Uggetti era innocente anche cinque anni fa

Il sindaco di Lodi (Pd) ha avuto giustizia. Ma era già tutto chiaro nel 2016. L’ipocrisia della frase: “Ho fiducia nella magistratura”

L’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti assolto in appello per il "caso piscine" ascolta la sentenza a Milano, 25 Maggio 2021
L’ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto in appello per il “caso piscine”, Milano, 25 maggio 2021

«Mamma santa, quante me ne han fatte! Si sono inventati cose sulla mia famiglia, han detto che gestivo un sistema di potere. Sistema di potere! Io, che mi facevo un mazzo così a riparare lampioni e riempire buche! Tutti sparlavano di me. I giornalisti fissi sotto casa. Guardavo le tv come se non ci fosse stato un domani, non potevo dire niente per difendermi».

Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti ha raccontato il suo “calvario” durato cinque anni, dopo che nel 2016 era stato arrestato per turbativa d’asta in relazione al bando di due piscine comunali.

Il fatto non sussiste

Cinque giorni a San Vittore, 25 ai domiciliari e, soprattutto – è un aspetto che non si sottolinea quasi mai -, cinque anni “quasi da solo”, come ha raccontato a La7. «La gente aveva paura a chiamarmi, a toccarmi». La gogna mediatico-giudiziaria fa anche questo: ti rende un appestato, uno da cui è meglio stare lontani per evitare guai e maldicenze.

Condannato in primo grado a otto mesi, Uggetti è stato assolto in appello perché «il fatto non sussiste».

Il surreale Toninelli

Il resto potete facilmente immaginarlo da soli. Allora la notizia era in prima pagina, adesso solo in quelle interne. Allora c’erano due partiti – M5s soprattutto, ma anche Lega – che gli davano addosso, ora questi stessi tacciono, abbozzano, mica si sognano di chiedere scusa.

Anzi, il grillino Danilo Toninelli in un’intervista surreale si giustifica dicendo che, prima di pronunciarsi sul verdetto d’appello, vuole «vedere le carte» perché «spesso dietro un’assoluzione con formula piena possono esserci comportamenti…». Non riesce nemmeno a finire la frase Toninelli, forse perché, per un bagliore di lucidità (per il calcolo delle probabilità, anche a Toninelli può capitare), s’accorge che la sta sparando troppo grossa.

Piena fiducia nella magistratura

Si ha la fastidiosa sensazione di essere qui a raccontare sempre la solita storia. Ed il problema è esattamente questo. Perché, come già molte altre volte, quest’idea per cui allo scoppio di uno scandalo si debba dare per scontato che è tutto vero quello che dicono i pm e che è tutto vero quello che pubblicano i giornali (che dei pm sono megafono) è ormai una farsa.

La frase che sentiamo ripetere ogni volta sulla “piena fiducia nella magistratura” è un’ipocrisia. Soprattutto sugli scandali “politici” nessuno ha “piena fiducia nella magistratura”. Nessuno. Perché tutti sanno come funzionano le cose in Italia, e quindi hanno paura.

Ma gli altri?

Chi è nel centro del mirino, come ha raccontato ieri lo stesso Uggetti, può solo stare in silenzio, ed aspettare sperando che Dio (o un buon giudice) gliela mandi buona.

Ma gli altri? Gli altri non dovrebbero parlare, esporsi, contestare? In pagina trovate i vergognosi tweet dei grillini. Poi trovate una di dichiarazione coraggiosa di Pier Luigi Bersani, cui va reso merito. Ma tutti gli altri? Dov’erano tutti gli altri?

https://twitter.com/pbersani/status/1397533684060803073

E Matteo Renzi minimizzò

Uggetti era un sindaco del Pd, vicino a Lorenzo Guerini, cioè a Matteo Renzi.

Ha detto Uggetti al Corriere:

«Non ci fu un grillino che si dissociò. Nella Lega invece sì: Pietro Foroni, consigliere in Regione Lombardia, fu leale».
Il Pd l’abbandonò…
«Non tutti. Ieri mi hanno chiamato subito Giorgio Gori e Beppe Sala. Alessandro Alfieri venne due volte in carcere. Eccezionale fu Fabio Pizzul, il figlio di Bruno… Cose che distinguono il politico dal politicante. All’epoca, Matteo Renzi si limitò a minimizzare: sapeva che ero una brava persona, poteva dire di più».
A Lodi, il Pd è Lorenzo Guerini…
«Sono stato suo assessore, quand’era sindaco. Parlò di me una sola volta, disse che ero perbene. Abbiamo temperamenti diversi, io avrei fatto diversamente».

Manette a tutti i costi

Eppure anche nel 2016 nella vicenda Uggetti c’era qualcosa che non tornava. Ieri il Riformista ha ricordato che dietro l’altisonante accusa di “turbativa d’asta” con cui si riempivano le colonne dei giornali c’era la somma di 5 mila euro. Quindi: un mese di carcere, cinque anni sulla graticola, una carriere politica distrutta per 5 mila euro. Cinque-mila-euro.

Se vi fate un giro nell’archivio di Tempi, troverete la segnalazione dell’articolo di Gianluca De Feo su Repubblica (“Quelle manette a tutti i costi”) in cui si evidenziava l’assurdo comportamento dei magistrati che passavano «dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza, senza che negli atti ci sia anche una sola traccia di altri crimini».

Zitti, buoni e sottomessi

Ma già allora chi voleva vedere, poteva farlo. Andatevi a rileggere le interviste di Emanuele Macaluso al Messaggero o quella di Rino Formica al Mattino. Guardate la prima pagina del Foglio nel 2016.

Chi non si fosse fermato all’apparenza, ma avesse voluto porsi qualche elementare domanda, avrebbe potuto – se non comprendere tutto – perlomeno sollevare qualche dubbio rispetto alla narrazione dominante e colpevolista dei grillini e dei loro megafoni online e cartacei.

Invece, tutti zitti, buoni e sottomessi. Protestare cinque anni dopo è tardi. Quando lo capiremo?

Foto Ansa