L’appello di Delpini per Milano non può lasciare indifferenti

Di Pietro Giuliani
03 Settembre 2025
Il richiamo dell'arcivescovo a impegnarsi per la città con onestà e intelligenza non va fatto cadere. Nella società e nelle comunità ci sono le risorse per ripartire
L'arcivescovo di Milano, Monsignor Mario Delpini (Foto Ansa)
L'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini (Foto Ansa)

Caro direttore, sono rientrato da poco a Milano per gli ultimi giorni di ferie. Per noi meneghini, sempre di corsa e indaffarati, la possibilità di fermarsi è un fatto raro. Come me, tutta la città sembra ferma: saracinesche abbassate, parcheggi liberi, marciapiedi semideserti (per lo meno in periferia) e posti a sedere sui pochi autobus circolanti. Un silenzio innaturale. Solo i cantieri olimpici sembrano l’ultimo baluardo della movimentata capitale morale d’Italia. E a quanto si vede e legge sui giornali, sono gli unici cantieri che non hanno subito un blocco.

Le notizie su Milano, infatti, non sono andate in vacanza. Ogni giorno – e questo non sembra ancora fermarsi – abbiamo letto sulle pagine dei quotidiani di nuovi indagati, nuove intercettazioni e nuove voci che dicevano la loro opinione sul famigerato “modello Milano”. Una fra tutte, forse inizialmente inaspettata, mi ha colpito: l’intervista rilasciata al Corriere della Sera dall’arcivescovo Mario Delpini.

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Lo sguardo di un padre

Innanzitutto mi ha colpito che l’arcivescovo non si è voluto schierare nella becera battaglia tra i più garantisti e i più manettari. Cosa ovvia, direbbe qualcuno. In effetti, a una lettura superficiale, potrebbe sembrare uno sguardo banalmente democristiano quello di chi dice: «Ho stima e fiducia nei magistrati che svolgono il loro lavoro con coscienziosità e con la sincera ricerca della verità. Non di quelli che cercano la ribalta della notorietà e l’effetto politico degli indizi» – e così via includendo politici e giornalisti. Eppure, è lo sguardo possibile solo da chi è vescovo di tutti e quando dico tutti intendo tutte le persone. Non tutti i ruoli che essi svolgono nelle dinamiche sociali, ma proprio in quanto persone.

Sembra banale, eppure in una città in cui le persone non sono altro che users, è uno sguardo rivoluzionario, che solo un padre può avere, che guarda alla persona, alla coscienza, all’anima, al desiderio di verità e giustizia di ciascuno nel lavoro, non quello che il ruolo impone, perché si possono avere interessi e visioni diverse ricoprendo lo stesso ruolo. Quello che cambia è l’oggetto, non c’è alcuna interferenza nel riconoscere cosa è giusto e cosa è sbagliato, anzi, lo si dice apertamente: «Ho stima e fiducia negli amministratori che assumono la responsabilità del bene comune con onestà e intelligente lungimiranza. Ma non di quelli che asserviscono il loro potere a interessi di parte o personali».

L’invito a non guardare dal balcone

Il secondo aspetto che mi ha colpito è stata la richiesta di mettersi in gioco:

«Ci vogliono uomini e donne che siano forti e lucidi abbastanza per resistere alle pressioni dell’avidità, […] abbastanza preparati per argomentare che praticare la logica del bene comune prima del bene privato è una via più promettente dell’individualismo e dell’indifferenza. Ci sono uomini e donne così? Si facciano avanti!».

Un invito, una chiamata che non può lasciare indifferenti. Prima di tutto perché emerge che in ogni scelta che si fa in campo pubblico (ma non solo!) occorre una cultura, un ideale, una visione antropologica che possa dettare la direzione delle scelte (bene comune o individualismo?). E poi perché ho come rivisto il lavoro che io e alcuni amici stiamo portando avanti da qualche mese su tutto il territorio milanese: andare a conoscere realtà e persone che ogni giorno costruiscono, mattone dopo mattone – l’analogia con la casa è voluta –, quella comunità cittadina su cui anche Delpini ha dichiarato l’urgenza di intervenire e conservare.

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Che città vogliamo costruire?

Con l’aiuto di Lorenzo Malagola, parlamentare, e Matteo Forte, consigliere regionale, abbiamo lanciato un manifesto dal titolo “Milano, questo è il mio posto”, evidenziando la solitudine e le disuguaglianze in cui versa la città. Abbiamo quindi evidenziato tre punti di lavoro più urgenti: famiglia, e servizi ad essa connessi, casa e sicurezza. Tre tematiche in cui, più che altre, è emersa tutta l’ideologia dell’attuale amministrazione i cui sintomi sono sotto gli occhi di tutti. Tra i tanti: gli affitti delle case sono aumentati del 45 per cento in dieci anni, il costo d’acquisto del 58 per cento, gli stipendi medi solo del 18 per cento. Siamo solo all’inizio di un processo che porterà ad espellere chi non è disposto a dare più della metà del suo stipendio in una casa: il coefficiente di Gini superiore a 0,5, il più alto tra le metropoli italiane, è un altro sintomo.

Crediamo che già prima delle inchieste giudiziarie, che faranno il loro corso e di cui denunciamo un pericoloso e reiterato tentativo della magistratura di entrare nel campo politico, il modello Milano proposto dalla giunta Sala presentava ombre e storture preoccupanti per il bene comune della città. Noi crediamo che già nella società ci siano le risorse per rilanciare le persone e la loro comunità.

È proprio questo il punto su cui vogliamo lavorare e su cui anche Delpini ha messo l’accento: Milano deve tornare a ragionare con una logica di comunità cittadina, che tenga conto dell’imprenditore come dell’abitante delle case popolari, della realtà sociale di quartiere che aiuta i ragazzi nei compiti pomeridiani come dell’anziano che ha paura a muoversi sui mezzi pubblici, dell’investitore come della giovane famiglia che prova a mettere le radici comprando casa. Un’amministrazione prona alla legge della domanda e dell’offerta ha dimostrato la sua mancata forza e visione per una città sempre più escludente, in cui si aggiudica un posto solo chi ha abbastanza portafoglio per competere, in cui i tanti problemi sociali sono stati nascosti dalle ombre dei grattacieli.

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Una casa per i milanesi

Milano deve tornare a essere una casa fatta per le persone. Per essere casa, un luogo non ha bisogno di quattro mura e qualche mobile, i legami di appartenenza non si costruiscono col cemento. Occorre incontrare qualcosa o qualcuno con cui val la pena vivere insieme, val la pena dire “in un posto così vorrei tornare” o “da qui non me ne voglio andare”. Ma la città è sempre più composta da individui soli e senza legami, semplici consumatori di servizi sempre più carenti.

Serve passare dal modello usa e getta ad uno duraturo e di fiducia, fatto di legami per la crescita della persona in tutta la sua interezza. Per questo motivo, da settembre ricominceremo a lavorare quartiere per quartiere, incontrando opere e persone che rendono viva la città come la miriade di associazioni sportive e educative che intervengono dove il Comune non guarda. E, grazie a Dio, nel cammino si sono già aggiunte persone e amici liberi ed entusiasti di questo ironico tentativo. La sfida è grande e il tempo a Milano scarseggia sempre, ma è un tentativo per cui vale la pena rimboccarsi le maniche e costruire (o conservare) la città che vogliamo. Se non lo facciamo noi lo farà qualcun altro, legato forse a logiche più speculative.

Pietro Giuliani

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