Il camioncino dei surgelati e l’overdose simbolica del governo

Vax day: così va in onda la storia della pandemia, condotta da un GF che ha scambiato l’elettorato per l’audience di un reality e lo tratta di conseguenza

Arrivo in Italia del furgone frigorifero carico di dosi di vaccino anti-Covid di Pfizer-Biontech

La grande sceneggiata della consegna dei primi vaccini in Italia è l’ultima chicca del reality show di governo, parodia di seconda classe del Grande Fratello, a cui si richiama nella abbreviazione “GF”, ridefinita nel “GF” del “Governo Farsa”.

L’affrettata esplicitazione che si trattasse di un percorso simbolico, quello del camioncino dei surgelati a domicilio che quasi parafrasava, come un insulto, quello del treno del 1920 con il corpo del Milite Ignoto, ha definitivamente affrancato la pandemia come narrativa di governo. Io non nego certamente il virus e la sua pericolosità, ma ne sottolineo lo sfruttamento incorniciato in una storia cominciata con un “c’era una volta” per finire con un “vissero tutti felici e contenti”. Ma chi?

Le storie sono un’organizzazione di simboli che, per essere di successo, richiede la condivisione dei medesimi codici tra chi narra e chi ascolta, insomma di una cultura comune tra i due. Il simbolo, inoltre, ci si propone come possibilità interpretativa, ha tanti significati tra cui noi ci aggiriamo per trovare la nostra strada, e non è la realtà. Né si può ricondurre la realtà alla dimensione simbolica perché, se quest’ultima fosse assunta a dimensione informativa di una azione, ne risulterebbe uno sconquasso onirico. Come questi ultimi anni di politica hanno dimostrato.

Immaginate voi che il GF, quello vero della tv, diventi il modello operativo per condurre la vostra quotidianità: che disastro! Ma ciascuno di voi è ben consapevole della distanza tra quel racconto e la vita vissuta e, dunque, prende le misure di conseguenza. A quanto pare per l’altro GF, del Governo Farsa, questa consapevolezza o manca o si rinnega in nome di un pubblico, meglio dire audience, perfettamente sovrapposto nei suoi caratteri ai cittadini votanti.

La storia narrata non è cominciata con la pandemia, ma si accelera con essa e afferma i suoi caratteri forti. Alcuni capitoli importanti.

A febbraio siamo confortati dal sapere che il Covid-19 è pressappoco un’influenza, che tuttavia poco dopo si impone con serrate e morti.

A maggio Silvia Romano Aisha diventa l’occasione per la celebrazione dei salvatori, con la conseguenza di offrire un ottimo rilancio al terrorismo e all’islamismo radicale.

A dicembre si ripete la celebrazione dei salvatori, questa volta in Libia e, questa volta, con tanto di georeferenziazione dell’evento.

Tra un episodio e l’altro, vengono costantemente riproposte le immagini di un presidente del Consiglio che, con piglio deciso, in maniche di camicia, si reca al tavolo di lavoro, impegnato negli affari di Stato: uno sguardo ammiccante di troppo in camera tuttavia rompe l’intruglio velenoso della finzione. Per finire con il camioncino del surgelato sanitario di queste settimane, il cui palese stridore con la realtà richiede una esplicita giustificazione: «Si tratta di un simbolo», ci spiegano, un percorso simbolico del salvamento.

Insomma, nel corso della storia abbiamo assistito a una progressiva esplicitazione della dimensione simbolica fino alla sua dichiarazione formale, nel camioncino frigorifero. Che è “altro da sé”. E qui casca l’asino.

Perché il simbolo è anche magia che non può essere svelata ma può solo essere compresa attraverso la propria fatica interpretativa che aiuta a passare dal mondo suggerito, ma irreale, a quello reale. Non si giustifica un simbolo dichiarandolo come tale, ma esso emerge per quello che è attraverso il percorso interpretativo che lo mette in correlazione con una realtà specifica che esso supera. Ma tra addicted, dipendenti e drogati, che hanno avviato una comunicazione simbolica, si ha la necessità di utilizzare simboli sempre più forti ed esclusivi, liberando sempre meno interpretazione, per sentirne gli effetti. Fino alla overdose, quando ci si sente costretti a fare outing per soddisfarsi: sì, nulla è vero di quello che racconto ma tutto è finzione che apre verso altri mondi, è simbolo.

Non che questo capiti sempre. Di certo non capita tra i professionisti. Ma qui non siamo tra professionisti della comunicazione, della politica, della comunicazione politica. Qui siamo tra gli spettatori di un reality show, il GF, che dopo averlo visto così a lungo credono di essere in grado di farlo loro. Invece non è così: le competenze degli autori non sono quelle del pubblico, anche il più affezionato, che resta un consumatore. Ma così va in onda la storia della pandemia, condotta da chi ha scambiato l’elettorato per un’audience e lo tratta a quel modo.

E funziona perché l’audience è innamorata dei sui personaggi: buoni e cattivi, belli e brutti, stupidi e intelligenti sono tutti reciprocamente necessari per le relazioni che le differenze permettono e che costituiscono il canovaccio su cui di dipana la sceneggiata: intrappolati.

Così è l’audience che non è in grado di cambiare il canale del GF. E così è l’elettorato che non è in grado di cambiare il canale dell’altro GF. Non resta che buttare via la televisione. Ma anche questa… è solo un simbolo.

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Marco Lombardi, autore di questo articolo, è direttore del dipartimento di Sociologia e del centro di ricerca Itstime dell’Università cattolica del Sacro Cuore

Foto Ansa