La bolla dell’Ai sta per scoppiare? Calma

Di Piero Vietti
10 Dicembre 2025
L'intelligenza artificiale riuscirà a mantenere le proprie rivoluzionarie promesse ed essere economicamente sostenibile? Per saperlo bisogna prima rispondere a un'altra domanda: chi la governa?
Il Ceo di OpenAi, Sam Altman, in visita all'incubatore di startup Station F, a margine dell'Artificial Intelligence Action Summit, a Parigi
Il Ceo di OpenAi, Sam Altman, in visita all'incubatore di startup Station F, a margine dell'Artificial Intelligence Action Summit, a Parigi, lo scorso 11 febbraio (foto Ansa)

Da due anni l’intelligenza artificiale è diventata la protagonista indiscussa dell’economia globale. Ha ridisegnato i mercati finanziari, riscritto le strategie delle grandi aziende, alimentato entusiasmi, paure, profezie e contro-profezie. E, come accade sempre quando una tecnologia promette di cambiare tutto, la domanda che improvvisamente tutti si pongono è se l’Ai sia davvero la prossima rivoluzione o, al contrario, la prossima grande bolla destinata a sgonfiarsi con la stessa rapidità con cui si è gonfiata.

Qualcosa non va nel magico mondo dell’Ai

Anche gli analisti più ottimisti non nascondono che qualcosa non va. Le valutazioni di mercato delle aziende che sviluppano programmi di intelligenza artificiale sono cresciute a velocità vertiginosa, spesso molto più del loro effettivo fatturato. Gli investimenti in infrastrutture — data center, chip, modelli sempre più grandi — hanno raggiunto cifre gigantesche, mentre i ritorni economici, pur in crescita, non sempre giustificano l’ondata di capitali che continua a riversarsi sul settore.

Perfino alcuni sviluppatori e dirigenti di aziende leader, come Sam Altman di OpenAi, la società che ha inventato ChatGPT, ammettono che lo scenario di una bolla non è più un tabù. Parlano, con sorprendente franchezza, di un mercato gonfiato dalle aspettative, in cui il valore promesso supera di gran lunga il valore effettivamente realizzato.

Non è come la bolla delle dot-com

E tuttavia sarebbe troppo facile — e forse troppo affrettato — decretare che l’Ai sia solo l’ennesima illusione speculativa. Molti osservatori avvertono che siamo ancora in una fase embrionale, in cui i benefici reali devono emergere nel tempo e non possono essere misurati con i parametri trimestrali della Borsa. Le grandi imprese che utilizzano l’intelligenza artificiale per automatizzare processi, incrementare produttività o sviluppare nuovi servizi mostrano risultati solidi. Anche la concentrazione degli investimenti in pochi colossi, che per alcuni è un segnale di fragilità, per altri rappresenta la capacità di sostenere costi enormi che un tempo avrebbero impedito qualsiasi innovazione di scala.

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Il parallelo con la bolla delle dot-com, evocato da molti commentatori, è solo parzialmente calzante. All’inizio degli anni Duemila il mondo investiva miliardi in aziende che non avevano né clienti né prodotti funzionanti. Oggi, invece, parte dell’Ai è già utilizzata da milioni di persone e sta trasformando concretamente settori come sanità, manifattura, finanza e pubblica amministrazione. Se una bolla esiste — osservano i più prudenti — non riguarda il fatto che l’intelligenza artificiale sia inutile, ma il ritmo con cui il mercato scommette sui suoi potenziali scenari futuri. L’euforia potrebbe ridimensionarsi, alcune aziende potrebbero sparire, altre consolidarsi. Ma il movimento di fondo potrebbe continuare per anni.

intelligenza artificiale
Immagine generata con l’intelligenza artificiale da ChatGPT (DALL·E)

Chi governerà l’intelligenza artificiale?

Leggendo le analisi più serie, l’impressione è che entrambe le posizioni contengono un pezzo di verità. Da una parte, una bolla dell’Ai è possibile (per Martin Vanden Meyer sullo Spectator la domanda non è se scoppierà, ma quando). Non si tratta di negare l’evidenza: quando il divario tra promessa e realtà si allarga troppo, il rischio di una correzione violenta aumenta. Ma è altrettanto ragionevole riconoscere che l’intelligenza artificiale rappresenta un cambio di paradigma, una trasformazione tecnologica reale il cui impatto si dispiegherà nel tempo, con intensità e velocità difficili da prevedere.

Di fronte a questo quadro, la domanda più importante non è se la bolla ci sia già, o se scoppierà domani. La domanda vera è un’altra: chi governerà l’intelligenza artificiale? Perché ciò che accadrà nei mercati dipende molto meno dalla tecnologia in sé e molto più da come imprese, Stati e società civile sapranno orientarla. Un’Ai dominata dalla logica dell’hype — investimenti freneticamente alla ricerca del prossimo miracolo — è fragile per definizione. Un’Ai integrata in settori produttivi reali, accompagnata da norme chiare, sostenuta da infrastrutture solide e guidata da obiettivi razionali, ha invece la possibilità di essere una forza positiva e duratura.

La bolla dell’intelligenza artificiale non è un destino, ma un rischio

In altri termini: la bolla non è un destino, ma un rischio. E i rischi, a differenza dei destini, possono essere gestiti. Quello che serve oggi è un equilibrio nuovo, culturale prima ancora che economico: riconoscere che l’Ai non è un giocattolo né una minaccia cosmica, ma uno strumento potentissimo, capace di generare valore solo se collocato dentro una visione umana e politica.

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Forse la bolla dell’Ai esiste già. Forse no. Forse scoppierà tra qualche mese, o forse non scoppierà affatto (o forse, come scrive Tyler Cowen su The Free Press, ci conviene credere che sia una bolla). Ma il punto decisivo resta lo stesso: non è l’Ai a determinare il nostro futuro, siamo noi a determinarlo con il modo in cui la guidiamo. In questo senso, più che temere la bolla, dovremmo temere la mancanza di governo. Perché una tecnologia senza guida non è mai soltanto un rischio finanziario: è un rischio per la civiltà.

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