Pensavamo fosse Tina Anselmi e invece era Ilaria Salis
La politica è il regno degli scambi di persona. Ogni stagione elegge il suo eroe e, puntualmente, qualche mese dopo scopre di aver letto male l’etichetta. Pensavamo fosse un Ranucci, era un Lavitola. Pensavamo fosse un Garibaldi, era un Vannacci. Pensavamo fosse un Mandela, era un Soumahoro. È il bello della democrazia: ogni tanto il marketing batte la merce.
Ma nel caso di Ilaria Salis la svista ha ormai assunto la regolarità della svirgolata quotidiana, o quasi. Ora che la signora è stata condannata dal tribunale di Milano a risarcire 300 mila euro per il licenziamento “senza giusta causa” di due collaboratori, uno dice: ancora? Possibile? Ma tutte a lei capitano?
Lei si professa innocente e non c’è motivo, avendo Salis già annunciato ricorso, di non essere cauti fino a sentenza definitiva. Lei lamenta di non avere ricevuto notifica degli atti e noi, in attesa di capirci qualcosa di più, possiamo solo registrare un fatto: la sentenza di primo grado ha accolto le richieste dei due ex assistenti, che – si è venuto a sapere solo ora – avevano uno un contratto co.co.co. e l’altra partita Iva.
Padroni e padroncini
Quindi, ops, c’è un problema. Perché puoi cavartela con molte scuse, ma se costruisci la tua immagine pubblica sulla difesa dei lavoratori, poi è difficile chiedere indulgenza usando argomenti che, di solito, attribuisci al primo Briatore che passa. È il destino di chi fa della coerenza una bandiera: quando inciampa, il fragore è più forte.
Così una parlamentare di Avs, partito che della lotta alla precarietà ha fatto uno dei propri vessilli, finisce per difendersi con giustificazioni che, dette da un imprenditore, verrebbero probabilmente archiviate sotto la voce “capitalismo straccione”. E allora è inevitabile che qualcuno rispolveri le sue invettive contro i «padroni e padroncini» e le battaglie per il salario minimo.
La preferenza è una cosa seria.
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L’errore originario
In fondo è sempre lo stesso copione. Prima il caso di Budapest, poi l’elezione al Parlamento europeo con la conseguente immunità, che per molti suoi avversari ha assunto il sapore di un salvacondotto politico. Poi le polemiche sulla permanenza nella stessa stanza d’albergo con un collaboratore. Adesso questa vicenda sui licenziamenti.
Ed è qui che si torna all’errore originario. Il problema non è tanto Ilaria Salis, che continua semplicemente a essere se stessa. Il problema è chi l’aveva trasformata in un’icona, convinto di aver trovato la nuova Tina Anselmi. E invece aveva soltanto trovato Ilaria Salis.
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2 commenti
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Curiosa la storia della mancata notifica degli atti. In sostanza la Salis ha una casa ma non ci abita mai. Sarebbe divertente se gliela occupassero, non è quello che lei stessa propone di fare alle case vuote?
Ilaria Salis è una persona molto particolare. Non scrivo l’aggettivo che mi viene esattamente in mente per descriverla, lascio ad altri la scelta. La sua viota “politica” è costellata di inciampi, chiamiamoli così. Attivista “di strada”, colleziona denunce e condanne definitive. Poi, con acume strabiliante, decide di andare a far casino in un Paese ad altissimo rischio per quelli come lei, e non si fa mancare di avere contatti con quelli della Hammerbande. Viene arrestata , e qui nasce la sua notorietà , come si sa. Accuse mai chiarite, mai provate, viuene rilasciata ed eletta. Poi la vicenda dell’immunità che le viene confermata per un voto, poi il caso dell'”assistente- convivente” , vicenda peraltro su cui Bruxelles non muove un dito, adesso l’ennesima tegola, la questione delle residenze di continuo cambiate dove lei in realtà non c’è mai, e pugni chiusi al Parlamento UE, viaggi a Cuba , interviste imbarazzanti, sostegno ai violenti Notav, non si finisce più.Che dire: una persona non particolarmente acuta, mi pare, oltre che priva di basi politiche vere.