Spin Time è la Silicon Valley dei comunisti che detestano la proprietà privata (altrui)
Ventunomila metri quadrati, nel centro di Roma, a poca distanza dalla stazione Termini ma non così poca da subirne l’onda lunga del degrado. Dieci piani, sagoma di quelle imponenti del tempo che fu, proprietà ex pubblica, apparteneva il palazzo all’INPDAP ma poi è stato ceduto. Nell’ottobre del 2013, i movimenti per la casa, cioè la solita pattuglia di estremisti di sinistra che si sono dati come ragione sociale il diritto universale all’abitare e che differiscono dai centri sociali solo per la nomenclatura, occupano il palazzone e lo trasformano in un plesso polifunzionale che ospita quattrocento persone, di ben ventisei nazionalità diverse, come ci tengono a precisare sempre da sinistra a lasciar intendere che mica si tratta di roba biecamente italiana. Ma non solo quello.
Spin Time Labs diventa proprio un laboratorio, con tanto di teatro, bar, spazio di coworking, osteria, la Silicon Valley dei comunisti che detestano la proprietà privata altrui ma che poi quando mettono le mani su qualche bene se lo tengono stretto con denti e affiliazione politica.
Spin Time, icona potabile della sinistra radicale
Affiliazione politica, sì. Perché Spin Time a differenza di centri sociali dal volto più militante diventa subito una icona sacrale e potabile di una sinistra radicale che propone nell’arido cuore di una megalopoli grigia e assaltata dal capitalismo predatorio un modello alternativo di abitare, comunitario, “dal basso”, un cantiere di rigenerazione urbana e sociale.
Se uno passa in rassegna le descrizioni che ne offrono associazioni, gruppi politici, lo stesso Partito democratico accorso ora al capezzale della struttura colpita dall’incendio, bè vien quasi da commuoversi. Siamo in pieno territorio Canto di Natale di Dickens, tra un “modello di occupazione popolare che resiste” e un “storia militante di pace, condivisione e accoglienza”. Per fortuna non ho il diabete, perché con tutto questo zucchero sarebbe dura davvero.
Due conti su Spin Time
L’immobile, lo capirebbe anche un individuo non molto esperto di quotazioni immobiliari, per estensione e localizzazione strategica ha un valore elevato. La querelle che lo riguarda inizia in pieno governo Berlusconi, un ventennio fa, quando viene approvato un pacchetto di dismissioni del patrimonio pubblico per fare cassa. Alla fine se lo aggiudica InvestiRE Sgr. Che l’operazione, ma non solo quella dell’immobile in via di Santa Croce in Gerusalemme ma tutto il pacchetto, sia stata irrazionale e scarsamente benefica per le casse pubbliche, non è una novità: le dismissioni dei beni pubblici da sempre si trasformano in labirinti di burocrazia, invasioni di campo della politica, valutazioni sballate e operazioni finanziarie ancora più sballate.
Molti si stupiscono del fatto che lo Stato, dismesso il proprio patrimonio, abbia poi dovuto pagare canoni per utilizzare quegli stessi beni. Sommamente diseconomico e amministrativamente folle, ma a chi dovesse indignarsi a senso unico consiglio una vasta ricerca su casi analoghi, localizzati in ogni città e poi in ogni singola città moltiplicati per decine. Il giochetto è il classico esempio di feudalesimo politico municipale, un intreccio tra politica, privati (in genere sempre gli stessi) e amministrazioni.
Chi oggi volesse “sanare” moralmente quella irrazionalità lodando l’occupazione, una resistenza dal basso contro la speculazione, sarebbe completamente fuori strada; anche perché, se questa fosse la logica si finirebbe in piena “giustizia privata”, una cosa non funziona e allora ci penso io, la occupo, la risistemo, più o meno, e poi però ne beneficia chi dico io. Non si può fare. D’altronde non per caso c’è anche quella quisquilia dei risarcimenti giudizialmente accertati in favore della proprietà e che assommano a ventuno milioni di euro. Soldi nostri.
Emergenza artificiale
Come soldi nostri sarebbero quelli che ora Roma Capitale vorrebbe impiegare per acquistare l’immobile e farne regalo al laboratorio politico della sinistra capitolina, e non solo. Dietro le balle della resistenza dal basso e del recupero urbano c’è soltanto la scarsamente santificante convenienza di parte.
Mi piace ricordare come a Spin Time, nel palazzone occupato, nel giugno 2021 si sia tenuto un incontro politico per le primarie del centrosinistra per l’allora sindaco di Roma. Presente, chiaramente, anche Roberto Gualtieri, che sarebbe poi stato eletto. È tutto uno show.
Come l’emergenza abitativa e la gente accampata sotto lo sguardo della polizia che presidia discretamente tutto attorno, mentre i vip della lotta e dell’impegno, sempre gli stessi, al pari di novelli Re Magi, vanno a portare i loro ossequi, omaggiano, si fanno intervistare, si sentono eroi che traversano il deserto del reale, fanno appelli e ne firmano, si abbronzano nella calura e si accaldano contro la destra inumana che protesta.
L’iper-capitalismo degli anticapitalisti
In realtà, esistono chiarissime soluzioni abitative temporanee, che sono quelle per sgomberati e altri casi limite. Se il problema fosse dare un tetto e garantire refrigerio non ci sarebbe alcun bisogno di trasformare le strade attorno il palazzo in una riedizione di un campo profughi palestinese.
Ma come spesso avviene c’è poco di umano in chi non fa altro che riempirsi la bocca di umanità. L’umanità è un comodo slogan, un ricattuccio morale, uno stratagemma contrattuale, nel pieno dei tavoli e degli incontri tra occupanti, esponenti di Roma Capitale, Prefettura, Chiesa e inviati della proprietà.
L’emergenza che vediamo ora è artificiale e serve semplicemente per dare corpo e vita alla trattativa e far ingoiare il rospo ai cittadini romani; un regalo da milioni e milioni di euro alla propria parte politica, non alla cittadinanza. Mica vorrete che questi poverini, ci sono pure novanta minori, se ne stiano nell’afa da Maracaibo, sudati, notte e giorno, sull’asfalto che trasuda fiamme?
Il romano, di buon cuore, sarà contentissimo nel rinunciare a qualche milione di euro delle sue tasse pensate per erogare servizi e poter dare così un tetto agli abitanti e pure al coworking, al teatro, al palchetto per le riunioni politiche che guarda il caso sarà pure la cittadinanza che resiste dal basso ma sempre tutte da una sola parte sono quelle riunioni, al ristorante, al bar.
In pratica, il sogno anarco-capitalista, il neoliberismo selvaggio del guadagnare senza dover sottostare a regole e norme e fastidi burocratici. L’iper-capitalismo degli anticapitalisti.
Se Gualtieri glielo compra, bisognerà organizzare subito per l’inaugurazione con pasticcini e pizzette una presentazione dell’opera omnia di Murray N. Rothbard. Dovranno farci entrare tutti. Glielo avremo comprato coi soldi nostri. Ne siamo proprietari morali. Ragazzi, stiamo messi così, il mondo ha l’intelligenza artificiale, noi abbiamo l’emergenza artificiale di Spin Time.
Casapound, la mossa Kansas City di una sinistra a corto di argomenti
È una sorta di post scriptum questo, di annoiato atto dovuto, visto che in ogni caso, quando in gioco c’è una delle decine e decine di occupazioni di sinistra, i politici e gli intellettuali e gli artisti firmaioli tirano sempre fuori il drammatico “e allora Casapound?”. Prima di umiliarvi in questo modo, anche se ne siete ben consapevoli e volete solo buttarla in caciara, guardate le statistiche, i dati, i feticisticamente amati dati, i rilievi e i censimenti e le mappature, su Roma ma in generale su tutta Italia, effettuati dal ministero dell’Interno e dagli organi locali. Guardate quante sono le occupazioni di sinistra e quante quelle di destra.
E poi tacete. E se volete fare qualcosa di utile compratelo voi il palazzo di Spin Time, coi soldi vostri, che poi in tanti casi sono pur sempre i nostri tra finanziamenti pubblici e tax credit.
La preferenza è una cosa seria.
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