Berlusconi, Letta, Napolitano, il Pd. L’irresponsabilità ha molte madri. E la catastrofe non è automatica

In questa crisi di governo ciascuno ha le proprie colpe. Ma anche la libertà di non arrendersi agli automatismi che portano allo schianto: usiamola

Anticipiamo l’editoriale che apparirà nel numero di Tempi in edicola da domani, giovedì 3 ottobre.

Alla vigilia del dibattito parlamentare richiesto da Enrico Letta e suggerito dal presidente Giorgio Napolitano, riceviamo una lunga e bella lettera di Silvio Berlusconi. La pubblichiamo volentieri e senza commento. Si commenta da sé, per la mole di ragioni e di evidenze che porta. Detto ciò, a giornale non ancora in stampa (serata di martedì 1 ottobre, per cui non siamo ovviamente nelle condizioni di registrare quanto emergerà in Parlamento), dopo la decisione maturata da Berlusconi di «porre un termine al governo» non ci sfugge la posta in gioco. E non ci sfugge nemmeno il fatto – ecco l’osservazione che facciamo alla lettera del leader Pdl – che Berlusconi non ha scelto la via della crisi a causa del “ricatto” di Letta sull’Iva, bensì a causa della sua condanna definitiva e a causa della condotta poco avveduta del Pd, suo alleato di governo, deciso ad affrettare i tempi della decadenza da senatore del suo avversario storico e ad accompagnarlo alla porta del parlamento come epilogo di un qualsiasi «caso personale».

Dunque, tanto può sembrare irresponsabile far cadere un esecutivo nato come ancora di salvezza per l’Italia. Tanto è irresponsabile che, mentre sventola la bandiera della salvezza nazionale e si sta al governo con lui, si faccia di tutto – a fronte dei suoi problemi giudiziari ben noti a tutti gli attori politici e istituzionali fin dalla nascita delle “larghe intese” – per spingere Berlusconi a rovesciare il tavolo. A parte il diritto alla difesa che gli è stato negato in sede parlamentare (diritto sostenuto perfino dal non sospetto Luciano Violante, il quale, in risposta, ha ricevuto insulti e aggressioni anche dall’interno del Pd), su tutto svetta la questione della retroattività della legge Severino. Tutti abbiamo potuto leggere sui giornali i pareri di illustri costituzionalisti, di destra e di sinistra (Capotosti, Onida, Ainis, Zanon, solo per citarne alcuni), che hanno espresso stessi dubbi e stesso consiglio: si può e si deve chiedere chiarimenti alla Corte costituzionale. A Berlusconi non è stato concesso neanche questo. In nome di che? Della responsabilità nazionale? Suvvia, non siamo ipocriti. Infine, il presidente della Repubblica ha richiamato l’urgenza di un’amnistia giusto il giorno in cui Berlusconi ha rovesciato il tavolo.

Tutto ciò per dire che l’“irresponsabilità” ha molte madri e nemmeno Enrico Letta ne è esente. Dopo di che, non ce n’è una sola, delle circostanze drammatiche che attanagliano l’Italia, che non gridi “pace” e non “vendetta”, “responsabilità” e non “muoia Sansone”. Che fare? Di certo non c’è nulla di automatico. Né le elezioni (tanto più con questa legge elettorale) né un governo rabberciato col voto di fiducia di transfughi rappresentano di per sé soluzioni. Perciò, vada come vada, tutto in democrazia si può fare. Purché, trovandoci al dunque di scelte decisive per il futuro di un popolo, ci si faccia – come si diceva una volta – un bel segno di croce e ci si metta una mano sulla coscienza. Usiamo questa libertà di non arrenderci agli automatismi che portano alla catastrofe. Ed evitiamoci, per favore, lo spettacolo clericale e inutile delle rampogne e dei mea culpa col petto degli altri.