Tre italiani in lizza per gli Oscar, ma il nostro cinema non piace più all’Academy

Enrico Casarosa, Dante Ferretti e la moglie Francesco Lo Schiavo in corsa una statuetta. Ma sono passati tredici anni da quando Benigni saltò dalle poltroncine e ritirò l’ultimo Oscar come Miglior film straniero targato Italia.

In America è uno stimato creatore di sogni, in Italia pressoché uno sconosciuto. Lui è Enrico Casarosa, 30 anni e una nomination ai prossimi Oscar nella sezione Cortometraggi per il suo film d’animazionazione La Luna, targato Pixar. Uno story artist giovanissimo che ha contribuito alla produzione di film come L’era glaciale, Cars e il gioiellino Up e che il 26 febbraio siederà tra le star di Hollywood aspettando il verdetto. Altri due italiani – veterani questa volta – terranno alta la bandiera delle maestranze cinematografiche del Belpaese: Dante Ferretti e Francesco Lo Schiavo, candidati nelle sezioni Production Design e Set Decoration per il bellissimo Hugo Cabret di Martin Scorsese. Ferretti ha all’attivo due Oscar conquistati con The Aviator, sempre di Scorsese, e Sweeney Todd Il diabolico barbiere di Fleet Street di Tim Burton, per un totale di 10 nomination complessive. Eccellenze italiane da tutelare e di cui vantarsi, anche perché l’ottimo scenografo e la bravissima arredatrice da un po’ di anni a questa parte sono gli unici rappresentanti italiani nella lunga corsa agli Oscar.

Eppure un tempo la categoria Migliore film straniero ha regalato grandi gioie al cinema italiano: 16 nomination, 12 satuette conquistate e 3 Oscar speciali, assegnati negli anni 50, quando ancora non esisteva il meccanismo delle candidature ma la giuria decretava il vincitore. Federico Fellini ricevette 7 candidature e vinse quattro volte con  La strada (1957), Le notti di Cabiria (1958), (1964), e Amarcord, senza dimenticare che nel 1993 l’Academy lo insignì dell’Oscar alla carriera pochi mesi prima della sua morte. Quattro furono i premi anche per il maestro Vittorio De Sica, premiato per Sciuscià (1948), Ladri di biciclette (1950), Ieri, oggi, domani (1964) e Il giardino dei Finzi-Contini (1972). Solo nel 1966 De Sica, candidato per Matrimonio all’italiana, dovette cedere la statuetta al film cecoslovacco Il negozio al corso. Ma tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Novanta per Hollywood il cinema italiano era tra i migliori al mondo. Soprattutto quello neorealista e quello onirico di Fellini, che travolsero la critica e il pubblico americano perdutamente innamorati anche di Monicelli, Bellocchio, i fratelli Taviani, Scola, Dino Risi, Tornatore e Salvatores (gli ultimi due registi vinsero rispettivamente nel 1990 e nel 1992 con Nuovo cinema Paradiso e Mediterraneo).

Poi lentamente cominciò il declino. I film italiani non rientravano più nelle cinquine finaliste e il pubblico americano sembrava rimasto ancorato all’idea dell’Italia fragile e ferita del dopoguerra, con i volti sofferenti di Sophia Loren e Anna Magnani, che trova conforto davanti a un piatto di spaghetti e che deve difendersi da un’oscura presenza chiamata Mafia. Soltanto nel 1999, grazie alla Vita è bella di Roberto Benigni, si tornerà a parlare del nostro cinema: il film, però, è ancora una volta un bellissimo omaggio al tremendo passato italiano. Dal 2000 a oggi, fatta eccezione della Bestia nel cuore di Cristina Comencini nel 2006, tutte le opere selezionate per rappresentare l’Italia agli Oscar come miglior film straniero sono state escluse dalla cinquina finale. Colpa probabilmente sia della scarsa qualità delle nostre pellicole, sia della mancanza di grandi nomi come quelli che ci hanno resi grandi in passato e sia di un pubblico straniero che rimane ancorato all’Italia pizza, mafia e mandolino. Tocca ai giovani autori invertire la desolante tendenza e produrre opere d’arte degne della gloriosa cinematografia italiana degli anni d’oro.

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