«I droni sono indispensabili e l’Italia sta uscendo dal letargo»
«La Nato è pronta a combattere?». Se lo è chiesta in modo provocatorio l’agenzia Reuters intervistando funzionari della Difesa ed esperti occidentali. L’Alleanza, sostengono, non ha compreso a pieno la lezione chiave delle guerre in Ucraina e in Iran: l’uso della forza nei conflitti sta cambiando paradigma e le capacità belliche di un paese non si misurano più anche solo come dieci anni fa. Carri armati e grandi mezzi, ad esempio, stanno diventando obsoleti «perché un drone da 5.000 dollari può distruggerli» in qualsiasi momento. Eppure, la Nato non ha ancora aggiornato le sue strategie. Invece, dichiara a Tempi Sabrina Zuccalà, presidente del Polo nazionale droni, «il continuo evolversi dei mezzi di offesa rende imperativo che le industrie belliche studino e producano difese in grado di competere con essi sul piano tecnologico, economico e produttivo».
Presidente Zuccalà, negli ultimi due mesi abbiamo visto in Ucraina quanto siano devastanti i nuovi droni russi Geran-4 e Geran-5, rapidamente testati e migliorati sul piano di battaglia. Che cosa ci insegna il modo in cui viene combattuto questo conflitto?
I droni Geran-4 e Geran-5 sono una nuova generazione di Uav capaci di altissime prestazioni. A seconda della versione, grazie al motore a reazione raggiungono una velocità di 450-600 Km/h e un’altitudine fino a 5.000 metri. Inoltre, hanno un raggio di azione che arriva fino a 2.000 Km e un carico di 50/100 Kg. Tutto ciò li rende difficilmente intercettabili dai droni intercettori attualmente impiegati dalle difese. Per essere efficacemente contrastati è necessario l’impiego di sistemi antiaerei molto sofisticati, costosi e di difficile reperibilità. Evolversi continuamente è fondamentale.
Anche la guerra in Iran dimostra che i droni sono diventati indispensabili a tutti i livelli in battaglia, rendendo obsoleti altri tipi di armamenti. L’Italia a che punto è?
L’Italia si è accorta con molto ritardo, osservando i recenti scenari di guerra, dell’esigenza di approvvigionarsi di sistemi sia offensivi che difensivi a pilotaggio remoto. Ora sta finalmente uscendo da un lungo letargo e un contributo essenziale lo ha portato proprio il Polo nazionale droni.
Come opera l’associazione di categoria che lei presiede?
Noi rappresentiamo e sosteniamo il settore dei droni in Italia. Il Polo mira a favorire lo sviluppo tecnologico, supportando la ricerca e l’adozione di tecnologie avanzate per affrontare le sfide del settore; garantire la qualità operativa, promuovendo standard elevati e buone pratiche per assicurare operazioni sicure ed efficienti; e infine migliorare la competitività internazionale, lavorando per posizionare il settore nazionale italiano dei droni in una posizione di leadership a livello globale.
Ursula von der Leyen ha più volte proposto di realizzare un “muro anti-droni” per proteggere il fianco orientale dell’Unione Europea dalla minaccia russa. Molti paesi europei, però, non sembrano entusiasti. Si tratta di un’opportunità o è più importante concentrarsi su altri progetti?
Il “muro di droni” proposto dalla presidente della Commissione Europea fa parte di un piano complesso che unisce sistemi anti-drone, sicurezza marittima e monitoraggio satellitare. L’obiettivo del “muro” è duplice: fronteggiare la minaccia rappresentata dai continui sconfinamenti di droni russi nello spazio aereo dell’Ue e al contempo ridurre la dipendenza dall’ombrello strategico americano. L’iniziativa, infatti, coinvolge la Nato solo in qualità di osservatore. Il progetto è interamente europeo e in esso la Commissione Europea assumerebbe un ruolo operativo per la prima volta. Sarebbe un ulteriore passo verso la realizzazione di una Difesa comune europea. Tuttavia, il progetto presenta alcune criticità.
Quali?
Le principali sono di carattere operativo e politico. Da un lato esistono problemi di interoperabilità tra i sistemi dei vari eserciti europei. Dall’altro il progetto richiederebbe la partecipazione di alcuni Stati che hanno relazioni amichevoli con la Russia.
È appena passato il quinto anniversario del ritiro della Nato dall’Afghanistan. Secondo alcuni analisti se non fosse stato completato, l’avvento dei droni avrebbe dato ai talebani un’arma formidabile per bersagliare le postazioni dei nostri soldati.
Le truppe Nato stazionate in Afghanistan hanno avuto già grossi problemi dall’impiego da parte dei talebani di armamenti tradizionali come i mortai, ordigni esplosivi improvvisati e missili artigianali in grado di colpire all’interno delle basi e le pattuglie che muovevano sul territorio. Certamente l’impiego di droni avrebbe ulteriormente peggiorato la situazione delle truppe Nato, ma i talebani avrebbero avuto bisogno di appoggi esterni per reperirli.
La preferenza è una cosa seria.
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Lei è stata in Afghanistan e conosce da vicino la missione. Il modo disastroso in cui è finita certifica il fallimento dell’intera missione di “State Building”?
La Nato ha sbagliato per eccesso di ambizione. Nel tentativo di costruire uno Stato con categorie occidentali non ha tenuto conto della cultura afghana favorevole alla sharia come legge fondamentale, ragione per cui il governo sostenuto dalla Nato è crollato non appena i soldati della coalizione se ne sono andati. L’Alleanza non ha tenuto conto neanche della resilienza del popolo afghano, forgiato da decenni di guerre, sia intestine che contro potenze straniere. Questa ostinazione ha permesso a un esercito di uomini in ciabatte, che si nutrivano di una patata al giorno, di tenere testa a eserciti armati di tutto punto.
Che cosa ha imparato la Nato da 20 anni di guerra in Afghanistan?
Non saprei. Spero però che abbia imparato che missioni di così lunga durata sono difficili da sostenere nel tempo, logisticamente e soprattutto politicamente. Il consenso popolare, e di conseguenza politico, infatti, dura poco. E soprattutto, ma questo ormai mi pare scontato, spero abbia imparato che non si può imporre uno stile di vita occidentale attraverso l’esercizio della forza.
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