Una scuola è un'opera se c'è un popolo che la sostiene

«Se un istituto paritario vuole presentarsi al pubblico come scuola di qualità deve anche avere una “comunanza di ideale” ben riconoscibile e basi aziendali solide». Lettera al direttore

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Caro direttore, ho lavorato nella scuola per 43 anni, come docente e come preside, di questi 33 in scuole cattoliche, e oggi sono grato a Dio e agli uomini che mi hanno consentito di fare con grande soddisfazione questo bellissimo mestiere. Ho letto la lettera di Tommaso Tornaghi, docente di grande valore che ben conosco, sul futuro delle scuole di ispirazione cattolica e la tua risposta. Sono ambedue interventi preziosi perché non ripetono le solite lamentele, trite e ritrite, sulla “scuola paritaria maltrattata dallo Stato”, ma entrano in merito alla situazione presente con indicazioni di lavoro decisamente interessanti. Senza tornare su quello che scrivete, che condivido in tutto, faccio qualche osservazione che potrebbe essere utile a evidenziare che cosa è necessario oggi fare.

Oltre a non intervenire in alcun modo a sostegno della scuola paritaria, tartassandola anzi con vincoli e orpelli che la soffocano, lo Stato italiano, in materia scolastica, ha una seconda grave colpa: non fa nulla per arrivare a una valutazione effettiva della qualità didattica ed educativa dei singoli istituti scolastici. Da molti anni il Ministero fa grandi progetti per la valutazione delle scuole, e ci spende anche tanti soldi, ma evita accuratamente di arrivare a produrre un’effettiva graduatoria del valore delle diverse scuole: una valutazione che non arrivi a documentare che questa scuola è migliore di quella è inutile. In questo senso, pur con limiti facilmente rilevabili, l’indagine che la Fondazione Agnelli pubblica ogni anno è decisamente preziosa e inizia ad avere effetti tangibili sull’andamento delle iscrizioni ai singoli istituti scolastici.

Sono convinto che una delle prime ragioni per cui gran parte dell’opinione pubblica in Italia sia sostanzialmente indifferente al futuro della scuola non statale stia nel fatto che una buona fetta delle “scuole private” italiane garantiscono ai propri studenti un livello di preparazione bassissimo, sono “diplomifici” nel gergo comune. Perché mai lo Stato dovrebbe sostenerle economicamente? Penso che le scuole non statali di buon livello, e sono tante, debbano costituire un cartello di “scuola di qualità”, documentando il marchio con numeri e dati tangibili per arrivare a differenziarsi, nell’immaginario pubblico, dalle comuni “scuole private”. Al liceo Don Gnocchi abbiamo lavorato tantissimo in questa direzione, con ottimi risultati sul piano dell’incremento degli iscritti e quindi della sostenibilità economica.
Una scuola non statale che vuole presentarsi al pubblico come scuola di qualità deve individuare obiettivi chiari e qualificati e perseguirli con serio impegno. Io ne vedo tre assolutamente prioritari:
1) Tu scrivi che occorre ricordarsi che una scuola paritaria è “un’opera” e un’opera o è visibile o non è. Come le idee non si propagano solo per libri e teoremi, ma attraverso esempi e gente che le incarnano, così una certa idea di uomo, di libertà, di fede non si trasmette solo perché è giusta, ma servono persone che si uniscano, che ci mettano dei soldi e del tempo, che tirino su scuole con i chiodi e col martello. Che una scuola sia un’opera significa in primo luogo che ha un popolo attorno che la sente come propria, che la sostiene e la pubblicizza, ognuno a suo modo e con le risorse che ha; un’opera, per sua natura, non si riferisce solo a se stessa, ma esprime un’esigenza condivisa anche da chi non ricopre alcun ruolo al suo interno. Il liceo Don Gnocchi è nato a Carate Brianza tanti anni fa dall’iniziativa di un manipolo di persone che erano certe di offrire un servizio prezioso al territorio; in cinque anni è passato da 21 a 360 iscritti perché questo manipolo si è allargato moltissimo e ha svolto un’opera efficacissima di promozione della scuola. Le iscrizioni sono calate e la scuola è entrata in forte crisi quando questo legame organico con una realtà esterna di persone si è molto affievolito. Negli ultimi due anni è stato fatto un lavoro intelligente e determinatissimo in questa direzione e le iscrizioni in entrata sono raddoppiate in un botto. Al Don Gnocchi ci sono stati tanti insegnanti che, pur vivendo in seria ristrettezza economica familiare, hanno rinunciato alla possibilità di passare alla scuola statale: abbiamo trovato il modo di rendere economicamente sostenibile la loro scelta e abbiamo potuto farlo perché intorno alla scuola c’era un popolo che la sosteneva. Voglio dire che nella tradizione del mondo cattolico, e non solo, un’opera sociale è tale se appartiene al popolo in termini tangibili e riconoscibili e ciò ne garantisce la sostenibilità a ogni livello, quello economico compreso.
2) Una comunanza di ideale che detta il clima dell’istituto e il suo indirizzo deve essere riconoscibile e documentabile in modalità di esperienza quotidiana, di lavoro didattico e di livello culturale in uscita. Il problema non è innanzitutto che in molte scuole cattoliche questa “comunanza di ideale” sia ben poco riconoscibile, ma che tante scuole cattoliche non ritengono necessario dedicare tempo e lavoro a questo scopo.
3) Oggi fra le scuole cattoliche, e in particolare fra quelle nate nel solco dell’esperienza educativa di don Luigi Giussani, ce ne sono troppe che si reggono su basi aziendali fragilissime. Ho diversi amici che in questi giorni hanno deciso di accettare il posto in una scuola statale lasciandone una non statale. La prima ragione è che la loro scuola ha un numero tanto ridotto di iscritti che le possibilità di sopravvivenza a breve termine sono decisamente ridotte. È semplicemente folle tirare avanti un’azienda scolastica che applica un contratto di lavoro che prevede uno stipendio netto mensile di 1100 euro e perde denaro ogni anno! Bisogna chiudere quelle che non si reggono in piedi e sostenere quelle che si sono conquistate un effettivo riconoscimento pubblico; in questo modo è prevedibile che nel giro di un po’ di anni sarà possibile riprendere ad aprirne di nuove.
Foto Ansa

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