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Tutti i comunisti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Chi è Xi Jinping

febbraio 26, 2018 Leone Grotti

Il presidente cinese potrà restarlo a vita. Storia di un perseguitato dal regime che, pur di conquistare il potere, è diventato “più rosso dei rossi”

In Cina è finita un’era che durava ininterrottamente da 40 anni e ne sta per cominciare una nuova: l’era di Xi Jinping. Fin da quando è stato eletto alla guida del partito comunista, e poi alla presidenza del Paese nel 2013, il mondo intero si è accorto della spiccata propensione di Xi ad accentrare tutto il potere della Repubblica popolare nelle sue mani. Da subito è stato paragonato a Mao Zedong, ma ora anche questa narrazione, impensabile fino a pochi anni fa, è stata superata perché Xi diventerà presto più potente del “Grande timoniere”. Il Comitato centrale del partito comunista ha proposto infatti di rimuovere dalla Costituzione la formula che limitava a due mandati di cinque anni l’uno la carica di presidente della Repubblica popolare. La misura era stata inaugurata dopo la morte di Mao nel 1976 da Deng Xiaoping, che inaugurò la stagione della “leadership collettiva”. Da allora i presidenti non sono mai rimasti in carica più di dieci anni, lasciando diligentemente il posto al successore nel nome del bene supremo del partito comunista. Ma quando la proposta del Comitato centrale di eliminare il limite dei due mandati verrà recepita e approvata dal Parlamento fantoccio della Cina, che si riunirà il 5 marzo, Xi Jinping potrà restare potenzialmente in carica a vita.

MOSCHE DA SCHIACCIARE. “Paparino Xi” (Xi Dada, il “marito ideale»), come la propaganda invita ossessivamente tutti i cinesi a chiamarlo, non ha conquistato il potere in un colpo solo, ma un passo alla volta. Prima ha accumulato un numero incredibile di cariche, a partire da quella di capo dell’esercito, per avere il controllo esclusivo del partito. Poi ha lanciato un’inedita campagna anticorruzione, una sorta di “Rivoluzione culturale 2.0”, per eliminare tutti i suoi nemici politici. In cinque anni sono stati puniti 1,34 milioni di «mosche da schiacciare», ovvero piccoli burocrati, e 280 alti funzionari a livello ministeriale o superiore, le cosiddette «tigri da stanare». Le foto dei più importanti dirigenti eliminati sono esibite in mostra a Pechino.
Tolti di mezzo i suoi nemici, ha preparato la sua ascesa dal punto di vista ideologico: prima si è fatto nominare «hexin» della leadership, cioè «nucleo centrale e cuore», poi «lingxiu» del partito, attribuzione che era propria di Mao ed evoca una grandezza di comando anche spirituale. Infine, rompendo in modo clamoroso con una tradizione ultradecennale, lo scorso novembre il 19° Congresso del partito ha inserito il «Pensiero di Xi Jinping» nella Costituzione comunista. Ora la stessa formula sarà iscritta anche nella Costituzione della Repubblica, un privilegio finora riservato solo a Mao.

SUPERPOTENZA. La differenza principale con il Grande timoniere riguarda proprio la Cina, più che la struttura del potere: negli anni Cinquanta e Sessanta il Dragone era un gigante povero, che sognava di raggiungere in futuro il livello di Stati Uniti e Gran Bretagna. Oggi invece Pechino è una superpotenza, la seconda economia del mondo e siede a tutti i tavoli internazionali che contano. Soprattutto, Xi sembra essere dominato, al contrario dei suoi predecessori, dalla stessa smisurata ambizione di Mao. Il suo obiettivo è di far trionfare il «socialismo con caratteristiche cinesi», trasformando la Cina in una «superpotenza mondiale» entro il 2050 (centenario della nascita della Repubblica popolare), eliminando la piaga della povertà entro il 2021 (centenario della nascita del partito comunista) e realizzando così il «sogno cinese» di una «società prospera», evitando di «fare la fine dell’Unione Sovietica». Purtroppo i metodi attraverso cui vuole raggiungere questi obiettivi sono gli stessi della dittatura di stampo maoista: repressione di ogni dissenso, violazione delle principali libertà della persona e controllo assoluto della popolazione.

PRINCIPINO ROSSO. Ma chi è Xi, il prossimo imperatore della Cina? Terzo di quattro figli, è nato a Pechino nel 1953, quattro anni dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese. Fin da piccolo è sempre stato un privilegiato: suo padre, Xi Zhongxun, rivoluzionario della prima ora, giocò un ruolo importante al fianco di Mao durante la Lunga marcia e divenne prima capo della propaganda e poi vicepremier. Abituato agli agi, la sua vita di “principino rosso” fu stravolta dall’avvento della Rivoluzione Culturale nel 1966. Xi Zhongxun venne arrestato come «reazionario» dalle Guardie rosse e sottoposto a torture e umiliazioni pubbliche. Anche Xi Jinping, pur avendo solo 14 anni, fu perseguitato e costretto a denunciare pubblicamente suo padre per ben tre volte. A 15 anni fu esiliato lontano dalla capitale per essere «rieducato dalle masse» in un poverissimo villaggio dello Shaanxi, nella prefettura di Yan’an. Oggi Liangjiahe è meta di pellegrinaggio patriottico al pari di Shaoshan, la città che ha dato i natali a Mao. Il lavoro era così duro che dopo appena tre mesi scappò a Pechino per nascondersi. Qui, però, fu catturato e rispedito indietro. Per lunghi anni dormì al freddo in una grotta, costretto a pascolare maiali e scavare fossati. Un giorno, durante il lavoro, ricevette una lettera da Pechino: gli veniva comunicato che la sorella Heping, non resistendo più alle torture del partito, si era impiccata. Finita la follia della Rivoluzione Culturale, riuscì finalmente a rivedere suo padre dopo quasi dieci anni. I due non si riconobbero neanche.

PIÙ ROSSO DEI ROSSI. Invece che ripudiare l’ideologia che aveva distrutto la sua famiglia, Xi fece di tutto per entrare nel partito comunista ma la sua richiesta di adesione venne rigettata sette volte. Sempre a causa delle disgrazie politiche del padre, la sua iscrizione all’università Tsinghua di Pechino fu stralciata tre volte e accettata solo nel 1975. Nonostante le difficoltà, la carriera di Xi è stata fulminante. Gran lavoratore, abile a muoversi all’interno della nomenclatura comunista, è passato rapidamente da vicesegretario del partito di una piccola contea dell’Hebei nel 1982 a segretario di Shanghai nel 2007. La sua agiografia ufficiale, per descrivere il suo carattere di incorruttibile servitore del popolo, narra un aneddoto: arrivato a Shanghai, i funzionari per ingraziarsi il suo favore gli proposero di prendere un treno speciale dotato di tutti i comfort per viaggiare. Lui rifiutò, spiegando che solo i «leader nazionali» ne hanno diritto. Rimase nella capitale economica della Cina pochi mesi, perché nell’ottobre del 2007 venne nominato a sorpresa membro del Comitato permanente del Politburo, il potentissimo organo composto attualmente da sette persone che governa di fatto 1,4 miliardi di cinesi. Cinque anni dopo, nel 2012, diventò segretario del partito e presidente del paese.
Molti si chiedono come abbia potuto arrivare a capo del regime comunista dopo tutto quello che il partito ha fatto a lui e alla sua famiglia. La risposta è contenuta in un’informativa giunta all’ambasciata americana in Cina: «Xi è dominato da un’ambizione smisurata ed è per sopravvivere che ha deciso di diventare più rosso dei rossi».

Foto Ansa

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