La Turchia invade la Siria, Assad e Russia non protestano. La spartizione del paese è cominciata

Erdogan invece dell’Isis combatte contro i curdi, senza che la Siria protesti. Il riavvicinamento fra Turchia e Russia, insieme agli incontri bilaterali fra Usa e Russia, stanno cambiando la guerra

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Se lo aspettavano tutti, non poteva non aspettarselo il ministro della Difesa degli Stati Uniti. Eppure Ashley Carter ha espresso rammarico per gli scontri armati fra le forze armate turche, che una settimana fa sono entrate in territorio siriano, e i ribelli del Libero esercito siriano (Les) sostenuti dalla Turchia, da una parte, e i combattenti delle Forze democratiche siriane (Fds) dall’altra.

ADDIO NO-FLY ZONE. Le Fds sono la coalizione di milizie arabe e delle Ypg curde che da due anni sostengono il massimo sforzo nella lotta contro l’Isis in Siria. Da anni la Turchia proponeva agli Stati Uniti la creazione di una zona cuscinetto all’interno della Siria sotto la protezione di una no-fly zone Nato, dove concentrare, armare e addestrare gli oppositori al regime di Damasco, e per anni tutti i livelli delle amministrazioni Usa hanno risposto picche, nel timore di vedere la Nato trascinata in un conflitto senza chiare vie d’uscita. Recentemente Usa e Turchia si sono ritrovati d’accordo che la seconda sarebbe intervenuta militarmente sul suolo siriano, senza la copertura ufficiale di una no-fly zone Nato ma con quella ufficiosa dell’aviazione della coalizione da tempo impegnata contro l’Isis, per implicarsi direttamente nella guerra contro il Califfato e per dedicarsi alla formazione e al coordinamento dei molteplici gruppi ribelli che si riconoscono in un’appartenenza nominale al Les.

ERDOGAN CAMBIA OBIETTIVI. Il fatto è che nel frattempo gli imperativi strategici di Ankara sono cambiati: mentre fino a un paio di anni fa l’ossessione di Erdogan era rappresentata dalla caduta di Bashar al-Assad e dalla vittoria dei ribelli di ogni tendenza politica e politico-religiosa, purché sunniti, e fino a un anno fa la sua ossessione continuava ad essere la conquista di Aleppo da parte di un’eteroclita coalizione operativa di milizie ribelli che vanno dal Les a Jabhat al-Fatah al-Sham (il nuovo nome dei qaedisti di Jabhat al-Nusra), attualmente la priorità numero uno è rappresentata dall’esigenza di fermare l’avanzata delle Fds, in procinto di dare l’assalto all’ultimo tratto di frontiera turco-siriana controllata dall’Isis.

CACCIA AI CURDI. Così con la scusa di unirsi finalmente alla campagna contro l’Isis e di occuparsi sul campo dell’armata Brancaleone anti-Assad, i turchi sono entrati in territorio siriano e, dopo aver conquistato per conto del Les quasi senza colpo ferire la cittadina di Jarabulus fino a quel momento controllata dall’Isis, si sono dedicati alla loro occupazione preferita: dare la caccia ai curdi in armi. Col pretesto del mancato ritiro di tutte le forze curde da Manbij, conquistata dalle Fds il 27 agosto scorso dopo un’offensiva durata tre mesi e costata quasi 2 mila morti, le forze del Les supportate dal corpo di spedizione turco hanno dato l’assalto alle aree rurali controllate dalle Ypg e dai loro alleati arabi, conquistando 21 villaggi secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha sede in Inghilterra. Secondo lo stesso ente, l’offensiva avrebbe causato 35 morti fra i civili della regione a causa dei bombardamenti turchi. A quel punto i curdi, anziché completare il ritiro da Manbij come avevano promesso agli Usa in cambio della copertura aerea garantita durante l’offensiva, hanno inviato truppe fresche, ed è probabile che nei prossimi giorni lo scontro fra Les e forze armate turche da una parte, Fds dall’altra si allargherà.

ACCORDO TURCHIA-RUSSIA. Dunque il paradosso che già da tempo si verificava sul terreno, cioè ribelli anti-Assad armati e addestrati dalla Cia che combattono miliziani curdi armati e assistiti dal Pentagono, non fa che allargarsi: Turchia e Pyd curdo siriano sono alleati dell’America nella guerra contro l’Isis e condividono con Washington l’obiettivo politico dell’uscita di scena del presidente Bashar al-Assad a Damasco, ma anziché sfidare l’esercito siriano dedicano grandi sforzi ad ammazzarsi fra di loro. Allora si può scrivere, come fa oggi il Wall Street Journal, che gli Usa sono stati «presi alla sprovvista dai loro alleati». Oppure più ragionevolmente si può pensare che lo sconcerto mostrato dal Pentagono per gli scontri armati fra alleati sia pura ipocrisia, pura cortina fumogena per nascondere importanti aggiustamenti strategici. Si può pensare che il riavvicinamento fra Turchia e Russia prima e dopo il tentato colpo di Stato di luglio e gli incontri bilaterali fra Usa e Russia sulla crisi siriana stiano producendo nuove situazioni sul teatro di guerra.

NESSUNA PROTESTA. Per prima cosa va notato che l’invasione della Siria da parte della Turchia – la Turchia è il primo paese che viola in modo sostanzioso la sovranità della Siria, inviando formalmente le sue forze armate sul terreno contro la volontà del governo siriano – ha prodotto solo una lettera di protesta di Damasco alle Nazioni Unite. Nessuna manifestazione anti-turca è stata organizzata in nessuna località siriana sotto il controllo governativo. Russia e Iran, alleati di ferro di Damasco, non hanno detto nulla. Entrati in territorio siriano, i militari turchi si sono dedicati in piccola parte alla guerra contro l’Isis e in gran parte alla guerra contro le Ypg curde. Nel contempo ad Hasakeh, nel nord-est del paese, per la prima volta dall’inizio della guerra civile le truppe e l’aviazione governativa si scontravano su larga scala con i curdi. La non belligeranza di fatto che dall’inizio della guerra civile è regnata fra le forze filo-Damasco e le Fds/Ypg è stata rotta. Mentre sembra essersi materializzata una nuova non belligeranza: le forze armate di Damasco e quelle turche non si combattono fra loro, né ad Aleppo né altrove, ma combattono l’Isis e i curdi.

SPARTIZIONE COMINCIATA. E mentre Ankara sembra decisa a prendere il controllo dell’area di confine attualmente occupata dall’Isis, Bashar al-Assad fa progressi nella pacificazione della capitale: Daraya, storica roccaforte dell’opposizione alla periferia ovest di Damasco, si è arresa e 700 ribelli che hanno deposto le armi pesanti hanno avuto un salvacondotto per trasferirsi nella regione settentrionale di Idlib. Una spartizione della Siria in aree di influenza concordate in segreto da Damasco, Russia, Turchia e Usa sembra profilarsi all’orizzonte, con l’Isis e i curdi siriani nel ruolo dei grandi perdenti. L’autunno e l’esito della battaglia di Aleppo diranno se questa previsione è azzeccata.

Foto Ansa/Ap

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