Uggetti: «C’è una stortura nel rapporto tra magistratura e politica»
Simone Uggetti è sindaco di Lodi da poco meno di tre anni quando, nel maggio 2016, la Guardia di Finanza lo arresta. È il principio di un vero e proprio caso giudiziario che segnerà i successivi sette anni di vita dell’uomo e della sua famiglia prima che dell’amministratore pubblico.
Sette anni di ansia, rabbia ma anche di voglia di ricominciare. Sette anni di in-giustizia, cominciati con un arresto finito sulle prime pagine dei giornali per una faccenda, si scoprirà, di appena 5 mila euro legata all’appalto delle piscine comunali.
A ricostruire la storia arriva ora in libreria un volume, Storia di un sindaco. Da San Vittore all’assoluzione, firmato dallo stesso Uggetti con la giornalista Arianna Ravelli e la collaborazione di Aldo Cazzullo, Gian Domenico Caiazza, Gaia Tortora e la copertina di Altan.

Uggetti, sono passati quasi dieci anni dal suo arresto, qual è l’attualità del suo caso e perché parlarne oggi?
Ne parlo perché credo che da questa esperienza si possano trarre delle proposte utili. Una di queste è istituire un’anagrafe nazionale di amministratori pubblici implicati in vicende giudiziarie, con avvisi di garanzia e arresti domiciliari che poi si sono rivelati inconsistenti. Stiamo parlando di diverse centinaia di persone. Non ritengo che tutti gli amministratori pubblici siano onesti, ma evidentemente in questo paese c’è stato e c’è un elemento di stortura nel rapporto tra politica e magistratura. C’è qualcosa che non funziona alle fondamenta del sistema. Quando si riceve un avviso di garanzia e il nome del politico finisce sui giornali, l’inquirente fa carriera e ottiene attenzione e visibilità grazie a processi, come si suol dire, mediatici.
In questi giorni si parla molto della riforma della giustizia. Secondo lei, il testo approvato dal Governo risponde all’esigenza di porre un argine a questi fenomeni?
La separazione di carriere può avere un senso. Anche se rischia di essere un “pezzetto” che può anche provocare più danni: ne capisco e ne condivido il senso, così attuato ho personalmente dei dubbi. Penso che la separazione delle carriere, disassociata dall’obbligatorietà dell’azione penale, altro tema costituzionale come quello del doppio Consiglio superiore della magistratura, e il tema della responsabilità dei giudici, non affronta l’insieme delle questioni. Ha meno senso, a mio parere, il tema del sorteggio casuale. Su quello andrebbero fatti degli approfondimenti.
All’epoca dei fatti era iscritto al Partito democratico, come sono ora i rapporti con la tua comunità di riferimento?
Io sono ancora un iscritto al Pd. Ho le mie idee, non sono sempre in linea con quelle espresse dall’ala maggioritaria, ma era così anche prima. Sono una persona di sinistra, sicuramente con una mia sensibilità.
Nel 2016, però, non ci fu proprio una levata di scudi nei suoi confronti.
Alcune persone mi furono vicine, altre meno. Il mio arresto cadde un mese prima delle elezioni di Bologna, Torino, Roma e altre importanti città, quindi era anche un momento complicato. Ci sono state prese di posizione importanti, che potevano essere più significative. Ma non è che, siccome la direzione o la comunità del Pd non mi ha difeso come mi sarei aspettato, sono diventato un anarchico o di destra.
Nessun rancore, insomma.
Se vivi con rancore, vivi male. Lo dico perché per me è stato così per un po’ di tempo. È chiaro che, lo scrivo nel libro, l’assoluzione mi dà quella libertà e serenità necessaria per affrontare discussioni come questa. Se fosse andata diversamente, probabilmente sarei ancora prigioniero di quel livore che ho covato per alcuni anni.
Anche la stampa, fece la sua parte per montare il caso.
Il Fatto Quotidiano mi ha letteralmente preso di mira. All’epoca c’era ancora una diarchia fra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Di Maio fece una svolta garantista, il Fatto non poteva accettarlo e ci sono andato di mezzo io, ricavandone un’attenzione smisurata. Quando sono stato assolto la seconda volta, il Fatto è uscito in edicola con una prima pagina che mi raffigurava con Piercamillo Davigo e Silvio Berlusconi. Titolo: “L’Italia al contrario”. Per uno strano scherzo del destino, mentre io venivo assolto, Davigo veniva condannato e per Berlusconi, morto da pochi giorni, il Fatto contestava l’inizio di un “processo di santificazione”.
Dopo tutto quello che ha passato, le è rimasta voglia di politica?
Sì, questo libro l’ho scritto proprio per dare testimonianza che la politica non si fa solo nelle istituzioni, come sindaco o parlamentare. Questo per me è un piccolo contributo, attraverso un vissuto molto forte.
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