Perché l’Oms tutela più gli interessi cinesi che la sanità mondiale

Sponsorizzato da Pechino, così il direttore etiope Ghebreyesus ha sottomesso l’ente Onu per la salute al regime di Xi Jinping. Anche nell’emergenza coronavirus

Stavolta nemmeno il filo-democratico New York Times ha potuto dare torto a Donald Trump, che martedì 7 aprile ha twittato: «L’Oms sta veramente mandando tutto in malora. Nonostante sia lautamente finanziata dagli Stati Uniti, per qualche motivo è molto sino-centrica [China centric, ndt]. Analizzeremo la cosa. Fortunatamente a suo tempo ho respinto la loro indicazione di tenere aperte le frontiere con la Cina. Perché hanno dato una raccomandazione così sbagliata?».

Il presidente si riferiva alla dichiarazione ufficiale del direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus del 30 gennaio scorso per conto del comitato d’emergenza sul nuovo coronavirus: «Non c’è nessuna ragione per provvedimenti che interferiscano senza necessità col commercio e coi viaggi internazionali. L’Oms non raccomanda limitazioni al commercio e al movimento». Un’indicazione decisamente scriteriata, considerato che già da 17 giorni venivano registrati casi di Covid-19 fuori dalla Cina.

Titolava il New York Times di mercoledì 8 aprile: “Trump ha attaccato l’Oms sul coronavirus. Non è il solo”. E sottotitolava: “I critici dicono che l’Organizzazione mondiale della sanità si è mostrata troppo fiduciosa con la Cina e non ha sottolineato i suoi primi passi falsi”.

Sì, Trump non è il solo: il 28 marzo il vice primo ministro giapponese Taro Aso davanti al parlamento del suo paese aveva ribattezzato l’Oms “Chinese Health Organization”, organizzazione cinese della sanità, a motivo della sua subalternità a Pechino; il 31 marzo il senatore repubblicano della Florida Rick Scott chiedeva l’istituzione di una Commissione d’inchiesta del Congresso «sul ruolo dell’Oms nell’aiutare la Cina comunista a nascondere informazioni relative alla minaccia del coronavirus».

Già alla fine di febbraio scriveva Michael Collins del Council on Foreign Relations:

«Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato uno strenuo difensore della risposta del governo cinese al Covid-19. Il 28 gennaio Tedros ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping a Pechino. Dopo quell’incontro Tedros ha lodato la Cina per “aver creato un nuovo modello per il controllo delle epidemie” e la massima leadership del paese per la sua “apertura alla condivisione di informazioni” con l’Oms e altri paesi».

La Cina che aveva ritardato di 3 settimane la comunicazione dell’epidemia al resto del mondo e dove autorità regionali avevano fatto arrestare i medici che avevano cercato di far conoscere la situazione, e che ancora a fine gennaio censurava in tutti i modi gli organi di stampa e i giornalisti cinesi che indagavano sugli avvenimenti!

Prosegue Collins:

«Nonostante le prove crescenti della pessima gestione dell’epidemia e la crescente indignazione dell’opinione pubblica cinese a riguardo della censura governativa, Tedros resta impassibile. Il 20 febbraio alla Conferenza per la sicurezza di Monaco conferma il suo apprezzamento per la Cina dichiarando che “la Cina ha permesso al mondo di guadagnare tempo”. Mentre si profonde in lodi nei riguardi della Cina, Tedros non ha perso tempo nel criticare altri paesi per il loro approccio all’epidemia. Ha fatto appello alle nazioni perché non mettessero limiti ai viaggi dalla Cina e ha ammonito contro la “recriminazione o politicizzazione” dell’epidemia. I media cinesi danno molto rilievo alle lodi di Tedros nei confronti di Xi Jinping e alle sue critiche ai governi stranieri».

Al filo-cinese direttore dell’Oms è attribuibile anche il ritardo nella dichiarazione ufficiale della pandemia:

«Più preoccupante è il ritardo di Tedros nel dichiarare il Covid-19 un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale [Pheic nell’acronimo inglese, ndt]. Il 23 gennaio il comitato per l’emergenza dell’Oms si è spaccato sulla decisione di dichiarare una Pheic. Facendo valere la sua autorità ultima, Tedros ha deciso di aspettare nonostante l’ammissione che “questa è un’emergenza in Cina”. Una settimana dopo, ha dichiarato la Pheic. A quel punto i casi di Covid-19 erano decuplicati arrivando a 7.781 in 18 paesi. John Mackenzie, un membro del comitato esecutivo dell’Oms, ha dichiarato pubblicamente che l’azione internazionale sarebbe stata diversa senza il “riprovevole” offuscamento dell’estensione dell’epidemia da parte della Cina».

La Cina è stata un’importante alleata di Tedros Adhanom Ghebreyesus nella sua elezione a direttore generale dell’Oms il 23 maggio 2017. Tedros, laureato in biologia, è stato prima ministro della Sanità e poi ministro degli Esteri dell’Etiopia, il paese dell’Africa orientale dove è indirizzata la maggiore quota di investimenti cinesi. Da soli gli investimenti cinesi rappresentano il 60 per cento di tutti gli investimenti esteri diretti (Fda) in Etiopia, che l’anno scorso ammontavano a 2,5 miliardi di dollari.

Alcuni mesi prima dell’elezione Tedros fu invitato a parlare all’Università di Pechino, dove auspicò una più intensa cooperazione fra la Cina e il i paesi del Sud del mondo in materia sanitaria. Il giorno dopo la sua elezione, Tedros confermò ai media statali cinesi che lui e l’Oms avrebbero continuato a praticare il principio “una sola Cina”, che esclude Taiwan da rapporti diretti con l’Oms.

Questo fatto ha già creato problemi in passato, e sembra averne creati anche in occasione di questa epidemia, se è vero quello che scrive il Wall Street Journal del 6 aprile:

«Dirigenti di Taiwan avvisarono l’Oms il 31 dicembre scorso che avevano prove che il virus si poteva trasmettere da un essere umano all’altro. Ma l’agenzia, in omaggio a Pechino, non ha un rapporto normale con Taiwan. Il 14 gennaio l’Oms lanciava un tweet: “Indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato chiare prove di trasmissione fra esseri umani”. All’agenzia ci volle un’altra settimana per correggere queste informazione sbagliata».

Indizi eloquenti della subalternità dell’Oms e in particolare del suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus non mancano. Uno dei primi atti del nuovo direttore entrato in carica il 1° luglio 2017, fu di nominare ambasciatore di buona volontà dell’Oms per le malattie non trasmissibili nell’ottobre dello stesso anno niente meno che Robert Mugabe, l’allora 93enne dittatore che in 37 anni aveva trasformato lo Zimbabwe, paese a medio reddito, in un caso disperato di corruzione, malgoverno e miseria diffusa, senza parlare delle violazioni dei diritti umani su vasta scala. Durante il suo lungo regno il Pil dello Zimbabwe è diminuito del 40 per cento, trascinando nel baratro i servizi sanitari: Mugabe, come i suoi ministri, si faceva curare all’estero.

Quali meriti aveva allora l’anziano presidente? Senz’altro quello di essere l’alleato storico in Africa della Cina, il paese che aveva finanziato la sua organizzazione guerrigliera (lo Zanu) al tempo della lotta contro il regime segregazionista dell’allora Rhodesia governata dai bianchi, mentre  l’organizzazione rivale dello Zapu era finanziata dall’Unione Sovietica. Alla Cina poi Mugabe dapprima come primo ministro e poi come presidente aveva aperto le porte dello Zimbabwe. L’alzata di scudi internazionale contro la nomina, definita da alcuni «un insulto», convinse Tedros a ritirare il provvedimento nel giro di una settimana.

Non sono invece bastate le proteste di molte organizzazioni internazionali per la protezione della fauna selvatica e delle associazioni animaliste a impedire che l’Oms iscrivesse la medicina tradizionale cinese nel suo Global Medical Compendium nel maggio dello scorso anno. Com’è noto, molti rimedi tradizionali cinesi utilizzano parti di animali in via di estinzione, come tigri e rinoceronti. L’Oms ha risposto tartufescamente alle critiche affermando che l’inserimento delle pratiche cinesi nella sua guida non implica la sua approvazione dello sfruttamento di animali selvatici proibito da convenzioni internazionali.

L’influenza che la Cina sta esercitando all’interno dell’Oms è tanto più sorprendete in quanto la sua quota di partecipazione è molto inferiore a quella di un paese come gli Stati Uniti. Nel biennio 2018-19 la Cina ha versato 86 milioni di dollari contro gli 893 milioni di Washington. È facile intuire quale sarà uno dei cavalli di battaglia di Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo mese di novembre.

Foto Ansa