Sulla prescrizione si annuncia l’ennesima legge disastro. Costruita su dati falsi

La prescrizione è in calo da dieci anni. E il 70,7 per cento delle prescrizioni riguardano la fase iniziale del procedimento, quando l’unico attore processuale è il pm

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Come sempre, in campo giudiziario l’Italia legifera sull’onda dell’ultima emergenza e delle fibrillazioni suscitate nell’opinione pubblica dagli scandali. Negli ultimi tempi, le cronache grondano di corrotti (veri o presunti tali): quindi che si fa? Si alza qualcuno e comincia a gridare che va allungata la prescrizione. Così il governo ha appena annunciato prossime accelerazioni dell’iter legislativo sulla prescrizione, e per i reati corruttivi c’è chi punta ad allungarne la durata fino a oltre 20 anni.

Ma l’allungamento della prescrizione rischia solo di squilibrare ancora un sistema già sbilanciatissimo. Come sempre accade in Italia, ed è questo l’aspetto forse più sgradevole della recita mediatico-giudiziaria degli ultimi giorni, realtà e finzione scenica si mescolano in maniera paradossale. Perché nessuno guarda ai dati. Così si fa soltanto confusione, e in Parlamento si fanno grandi errori.

La prescrizione non è affatto un fenomeno in aumento, come oggi sostengono troppi politici e tanti magistrati sindacalizzati. Al contrario, da una decina d’anni è in calo tendenziale. Nel 2005, i procedimenti penali estinti per prescrizione erano stati 183.224; nel 2014, l’ultimo anno per il quale il ministero della Giustizia abbia cifre aggiornate, si sono estinti 132.296 processi. In totale, negli ultimi dieci anni, i procedimenti penali prescritti sono stati 1.454.296.

Il vero totem da abbattere
Certo, non sono pochi. Si può dire anche che ogni processo penale prescritto è un fallimento per la giustizia: tutto vero. Si può anche cercare di fare meglio, ed è vero pure questo. Ma resta il fatto che la prescrizione è tendenzialmente in calo da dieci anni. E quindi la statistica già assolve un presunto colpevole: perché è incontrovertibile che la legge ex Cirielli, varata il 2 dicembre 2005 dal centrodestra e da allora inchiodata sul banco degli accusati, non abbia affatto accresciuto le prescrizioni, come sostiene il centrosinistra.

Sempre al contrario di quanto sostengono molti politici e pubblici ministeri, inoltre, la prescrizione non è causata soprattutto dalle tecniche dilatorie adottate dalle difese degli imputati. A dimostrarlo è un dato tanto sorprendente quanto sconosciuto: dal 2005 al 2014 i decreti di archiviazione dettati dalla prescrizione firmati dai giudici delle indagini preliminari sono stati 1.028.685. Quindi il 70,7 per cento delle prescrizioni hanno riguardato la fase iniziale del procedimento, quando il pm è l’unico attore processuale. Questo significa che troppi processi penali iniziano quando è già evidente che sono destinati ad abortire ancora prima di arrivare a un rinvio a giudizio. Oppure vengono fatti languire nei cassetti di una procura della Repubblica.

Insomma, hanno un bel gridare certi magistrati: più di due processi prescritti su tre finiscono nel nulla nel lungo periodo delle indagini che, di fatto, è posto dal codice di procedura penale sotto il loro esclusivo governo. In Italia, invece, si preferisce chiacchierare sul nulla. I magistrati gridano alla lesa indipendenza se qualcuno invoca un po’ di responsabilità civile per i loro errori e anche per i loro ritardi. E l’“obbligatorietà dell’azione penale” viene trattata come un totem.
L’imprescindibile precetto costituzionale, in realtà, fu duramente criticato fin dall’inizio dai più avveduti giuristi, a partire da Pietro Calamandrei, che parlò di una «svista dei padri costituenti». E Calamandrei di certo non era un reazionario.

Foto Ansa


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