La riscossa della civiltà non-occidentale
La rilevanza dei paesi Brics non sta nel fatto che la loro popolazione è superiore a quella dei paesi del G7 o che la somma dei loro Pil, calcolata sulla base della parità del potere di acquisto, ha già sorpassato da alcuni anni quella dei Sette Grandi, ma nelle ambizioni politiche che la loro associazione incarna: aumentare la cooperazione fra le economie emergenti, e soprattutto riformare dalla testa ai piedi le attuali istituzioni multilaterali a vantaggio dei paesi in via di sviluppo, sottraendo influenza ai paesi occidentali.
Per fare queste due cose, hanno costituito alcune realtà parallele alle organizzazioni multilaterali esistenti. Ma non costituiscono un blocco alternativo all’Occidente né dal punto di vista ideologico, né da quello militare, a motivo del fatto che i paesi aderenti esprimono interessi e valori molto diversi, a volte opposti fra loro. Proprio questo elemento di debolezza è la caratteristica che, paradossalmente, fa dei Brics un possibile modello di cooperazione e integrazione fra Stati alternativo a quelli esistenti e una risposta alla crisi dell’ordine mondiale liberale.
Come scrivono gli analisti olandesi Raoul Bunskoek e Steven Verburg, «i Brics uniscono i paesi sulla base di un’utilità condivisa, per passare da un ordine internazionale che riflette una particolare visione del mondo (che presuppone valori condivisi) a un ordine internazionale che accoglie una varietà di visioni del mondo. O, in altre parole, per passare da un ordine mondiale occidentale a uno post-occidentale. Certo, alcuni membri dei Brics sono antioccidentali, ma il loro rispettivo potere è tale che nessuno di essi può imporre da solo la propria visione sulla scena globale. E poiché le rispettive visioni del mondo dei membri Brics differiscono parecchio, un ordine globale che le accolga tutte, e quindi non ne imponga una, è il secondo miglior obiettivo».

Chi sono i leader dei Brics
Uno sguardo al parterre dei capi di stato e di governo dei paesi riuniti per il 17esimo summit dei paesi Brics a Rio de Janeiro il 6 e 7 luglio dà un’idea della fondatezza di quanto detto sopra. Per la prima volta l’organizzazione è stata convocata nella sua versione allargata a 10 membri: ai cinque paesi fondatori (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) se ne sono aggiunti altri quattro nel 2024 e uno all’inizio di quest’anno.
I cinque nomi che portano a dieci i componenti dell’organizzazione sono Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Iran. Presenti anche osservatori dei cosiddetti “paesi partner”, che in un futuro non lontano potrebbero entrare a far parte dell’associazione: Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malaysia, Nigeria, Thailandia, Uganda, Uzbekistan. Altri 44 Stati hanno manifestato interesse ad aderire a pieno titolo o come paesi partner ai Brics; fra loro compaiono colossi geopolitici come Arabia Saudita, Turchia e Vietnam.
Più peso agli emergenti
Mentre per tutto il mese di giugno si sono susseguiti eventi preparatori che hanno riunito ministri, parlamentari ed esponenti della società civile, il tema scelto per la riunione dei capi di Stato e di governo del 6 e 7 luglio non suscita particolari allarmi: “Rafforzare la cooperazione nel Sud globale per una governance più inclusiva e sostenibile”. E come potrebbe essere diversamente per un’entità che riunisce paesi apertamente antioccidentali come Russia e Iran e altri legati anche in termini di sicurezza all’Occidente come l’India, che partecipa al Quad, il Dialogo quadrilaterale per la sicurezza che comprende anche Australia, Giappone e Stati Uniti? E che domani potrebbe integrare anche un paese della Nato come la Turchia?
Per rendersi conto degli equilibrismi dei Brics basta dare un’occhiata alla Dichiarazione di Kazan, sottoscritta al termine del 16esimo summit che si è tenuto l’anno scorso in Russia da tutti gli attuali paesi membri tranne l’Indonesia, che non era ancora entrata a farne parte.

Nel capitolo dedicato all’Ucraina leggiamo: «Ricordiamo le posizioni nazionali relative alla situazione in Ucraina e nella regione circostante, come espresse nelle sedi appropriate, tra cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sottolineiamo che tutti gli Stati dovrebbero agire in modo coerente con gli scopi e i princìpi della Carta delle Nazioni Unite nella loro interezza e interrelazione. Prendiamo atto con apprezzamento delle pertinenti proposte di mediazione e di buoni uffici, volte a una risoluzione pacifica del conflitto attraverso il dialogo e la diplomazia». Di più Mosca non poteva ottenere. Addirittura nel corso del summit Vladimir Putin riprese una dichiarazione del presidente indiano Narendra Modi per confermare che i Brics non sarebbero “antioccidentali” ma “non-occidentali”.
La dichiarazione di Kazan e i Brics
La dichiarazione di Kazan non contrappone le istituzioni dei Brics a quelle multilaterali già esistenti, ma chiede che vengano riformate in base a una maggiore rappresentatività dei paesi emergenti o rimesse in grado di funzionare. Per esempio a proposito del G20, al quale partecipano 5 dei 10 paesi dei Brics (Brasile, India, Cina, Sudafrica e Indonesia), si dice: «Sottolineiamo il ruolo chiave del G20 come principale forum globale per la cooperazione economica e finanziaria multilaterale, che fornisce una piattaforma di dialogo tra le economie sviluppate ed emergenti su un piano di parità e reciprocamente vantaggioso per la ricerca congiunta di soluzioni condivise alle sfide globali».
Nella dichiarazione di Kazan troviamo la richiesta dello sblocco del Wto, paralizzato da mancate nomine nell’Appellate Body, e addirittura, insieme alla condanna della politica delle sanzioni e del bombardamento israeliano del consolato iraniano a Damasco, il sostegno alla soluzione “due Stati per due popoli” al conflitto israelo-palestinese in una dichiarazione sottoscritta anche dall’Iran.
Strumenti deboli e divisioni cruciali
La prudenza dei Brics dipende sia dalla modestia dei risultati finora conseguiti che dalla volontà della maggior parte dei membri di non allarmare troppo l’Occidente. Per rendere operative le loro ambizioni hanno istituito tre meccanismi alternativi: 1) La Nuova Banca per lo sviluppo (Ndb) rivolta a soddisfare le specifiche esigenze finanziarie delle economie emergenti, sebbene la sua portata globale e il suo utilizzo rimangano ad oggi piuttosto limitati (39 miliardi di dollari per 120 progetti). 2) Il Contingent Reserve Arrangement, che sarebbe un meccanismo di stabilità finanziaria della capacità di 100 miliardi di dollari per fornire supporto di liquidità di emergenza. 3) Il Brics Pay, un sistema di pagamento progettato per aggirare il predominio del dollaro statunitense e rafforzare la sovranità finanziaria.
Ebbene, creata nel 2014, alla fine del 2022 la Ndb aveva fino a quel momento approvato crediti solo per 32,8 miliardi di dollari per 96 progetti. Per farsi un’idea delle proporzioni, per il solo periodo aprile 2020-giugno 2021 la Banca mondiale ha approvato crediti per 157 miliardi di dollari. Il Contingent Reserve Arrangement non è ancora attivato, e se e quando lo sarà, verrà riservato ai cinque paesi fondatori; intanto non lo si è potuto attivare neanche nel caso della Russia tagliata fuori dal mercato dei capitali dopo l’invasione dell’Ucraina, perché le linee di swap che collegano le autorità monetarie dei cinque paesi possono essere attivate solo facendo trading col dollaro.
Il Brics pay
Il terzo strumento, il Brics pay, serve esattamente ad aggirare il sistema Swift (quello da cui è stata esclusa la Russia) e a usare valute diverse dal dollaro, cioè a evadere sanzioni ed embarghi. Delle tre iniziative è quella che ha prodotto i migliori risultati per gli affiliati ai Brics: il sistema dei pagamenti non in dollari e la generale posizione antisanzioni dei Brics ha permesso a Russia e Iran di reindirizzare i loro flussi di petrolio verso Arabia Saudita, Turchia e India, che acquistano petrolio russo e lo rivendono sul mercato mondiale con un ricarico, spesso all’Europa. Anche la Cina è un importante acquirente di petrolio e gas russo e iraniano, sebbene principalmente destinato al proprio consumo. Resta comunque il fatto che i Brics, tranne la Russia, non intendono de-dollarizzare le loro economie, ma piuttosto diversificare per proteggersi da shock finanziari.
La riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu
Un tema sul quale le contraddizioni interne dei Brics appaiono manifeste nel mentre che le dichiarazioni ufficiali lasciano credere all’esistenza di un blocco è la riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La Dichiarazione di Johannesburg del 2023 promuove una riforma del Consiglio di Sicurezza «sostenendo le legittime aspirazioni dei paesi emergenti in via di sviluppo di Africa, Asia e America Latina, tra cui Brasile, India e Sudafrica». Tuttavia, non vi è consenso su come esattamente debba essere strutturata questa rappresentanza.
La Cina ha lasciato intendere che avrebbe potuto sostenere la candidatura dell’India solo se non fosse stata associata alle aspirazioni del Giappone, mentre anche tra i paesi africani esiste disaccordo su chi dovrebbe rappresentare l’Africa nel Consiglio di sicurezza. Nel settembre 2024 Egitto ed Etiopia si sono rifiutati di firmare un comunicato Brics perché non era stato raggiunto un consenso in merito.
Nonostante queste e altre difficoltà il numero dei paesi che chiedono di entrare a far parte dei Brics continua ad aumentare per una serie di ragioni. La principale è sicuramente che, a fronte di vantaggi possibili in termini di cooperazione, ai paesi non è richiesto di modificare in profondità le loro legislazioni per far parte dell’associazione multilaterale.
A ognuno la sua sovranità
Diversamente da quello che accade a chi vuole aderire all’Unione Europea o all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), i Brics ci tengono a proiettare l’immagine di un’organizzazione che rispetta le sovranità nazionali e non chiede convergenze di valori, ma solo di utilità. Come scrivono ancora Bunskoek e Verburg con riferimento all’Ocse (ma varrebbe anche per l’Unione Europea):
«Insito nella necessità di modificare “la legislazione, le politiche e le pratiche dei paesi” c’è un presupposto di superiorità di tali “legislazioni, politiche e pratiche” dell’Ocse e, per estensione, di superiorità occidentale rispetto ai paesi in via di sviluppo o al Sud del mondo. Piuttosto che considerare le esigenze e i contesti specifici di specifiche nazioni, l’Ocse obbliga essenzialmente i paesi a sincronizzare i propri valori e sistemi con quelli degli altri paesi Ocse se desiderano aderirvi. Ciò, tuttavia, non avvantaggia necessariamente i paesi in via di sviluppo, ma piuttosto alcuni paesi già sviluppati o determinati gruppi d’élite all’interno dei paesi in via di sviluppo».
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di luglio 2025 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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