Non bastano scuole e ruspe. Milano ha bisogno di missionari
«L’inclusione non è un progetto, è una trama di relazioni quotidiane» ci disse a luglio don Paolo Steffano, il sacerdote responsabile della Comunità pastorale del Gratosoglio, il quartiere di Milano dove lunedì mattina s’è consumata la tragedia che campeggia sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali. Quattro bambini rom (italiani, ma d’origine bosniaca) hanno rubato un’automobile con la quale hanno investito un’anziana, Cecilia De Astis, uccidendola. Alla guida c’era un ragazzino di tredici anni; con lui, sulla vettura, altri tre minori di dodici e undici anni.
Quell’intervista l’avevamo titolata “Milano vista da un’altra prospettiva” perché sentivamo l’esigenza – mentre del capoluogo lombardo si parlava dell’inchiesta sull’urbanistica, delle chat tra costruttori e politici, delle dimissioni del sindaco Beppe Sala – di trovare un punto di vista diverso per raccontare i problemi della “città da slegare”. Sì, certo: il problema abitativo. Sì, certo: il circo mediatico-giudiziario. Sì, certo: le responsabilità della politica. Ma, poi, fatte tutte le giuste analisi e trovate le migliori soluzioni, che si fa? Chi si dedica davvero, nei luoghi più complicati della città, a risolvere i problemi, a rispondere quotidianamente alle esigenze della gente, a promuovere un’integrazione che non sia solo una bella parola da convegno, ma fatica, sudore, redenzione?
La scuola e la ruspa
L’accampamento rom dove risiedevano i quattro ragazzini è stato sgomberato più volte in questi anni, e ogni volta si è riempito nuovamente con altre famiglie. Pare, ma non è una notizia confermata, che nessuno di loro andasse a scuola. Vivevano con le madri (i padri sono tutti in carcere) in mezzo a rifiuti, immondizia, escrementi. Cani perduti senza collare, in mezzo a coetanei che girano armati di coltelli, responsabili di piccoli e grandi furti, in un contesto dove la droga, le violenze e le occupazioni abusive sono la normalità.
Si capisce così che “l’opzione ruspa” – quella che ha subito invocato il ministro Salvini – è la scelta facile di chi pensa che questo sia un problema risolvibile solo, e velocemente, con la forza. Serve anche quella, non ragioniamo come le anime belle. Che alcuni minori siano sottratti a genitori che li hanno cresciuti come criminali, è una scelta dura, ma necessaria. Ma non si può pensare che sia l’unica. Così come ritenere che “basti mandarli a scuola” perché magicamente diventino cittadini modello è la pia illusione di chi non ha mai avuto a che fare con famiglie di questo tipo.

Si fa presto a dire “prevenzione”
È un lavoro più lungo e complesso quello che può portare a esiti positivi. È un lavoro che necessita di vicinanza e impegno senza orari per costruire quella che don Steffano chiama «trama di relazioni quotidiane». Così, si può rinascere e rendere effettiva e concreta quella “prevenzione” che tutti – in occasioni come queste – invocano, per poi dimenticarsene in fretta.
È un lavoro, letteralmente, da “missionari”: persone dedite a mettersi al servizio degli altri con spirito cristiano, senza pretese ideologiche e progetti studiati a tavolino. Come fanno, sempre a Milano, le suore di Carità dell’Assunzione nel quartiere Corvetto dove morì Rami; come fa don Steffano, che infatti in quella stessa intervista ci disse:
«Il primo punto è la continuità, perché se non crei un legame, se non sai farti interrogare dalla realtà, non puoi conoscere. È la realtà che ti cambia, che ti rende meno ideologico, se la ascolti. Quante cose, a un certo punto, abbiamo capito che andavano fatte in un modo diverso. Perché ogni terra ha le sue risorse. Se invece arrivi, porti la tua capacità e il tuo estro, ma non lo fai attecchire, non costruisci niente».
A ognuno il suo mestiere e a ognuno la sua vocazione. Ma se il presidente della Repubblica, il ministro degli Interni e il sindaco volessero fare una cosa giusta, dovrebbero andare oggi da questi “missionari” e chiedere loro: “Dimmi, cosa posso fare per aiutarti?”.
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