. La corruzione non è diminuita, ma è aumentata, il Paese è nelle mani dei magistrati e, forse, non è neppure un caso che si sia escluso e si continui ad escludere di andare presto ad elezioni. Siamo tornati all’enunciazione (culturalmente regressiva) – ora ci si è messo pure Grillo – che il comunismo «è giusto, ma è applicato male». Caro Grillo, il comunismo, come ogni teoria filosofica della conoscenza – che è metafisica, astratta e trascendentale e che fallisce nella sua traduzione operativa – non è una filosofia sbagliata; «no, lo sbaglio sta nel voler applicare l’inapplicabile» (Giovanni Sartori). Marx aveva pur irriso allo Stato rappresentativo, aveva pur sostenuto che «l’importante era che cambiasse il soggetto storico e tutto sarebbe andato per il meglio, indipendentemente dalle forme (si capisce, “giuridiche”) in cui il nuovo soggetto si sarebbe organizzato, aveva pur preteso di costruire una teoria della “democrazia proletaria” e dell’estinzione dello Stato sulla base delle “labili intuizioni” della Comune di Parigi!» (Norberto Bobbio).

Piero Ostellino, “Manette e politica. L’errore di chi esulta”, Corriere della Sera, 10 maggio

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