«Archiviamo il referendum, avanti sulla giustizia nonostante le aggressioni»
«La vicenda “Amico” è il coronamento di un’aggressione post referendum evidente nella sua azione», dice a Tempi il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. Il deputato di Forza Italia ed ex direttore di Panorama si riferisce all’uso di alcuni media (Report e il Fatto Quotidiano in primis) delle affermazioni di Gioacchino Amico, il “pentito” di mafia reso celebre da un selfie con la premier Giorgia Meloni del 2019. Amico si era vantato di conoscere lo stesso Mulè. Queste parole e il selfie ritenuti penalmente irrilevanti dai magistrati sono emersi dagli atti di un processo per mafia a Milano.
C’è un tentativo politico di cavalcare l’onda dell’esito del referendum sulla giustizia?
È in corso una campagna mediatica che cerca di sporcare, neutralizzare e punire un avversario che è stato tramutato in nemico. Di farlo apparire come qualcuno che ha delle colpe da espiare.

Ora in Parlamento cosa si prospetta sul tema “giustizia”?
L’anno che rimane prima della fine della legislatura chiama a un impegno sui diritti e sulle garanzie del giusto processo che non può finire. Il referendum non può essere la tomba di una battaglia per i diritti, ma un motivo per continuare. Al di là di chi ha vinto e di chi ha perso c’è una fortissima richiesta degli italiani a voler intervenire sulla giustizia.
Il governo ha abbastanza autorevolezza per intervenire ancora sul sistema giudiziario?
Il governo è nella piena legittimità dei suoi poteri e gode della fiducia del Parlamento, che ha il compito di legiferare. Il referendum non può essere una pistola puntata contro il Parlamento e il governo, che si è impegnato ad attuare una serie di riforme nel suo programma del 2022. Sulla separazione delle carriere, il referendum ce l’ha negata, ma su tutto il resto guai se il parlamento finisse ostaggio della minoranza politicizzata della magistratura, l’Anm, che ha eterodiretto la campagna per il “No”. Sarebbe non una sconfitta, ma un sovvertimento della separazione dei poteri. Quindi bisogna andare avanti sulle riforme.
Quali riforme?
Il Parlamento sta discutendo la disciplina delle intercettazioni e dell’uso del trojan. In estate, ci sarà l’introduzione del giudice in composizione collegiale per quanto riguarda le misure cautelari. Poi ci sono altri interventi, dopo tutti quelli già fatti. Dal punto di vista della dotazione organica dei magistrati si è già intervenuti con l’assunzione di 2mila magistrati in tre anni. Nel settore giudiziario, con il Pnrr si sta dando seguito a più di 9mila assunzioni a tempo indeterminato. Dal punto di vista di dare sostanza alla macchina della giustizia già si sta facendo e si continua a fare. Da adesso ai prossimi mesi, bisogna avere l’intelligenza di non fermarsi e andare avanti per tutelare i diritti del cittadino.
Per esempio?
Io personalmente interverrei sul problema delle confische. Eviterei che, come succede adesso, imprese sane vengano rovinate sulla base di un sospetto. Servirebbe applicare il garantismo anche qui. Certamente bisogna intervenire sull’edilizia penitenziaria per risolvere il problema del sovraffollamento.
Quali misure può prendere il ministro della giustizia Carlo Nordio?
Il ministro Nordio è un baluardo del garantismo. Come tutti noi, deve archiviare la pagina del referendum e agire convintamente anche, ad esempio, sui meccanismi di direzione del Consiglio Superiore della Magistratura, provando a trovare una mediazione che non sia al ribasso con l’Anm e la sua struttura correntizia per superare l’attuale spartizione politica che c’è all’interno del Csm. E poi deve responsabilizzare la magistratura perché anche nell’ambito disciplinare ci sia un approccio diverso rispetto a quello che c’è stato fino ad adesso.
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