La formula della vitalità
Per qualche anno è stato uno dei misteri più indagati dagli appassionati di ciclismo. Che cos’è la strana bevanda rossa che i corridori dell’Uae e della Lidl-Trek bevono avidamente appena passato il traguardo di ogni tappa? Le foto di un certo Tadej Pogačar e degli altri campioni quasi aggrappati a quelle bottigliette piene dell’enigmatico liquido color amarena diventavano virali, le ipotesi si moltiplicavano. Il giallo del “Pogačar’s secret recovery drink” aveva creato spontaneamente il perfetto hype – come si dice nel marketing – per trasformare in successo il lancio, sei mesi fa, di Magic Cherry, il nuovo integratore Enervit a base di ciliegia.
Quando in Enervit si dice che “la forza sono le persone”, non è il solito slogan che qualunque azienda ripete senza bisogno di crederci. Qui è proprio una questione fattuale. «Per un paio d’anni Magic Cherry lo abbiamo prodotto esclusivamente per loro, gli atleti delle squadre di ciclismo di cui siamo sponsor tecnici», racconta a Tempi l’amministratore delegato Pino Sorbini. «È un estratto di una ciliegia che esiste solo in Polonia e che ha una carica di antiossidante e di polifenoli straordinaria. Lo abbiamo messo a punto con Pogačar e il team, dopo di che l’abbiamo lanciato sul mercato».

«Mettere la persona davanti a tutto è il valore principale per ogni successo che abbiamo avuto». Lo dice Maurizia, sorella di Pino, nel film-documentario realizzato con Sky Sport e uscito nel marzo scorso per i 70 anni dell’azienda. E se Pino non lo ripete esplicitamente con le stesse parole, il suo racconto ne è tuttavia una dimostrazione continua. A un certo punto dell’intervista invita a sedersi al tavolo con Tempi il dottor Riccardo Pina, il suo direttore generale dell’industria e dell’innovazione, perché renda il concetto di “persona davanti a tutto” con il dovuto dettaglio tecnico.
Ricerche e brevetti
Pina è amministratore delegato di Equipe Enervit, «la società del gruppo che si occupa di ricerca, pubblicata su riviste scientifiche internazionali, di informazione, di formazione (soprattutto a medici e nutrizionisti) e di consulenza agli atleti. In pratica ideiamo e sviluppiamo concetti scientifici spesso molto innovativi per risolvere problemi che ci pongono sportivi di altissimo livello, poi utilizziamo queste esperienze anche per ottimizzare prodotti da mettere sul mercato, in alcuni casi protetti da veri e propri brevetti».
Un esempio recente è la linea chiamata Enervit C2:1. Pina rievoca il lungo lavoro iniziato nel dicembre di 5 anni fa durante un ritiro del team Uae in Spagna proprio intorno a Pogačar e ai suoi compagni, in collaborazione con il nutrizionista Gorka Prieto. Come sanno gli amanti del ciclismo, il problema era come permettere a questi fenomeni di assumere le grandi quantità di zuccheri richieste dallo sport senza causare disagi intestinali. Per capirci: nel caso di un professionista come Pogačar, il fabbisogno può arrivare addirittura a 120 grammi di carboidrati all’ora. Sono un etto e venti di zuccheri. Hai voglia a metabolizzare. Fatto sta che alla fine l’Equipe Enervit è riuscita a trovare la miscela brevettata con il giusto bilanciamento, «che in questi anni di studi e sperimentazioni si è rivelato essere un rapporto tra maltodestrine e fruttosio di 2 a 1», spiega Pina. «Ecco perché si chiama così, C2:1, che sta per carbo 2 a 1».
Poi è chiaro, «certe quantità», precisa Sorbini, «hanno senso per chi deve arrivare in fondo alle corse ciclistiche, per chi deve giocare a tennis per 4 o 5 ore ai tornei dello Slam. Per un amatore vanno bene anche 60 grammi all’ora, ma il prodotto è esattamente lo stesso».

Qualcuno ha bisogno di una soluzione per risolvere un problema, si rivolge a Enervit e prende vita una storia. La persona davanti a tutto. È una dinamica che si è ripetuta chissà quante volte negli anni, tanto che la vicenda stessa dell’azienda è tutto un susseguirsi di nomi e aneddoti.
Enervit nasce come Also Laboratori nel 1954 a Milano. Fondatore Paolo Sorbini, papà di Pino, di Alberto, oggi presidente di Enervit, e di Maurizia. «Mio padre aveva una vera fissa per l’alimentazione, diceva che mangiare bene è la migliore delle medicine». All’inizio però la ditta commercializzava i preparati della tedesca Schwabe. «Mio padre era un giovane farmacista, non parlava nemmeno la loro lingua, tuttavia quando si propose di rappresentarli in Italia ricevette attenzione. I prodotti erano favolosi, tutti estratti da piante: biancospino per il cuore, ginkgo biloba per le arterie, castagna d’India per le vene…». Fu così che i Sorbini divennero i pionieri della fitoterapia nel nostro paese. Nel ’72, poi, saranno anche i primi in Italia a proporre al mercato un dolcificante, il mitico Tac, questa volta creato in casa nei laboratori Also. Ed ecco riemergere la “fissa dell’alimentazione” di papà Paolo, che porterà di lì a poco alla concezione del marchio Enervit (energia + vitalità).
Un’impresa leggendaria
C’è una persona precisa anche all’origine dell’incontro «assolutamente casuale» dell’azienda con il mondo dello sport. È il 1973 quando Paolo Sorbini, per amicizia con Vincenzo Torriani, storico organizzatore del Giro d’Italia, accetta di sponsorizzare l’assistenza medica della corsa a tappe. Nasce così la Giroclinica e «alla seconda gara mio padre aveva già fatto scrivere sulle pettorine “assistenza medico-dietetica”. Perché secondo lui i ciclisti non mangiavano correttamente, non c’era cura dell’aspetto nutrizionale».
Il grande salto, non solo per Enervit ma in generale per l’evoluzione dell’alimentazione in disciplina medico-scientifica, «avvenne anche grazie agli studi fatti con la Giroclinica, che portarono nel 1984 al record dell’ora di Francesco Moser». In quella leggendaria impresa Enervit investì «tutto quello che avevamo imparato fino a quel momento», varando innovazioni su cui il mondo del ciclismo campa ancora oggi. Non solo l’“invenzione” della dieta sportiva, ma anche le ruote lenticolari e l’uso del cardiofrequenzimetro, per dirne due. Del resto faceva parte del team un certo Enrico Arcelli – altra persona chiave nella storia di Enervit – che per almeno un decennio sarà ritenuto una specie di guru mondiale dell’allenamento e dell’integrazione.

Non solo ciclismo. Nei suoi primi 70 anni Enervit ha trovato soluzioni per migliorare le prestazioni di campionissimi di tanti altri sport, in molti casi poi divenuti ambasciatori del marchio quasi più per convinzione che per contratto. Sara Simeoni, Reinhold Messner, Alberto Tomba, Alex Zanardi, Stefano Baldini, Valentina Vezzali… l’elenco è sterminato e – esclusi categoricamente gli sport estremi – abbraccia le discipline più disparate. Compreso il calcio, con Juventus e Milan. E la lista delle persone con cui Enervit rinnova la sua storia continua ad allungarsi sempre, oggi con due nomi scintillanti tra gli altri: Pogačar, appunto, e Jannik Sinner.
«Questa è la nostra vita, poi purtroppo dobbiamo anche lavorare». Pino Sorbini la mette sul ridere, ma di lavoro ce n’è voluto eccome per arrivare a 247 dipendenti, all’ingresso in Borsa e ai 96,7 milioni fatturati nel 2024.
«Anche in Italia “si può”»
Nel 1973 il primo stabilimento impiantato a Zelbio (Como) «per “accontentare don Mosè, il prete del paese”, come si è divertito a scrivere Roberto Napoletano quando dirigeva il Sole 24 Ore». Zelbio era cara ai Sorbini come meta di villeggiatura, ma la scelta di aprirci una fabbrica era in salita, anche letteralmente: «Non c’era mica la bella strada attuale, allora. Per arrivare bisognava fare il cosiddetto “Muro di Sormano”, due chilometri e mezzo con pendenze al 25 per cento, un’impresa per ciclisti leggendari alla Massignan». Per anni Enervit ha dato una ragione per esistere al paesello, di cui Pino Sorbini è stato anche sindaco, lottando con le unghie e con i denti per contrastare il dramma dello spopolamento.
Poi nel 2015 il secondo stabilimento a Erba, che oggi dà lavoro a 80 dipendenti e che Sorbini descrive come una specie di miracolo di collaborazione tra pubblico e privato. «Ho amici imprenditori che ci hanno messo tanto tempo solo a ottenere i permessi per costruire. Noi abbiamo fatto tutto in tempi record e rispettando i piani al giorno esatto. È la dimostrazione che anche in Italia “si può”: basta avere davanti gente perbene come ce n’è in Regione Lombardia e come era l’allora sindaco di Erba, “la dottoressa Marcella Tili”, scomparsa purtroppo in aprile».

Una squadra che si fa da sé
Persone, persone, ancora persone. La persona davanti a tutto. «E questi qui», dice Sorbini indicando la foto di copertina del Bilancio di sostenibilità di Enervit, «sono i nostri dipendenti che si allenano per la Maratona delle Dolomiti». Racconta orgoglioso l’ad: «Una volta anche fra noi c’erano i “silos chiusi”. Alle cene aziendali quelli della manutenzione facevano il tavolo fra loro, idem quelli dei granulati, il reparto vendite, eccetera. Adesso l’operaio e il manutentore la domenica escono in bici con il Cfo. E magari fino all’anno scorso nessuno dei due aveva mai inforcato un sellino da corsa». Così alle cene aziendali non ci sono più “silos chiusi”. «Solo io e mio fratello rischiamo di restare esclusi. Dobbiamo intrufolarci tra gli altri, perché se ci mettiamo a un tavolo noi, rimane vuoto», scherza Sorbini. «Ma lo dico seriamente: la nostra fortuna è il prodotto che facciamo, perché lo spirito sportivo accomuna e avvicina le nostre persone, è un collante straordinario».
L’amicizia con la Cdo
Naturalmente quella perdita di gusto nel “darsi da fare” descritta dal Manifesto del Buon Lavoro della Compagnia delle opere non risparmia nemmeno un ambiente come questo. «Le priorità dei giovani sono cambiate e si sta perdendo la disponibilità al sacrificio», ammette Sorbini. E come risponde Enervit? Ovvio: prendendosi cura delle persone: «Assecondiamo per quanto possibile le loro richieste, le aiutiamo nei bisogni concreti, diamo l’esempio, fino a metterci al loro fianco per lavorare insieme. Solo così si può trasmettere quella passione per il “lavoro fatto bene” di cui parla sempre la Cdo citando Péguy».
Raccontano che Pino Sorbini sia sempre in prima linea in tutte le iniziative promosse da questa associazione, dalla Colletta del Banco alimentare a quella del Banco farmaceutico. Siede nel Consiglio di presidenza della Cdo di Como, di cui è un socio storico: «La Cdo mi piace perché tra noi non facciamo differenza tra piccole, medie e grandi aziende e non ci dividiamo in categorie più o meno snob. Si parla di tutto con tutti», spiega. «I momenti insieme sono molto belli e formativi, è gente con cui sto bene. E pensare che non abbiamo altro da scambiarci se non la ricchezza che sono le persone e le loro storie».
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