Umani dentro il mondo digitale

Di Matteo Brogi
11 Dicembre 2025
Come da un’intuizione è nato Gruppo E, «un luogo di libertà, crescita personale e responsabilità sociale». Parla il presidente Davitti: «L’Ai cambierà il mondo, ma darà nuove possibilità»
Un locale della sede di Gruppo E a Firenze
Un locale della sede di Gruppo E a Firenze

Quando si parla di tecnologia, di cloud, cyber security o intelligenza artificiale, si pensa spesso a un mondo distante, popolato da linguaggi tecnici e processi automatizzati. Nel racconto di Stefano Davitti, però, tutto questo prende una direzione diversa: quella della persona. Presidente e amministratore delegato di Ergon, azienda fiorentina da cui è nato il Gruppo E, Davitti guida una realtà che conta cinque società, tre business unit e oltre cento collaboratori. Un ecosistema di competenze che opera come un’unica impresa e che aderisce alla Compagnia delle Opere (Cdo), con cui condivide un’idea molto chiara di impresa: il lavoro come luogo di crescita, responsabilità e bene comune.

Stefano Davitti, Ceo e fondatore del Gruppo E
Stefano Davitti, alla guida del Gruppo E

Il percorso personale di Davitti non nasce nei laboratori di informatica, ma dalla responsabilità. A 23 anni si ritrova a guidare l’azienda di famiglia e quell’esperienza diretta gli permette, giovanissimo, di intuire che il futuro passa dalla capacità di organizzare l’informazione. Così trasforma l’impresa familiare in una banca dati nazionale sulle proprietà immobiliari e sulla affidabilità creditizia: a metà anni Ottanta, quando internet non esisteva ancora, Davitti pensa già alla consultazione online dei dati. È il primo seme dell’avventura. Qualche anno più tardi, grazie all’incontro con un amico system integrator, matura l’idea – allora ardita – di fondare in Toscana un’azienda It strutturata. Nel 2005, da un piccolo gruppo di tecnici incontrati quasi per caso, nasce Ergon. Da allora, la crescita è continua: nel 2010 l’acquisizione del ramo software Estrobit; nel 2015 la riorganizzazione societaria e l’inizio della partnership con Mediasecure, che spalanca la porta alla cyber security e porta alla partecipazione in MgaLabs; nel 2018 la nascita formale del Gruppo E; nel 2023 l’ingresso nell’intelligenza artificiale con Memori; nel 2024 la fusione di Ergon e Mediasecure.

Tre unità, un’unica visione

Oggi il Gruppo E opera con una struttura che integra in un’unica proposta competenze diverse raggruppate in tre business unit: Next Generation Infrastructures, per infrastrutture It di nuova generazione, datacenter, applicazioni e networking; Information security, con servizi avanzati di sicurezza, governance e Ot security; Innovability, l’area dedicata allo sviluppo sostenibile, all’intelligenza artificiale, alla business intelligence e ai progetti Esg – che si allineano ai criteri environmental, social and governance (ambientale, sociale e di governance) di valutazione delle performance di un’impresa anche sul piano della sostenibilità e della responsabilità sociale. «Siamo più aziende», spiega Davitti, «ma ci muoviamo come un’unica realtà sotto il brand Gruppo E. La nostra forza è la complementarità».

In tutto questo, il concetto di transizione digitale sostenibile svolge un ruolo chiave. «La sostenibilità non è solo quella energetica o ambientale», chiarisce. «Produciamo report da sei anni e bilanci di sostenibilità da tre: sono strumenti che ti obbligano a guardarti dentro, a valutare l’impatto reale del tuo lavoro. Per noi sostenibilità significa anche reinvestire sul territorio: dal 2021, per esempio, finanziamo gli scavi archeologici di San Casciano dei Bagni, un patrimonio unico del paese». Accanto alla responsabilità verso l’esterno, per Davitti c’è quella verso chi lavora: «Abbiamo sedi distaccate a Siena, Pistoia, Milano, Perugia. Vogliamo che le persone stiano bene, che abbiano un luogo di lavoro vicino, che faciliti la vita. Siamo nati in smart working: per noi è naturale mettere la persona nella condizione migliore per lavorare».

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Il Manifesto della Cdo

È forse questo il punto più evidente del metodo Ergon: «Per ottenere il meglio dalle persone, devi farle partecipare al gioco», racconta. «Crescita professionale, possibilità di incidere, contributo alle decisioni: tutto è perfezionabile. Chi arriva deve sentirsi libero di proporre. E il benessere creato viene condiviso, tutti i settori hanno piani di incentivi». Il risultato è un ambiente che cresce e attrae: solo nell’ultimo anno sono entrate quasi trenta persone. Una struttura con molti soci nei ruoli chiave, che consente «una capillarità umana che ci permette di non perdere il contatto diretto con i collaboratori».

Per Davitti l’azienda è un “microcosmo sociale”: «Il benessere personale ed emotivo di chi lavora è un dovere quotidiano. Porte aperte, poche gerarchie, ascolto costante: l’atteggiamento deve essere quello del rispetto e dell’accoglienza. È lo stesso spirito che ritroviamo nella Cdo». Il legame con la Cdo nasce da conoscenze comuni, ma presto diventa molto più di una rete: «La Cdo ci ha accompagnato durante una fase di crescita. Oggi vogliamo restituire, mettendoci a disposizione per raccontare la nostra esperienza e collaborando su progetti specifici. I princìpi del Manifesto del Buon Lavoro – la persona al centro, il valore sociale dell’impresa, la crescita condivisa – sono esattamente ciò che ci guida» e rappresenta una fotografia fedele del Dna aziendale.

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Un tratto semplice e profondo

Guardando avanti, Davitti non ha dubbi: «La tecnologia corre, e questo per noi è un bene: più è complesso un sistema informativo, più è stimolante. Cyber security e cloud sono ormai maturi; il nuovo fronte è l’intelligenza artificiale». Non è una minaccia all’uomo: «La paura nasce dalla non conoscenza. Le rivoluzioni tecnologiche hanno sempre creato lavoro, non distrutto. L’Ai cambierà il modo di lavorare, ma offrirà anche nuove opportunità a chi avrà voglia di intraprendere».

C’è un’unica incognita reale: la distanza tra innovazione e istituzioni. «La società corre più veloce delle norme. Questo sì, può generare problemi. Ma è una sfida comune, e va affrontata insieme». Nella storia personale e imprenditoriale di Stefano Davitti emerge un tratto semplice e profondo: la tecnologia è uno strumento, non un fine. Il fine resta l’uomo. È la stessa intuizione che guida il Manifesto del Buon Lavoro e che permette di raccontare, attraverso il Gruppo E, un’Italia che cresce senza dimenticare che ogni impresa nasce sempre da un incontro tra persone.

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di dicembre 2025 di Tempi. Abbonati per sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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