Uno studio conferma i sospetti: a febbraio il virus era in Italia già da settimane

A Milano 1 su 20 aveva gli anticorpi molto prima che iniziasse l’epidemia. Una ricerca molto seria alimenta i dubbi sulla trasparenza di Cina e Oms nell’emergenza coronavirus

Studi sul coronavirus in un laboratorio dell'ospedale Sacco a Milano

Uno studio scientifico dimostra che «il virus della Covid-19 stava già circolando a Milano già diverse settimane prima che iniziasse l’epidemia lo scorso 21 febbraio 2020». La notizia ha preso a circolare in queste ore, giustamente, perché conferma «quello che gli esperti già sospettavano»: «Secondo i risultati, all’inizio dell’epidemia il 4,6 per cento dei donatori aveva già gli anticorpi contro il coronavirus, percentuale che è salita al 7,1 per cento all’inizio di aprile».

I virgolettati sono tratti dal comunicato stampa comprensibilmente “abbottonato” diffuso dal Policlinico di Milano, che ha condotto lo studio in questione in collaborazione con l’Università degli studi, l’ospedale Luigi Sacco e lo Ieo (Istituto europeo di oncologia). Tuttavia i sospetti confermati dalla ricerca – aggiungiamo noi – non sono solo quelli degli esperti di virologia. Da tempo infatti molti elementi inducono a pensare che il governo italiano all’inizio abbia ampiamente sottovalutato l’epidemia, senz’altro incoraggiato nella sua ingenuità anche dalla linea fuorviante e colpevolmente prudente tenuta dall’Oms. 

E non è un caso se proprio l’Organizzazione Onu della sanità e la sua reticenza a lanciare l’allarme pandemia siano ora al centro di una serissima polemica internazionale. Come è ormai evidente, l’Oms si è fatta abbindolare dalle mistificazioni del regime comunista cinese, tese a diffondere nel mondo la favola della risposta “esemplare” di Pechino al coronavirus. Quanti, anche in Italia, insistono ancora oggi a decantare il cosiddetto “modello cinese”? In questo, l’ostinazione dell’Oms è imbarazzante, se non addirittura losca, come abbiamo scritto più volte

Ebbene, adesso c’è uno studio molto rigoroso condotto da istituzioni serissime che fa dire tutto questo ai dati. Soprattutto, fa dire ai dati quello che, appunto, ormai è più di un sospetto: la Cina ha lanciato l’allarme troppo tardi, quando i buoi erano già scappati dal recinto. Ovvero, mentre ancora a gennaio la scienza di regime tergiversava ad ammettere che il Sars-Cov-2 si diffondeva eccome tra uomo e uomo, con ogni probabilità il pericoloso virus era già uscito dai confini cinesi per sbarcare in Italia e chissà in quanti altri paesi.

Quanto ai risultati dello studio, eccone la sintesi contenuta nel comunicato:

«I ricercatori hanno selezionato un campione casuale di circa 800 donatori di sangue sani che frequentano abitualmente il Policlinico di Milano, dove è attivo il principale Centro trasfusionale con più di 40 mila donatori ogni anno provenienti da Milano e province lombarde. (…)

Secondo lo studio, “all’inizio dell’epidemia la sieroprevalenza di SARS-CoV-2 era del 4,6 per cento”: significa che 1 persona su 20 era già venuta in contatto con il coronavirus e aveva anche sviluppato un’immunità. “Durante le fasi dello studio caratterizzate dalle misure di distanziamento sociale – commentano i ricercatori – c’è stato un aumento progressivo di questa sieroprevalenza fino al 7,1 per cento”, con limiti di confidenza che arrivano al 10,8 per cento. Questo aumento si è riscontrato soprattutto nelle IgG, ovvero nelle infezioni meno recenti e quindi con una immunità già sviluppata, piuttosto che con le IgM. Inoltre, questo progressivo aumento della percentuale dei soggetti esposti si è riscontrato soprattutto nei più giovani, mentre le infezioni più recenti (segnalate dall’aumento delle IgM) erano associate soprattutto ai donatori più anziani. (…)

In conclusione, secondo lo studio il virus SARS-CoV-2 stava già circolando da tempo nella popolazione quando è iniziata ufficialmente l’epidemia; la pratica del distanziamento sociale sembra aver favorito soprattutto i più giovani, che hanno avuto il tempo di sviluppare un’immunità a lungo termine. Infine, in tutti i donatori che hanno mostrato positività al virus si sono verificate alterazioni nella conta delle cellule del sangue e nel profilo lipidico: due indizi che potrebbero aiutare a inquadrare meglio le persone asintomatiche, cioè quelle che pur avendo il virus in circolo (ed essendo per questo contagiose) non manifestano la malattia».

Per chi desidera approfondire, è disponibile la pubblicazione in anteprima dello studio su medRxiv, cioè, spiega sempre il Policlinico, «in una forma preliminare che precede la revisione e la diffusione sulle riviste scientifiche».

Foto Ansa