Non bastano scuole e ruspe. Milano ha bisogno di missionari

Di Emanuele Boffi
14 Agosto 2025
Il tragico caso dei bambini rom che hanno ucciso un'anziana rende urgente la valorizzazione di quelle realtà caritatevoli che già oggi sono presenti nei quartieri difficili. Altrimenti "prevenzione" è solo una parola vuota
Il punto di via Saponaro, nel quartiere Gratosoglio di Milano, dove una donna di 71 anni è morta investita da un'auto, 11 agosto 2025 (Ansa)
Il punto di via Saponaro, nel quartiere Gratosoglio di Milano, dove una donna di 71 anni è morta investita da un'auto guidata da bambini, 11 agosto 2025 (Ansa)

«L’inclusione non è un progetto, è una trama di relazioni quotidiane» ci disse a luglio don Paolo Steffano, il sacerdote responsabile della Comunità pastorale del Gratosoglio, il quartiere di Milano dove lunedì mattina s’è consumata la tragedia che campeggia sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali. Quattro bambini rom (italiani, ma d’origine bosniaca) hanno rubato un’automobile con la quale hanno investito un’anziana, Cecilia De Astis, uccidendola. Alla guida c’era un ragazzino di tredici anni; con lui, sulla vettura, altri tre minori di dodici e undici anni.

Quell’intervista l’avevamo titolata “Milano vista da un’altra prospettiva” perché sentivamo l’esigenza – mentre del capoluogo lombardo si parlava dell’inchiesta sull’urbanistica, delle chat tra costruttori e politici, delle dimissioni del sindaco Beppe Sala – di trovare un punto di vista diverso per raccontare i problemi della “città da slegare”. Sì, certo: il problema abitativo. Sì, certo: il circo mediatico-giudiziario. Sì, certo: le responsabilità della politica. Ma, poi, fatte tutte le giuste analisi e trovate le migliori soluzioni, che si fa? Chi si dedica davvero, nei luoghi più complicati della città, a risolvere i problemi, a rispondere quotidianamente alle esigenze della gente, a promuovere un’integrazione che non sia solo una bella parola da convegno, ma fatica, sudore, redenzione?

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La scuola e la ruspa

L’accampamento rom dove risiedevano i quattro ragazzini è stato sgomberato più volte in questi anni, e ogni volta si è riempito nuovamente con altre famiglie. Pare, ma non è una notizia confermata, che nessuno di loro andasse a scuola. Vivevano con le madri (i padri sono tutti in carcere) in mezzo a rifiuti, immondizia, escrementi. Cani perduti senza collare, in mezzo a coetanei che girano armati di coltelli, responsabili di piccoli e grandi furti, in un contesto dove la droga, le violenze e le occupazioni abusive sono la normalità.

Si capisce così che “l’opzione ruspa” – quella che ha subito invocato il ministro Salvini – è la scelta facile di chi pensa che questo sia un problema risolvibile solo, e velocemente, con la forza. Serve anche quella, non ragioniamo come le anime belle. Che alcuni minori siano sottratti a genitori che li hanno cresciuti come criminali, è una scelta dura, ma necessaria. Ma non si può pensare che sia l’unica. Così come ritenere che “basti mandarli a scuola” perché magicamente diventino cittadini modello è la pia illusione di chi non ha mai avuto a che fare con famiglie di questo tipo.

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Un fermo immagine  mostra i quattro ragazzini ritenuti responsabili dell'investimento di Cecilia De Astis, travolta e uccisa da un'auto a Milano (Ansa)
Un fermo immagine mostra i quattro ragazzini ritenuti responsabili dell’investimento di Cecilia De Astis, travolta e uccisa da un’auto a Milano (Ansa)

Si fa presto a dire “prevenzione”

È un lavoro più lungo e complesso quello che può portare a esiti positivi. È un lavoro che necessita di vicinanza e impegno senza orari per costruire quella che don Steffano chiama «trama di relazioni quotidiane». Così, si può rinascere e rendere effettiva e concreta quella “prevenzione” che tutti – in occasioni come queste – invocano, per poi dimenticarsene in fretta.

È un lavoro, letteralmente, da “missionari”: persone dedite a mettersi al servizio degli altri con spirito cristiano, senza pretese ideologiche e progetti studiati a tavolino. Come fanno, sempre a Milano, le suore di Carità dell’Assunzione nel quartiere Corvetto dove morì Rami; come fa don Steffano, che infatti in quella stessa intervista ci disse:

«Il primo punto è la continuità, perché se non crei un legame, se non sai farti interrogare dalla realtà, non puoi conoscere. È la realtà che ti cambia, che ti rende meno ideologico, se la ascolti. Quante cose, a un certo punto, abbiamo capito che andavano fatte in un modo diverso. Perché ogni terra ha le sue risorse. Se invece arrivi, porti la tua capacità e il tuo estro, ma non lo fai attecchire, non costruisci niente».

A ognuno il suo mestiere e a ognuno la sua vocazione. Ma se il presidente della Repubblica, il ministro degli Interni e il sindaco volessero fare una cosa giusta, dovrebbero andare oggi da questi “missionari” e chiedere loro: “Dimmi, cosa posso fare per aiutarti?”.

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