Viaggio dentro l’incubo delle cooperative incastrate nel blocco dell’edilizia a Milano: «Basta, ci mobilitiamo»

Di Pietro Piccinini
10 Ottobre 2026
La drammatica assemblea congiunta straordinaria di Ccl e Lum davanti alla vicesindaca Scavuzzo. Così una città in piena crisi abitativa sta buttando via «un piccolo piano casa» di 440 alloggi a prezzi accessibili
La “rete dell’attesa” che raccoglie pensieri e preoccupazioni dei soci delle cooperative di Ccl con progetti edilizi fermi da mesi a Milano (foto Tempi)
La “rete dell’attesa” che raccoglie pensieri e preoccupazioni dei soci delle cooperative di Ccl con progetti edilizi fermi da mesi a Milano (foto Tempi)

È cosa buona e giusta che ora si parli del «tema della casa» come un problema che «sta esplodendo in Europa» e che deve diventare «centrale nelle campagne elettorali». Lo ha ricordato al Corriere delle Sera di giovedì 8 ottobre la «milanese adottiva» Irene Tinagli, eurodeputata del Pd e presidente della Commissione speciale al Parlamento di Strasburgo sulla crisi abitativa nell’Unione Europea, rimproverando ai governi locali di restare troppo immobili con la scusa di «non avere strumenti per fare qualcosa». Proprio giovedì, infatti, proprio nella “sua” Milano, governata proprio dal suo Pd, il Consorzio Ccl e Cooperativa Lum, insieme a Cisl Milano Metropoli e Acli Milanesi, hanno convocato una “assemblea congiunta straordinaria” nella sede Cisl di via Valassina per raccontare come «un piccolo piano casa, ma nemmeno poi così piccolo», con ben «1.500 alloggi a prezzi accessibili (305 in edilizia convenzionata ordinaria, 360 in convenzionata agevolata, o Ers, e 258 in affitto calmierato) in una città che ha un gran bisogno di case per i lavoratori che la fanno funzionare», rischia di andare perso a causa di una paralisi degli uffici comunali dell’urbanistica che ormai nemmeno la paura delle indagini giudiziarie su “Palazzopoli” può più giustificare.

Sarà «mobilitazione pubblica»

Non si tratta di sogni. Ccl e Lum hanno messo sul palco 5 concretissime iniziative cooperative in attesa di via libera da anni, ognuna con soci che ci hanno investito i propri risparmi e i propri progetti per il futuro, operazioni “abbordabili” (no speculazione) che non hanno alcuna caratteristica in comune con quelle su cui si è accanita la procura: non è che una parte del «piccolo piano casa» cooperativistico, ma solo queste assommano un potenziale di 440 appartamenti, di cui 65 destinati all’affitto calmierato e 114 all’edilizia convenzionata; con prezzi che vanno da 2.750 euro al metro quadrato per l’edilizia convenzionata agevolata fino a un massimo di 3.900 per l’edilizia libera, mentre per gli affitti calmierati il canone previsto è di 100-110 euro al metro quadrato all’anno (tradotto: un bilocale nuovo a circa 500-600 euro al mese). Grasso che cola nella metropoli che espelle il ceto medio. Tutto, però, sospeso letteralmente da anni, tutto appeso alle mancate risposte di funzionari che non si fanno trovare per mesi e poi ricompaiono all’improvviso accampando sempre nuove richieste di integrazioni per buttare la palla in tribuna, tutto inghiottito dal “blocco dell’edilizia” che ha dato il titolo all’assemblea.

A turno, davanti al vicesindaco e assessore all’Urbanistica Anna Scavuzzo e a una decina di consiglieri comunali di tutti partiti, i presidenti delle cinque cooperative rimaste incastrate nel blocco hanno raccontato la situazione da incubo in cui si trovano le rispettive iniziative edilizie e i loro soci. Il messaggio passato chiaramente è che sul «tema della casa» queste imprese e queste famiglie ora dalla politica pretendono risposte, più che campagne elettorali (tanto meno, aggiungiamo noi, in questa corsa tutta interna alla sinistra a smarcarsi dal “modello Sala”). E visto che le risposte evidentemente non arrivano, il prossimo passo delle cooperative sarà – a malincuore – «la mobilitazione pubblica».

Anna Scavuzzo al tavolo dei relatori dell’assemblea straordinaria sul blocco dell’edilizia milanese convocata giovedì 8 ottobre da Consorzio Ccl e Cooperativa Lum, insieme a Cisl Milano Metropoli e Acli Milanesi (foto Tempi)
Anna Scavuzzo al tavolo dei relatori dell’assemblea straordinaria sul blocco dell’edilizia milanese convocata giovedì 8 ottobre da Consorzio Ccl e Cooperativa Lum, insieme a Cisl Milano Metropoli e Acli Milanesi (foto Tempi)

«Ieri ci volevano 6 mesi, oggi 30»

Ivan Barbieri, presidente di Habitat La Goccia, 168 alloggi di cui 73 in Ers in via Castellammare:

«A luglio aspettavamo il rilascio del permesso di costruire. Il 7 luglio esce dal cassetto di un funzionario un parere negativo della mobilità: era datato gennaio 2026, sette mesi prima. Oltre allo sconforto in noi e nelle famiglie che hanno aderito al progetto, questo ha creato tutta una serie di ritardi, perché sulla base di quel parere negativo il Suap ha rigettato la richiesta e senza l’autorizzazione del Suap il permesso di costruire non si può rilasciare.

A luglio quindi è ricominciata – o meglio è iniziata – tutta una serie di interlocuzioni col Comune, fino a che siamo riusciti a ripresentare, il 25 settembre, la richiesta di autorizzazione commerciale. Speravamo a quel punto di avere un percorso preferenziale al Suap, invece ad oggi siamo ancora in attesa di una risposta. Risposta che non arriva: non riusciamo a metterci in contatto col Suap.

Questo per dire cosa? Cosa portano con sé questi ritardi? Sicuramente la messa in discussione della credibilità degli operatori, credibilità costruita in oltre 100 anni di storia. Poi evidenziano le inefficienze del Comune. Vengono messi in discussione inoltre i piani economici finanziari, e questo è tanto più grave in quanto noi offriamo case accessibili ai lavoratori. Noi, cioè, non costruiamo per fare investimenti immobiliari. Soprattutto, quello che a me dispiace di più è che non si danno risposte alle famiglie: noi abbiamo registrato 10 rinunce per ritardi nelle consegne.

L’11 di ottobre festeggeremo i 30 mesi dalla richiesta di permesso di costruire. In tempi normali, quando il Comune funzionava, ci sarebbero voluti 6 mesi per averlo, e oggi staremmo organizzando le prime consegne. Invece ora, ogni volta che si intravede la fine del tunnel, in qualche modo ci si ricasca dentro e si riparte da zero tutti: noi, i progettisti, i nostri soci, le famiglie».

«Quel parere recapitato sette mesi in ritardo»

Lorenzo Carenzi, presidente di Ornato 78, 51 alloggi in via Ornato (in seguito Carenzi è intervenuto anche in qualità di presidente di Precotto, 52 alloggi in via Val Gardena):

«Ieri, 7 di ottobre, i nostri professionisti hanno ricevuto una Pec da parte del municipio interessato con allegato il parere di un settore. Questo parere era del 30 luglio. Naturalmente il parere chiedeva integrazioni, modifiche al progetto. È la terza Pec che arriva da quel settore. Non sto tediarvi con i dettagli, dico solo che far passare 75 giorni per il trasferimento di una Pec con un parere che comporterà una modifica progettuale è qualcosa che non si può sentire.

Altro esempio. Il progetto di bonifica dell’area l’abbiamo presentato quattro volte: a maggio, a luglio, ai primi di settembre, a metà settembre; questo perché, dopo numerose telefonate, email e quant’altro a cui difficilmente veniva data risposta, ecco che l’ufficio del settore interessato lamenta “una difficoltà nella gestione informatica delle pratiche”. Anche questo penso che sia veramente improponibile in una città come la nostra.

Lo dico con un misto di frustrazione e senso di impotenza. Non so quali saranno le prossime scelte da parte delle cooperative e dei consorzi di Lum, ma credo che dovremmo cambiare passo. Non è semplice, perché va contro una storia pluridecennale di un approccio teso a risolvere le problematiche.

Aggiungo solo che Monza – non un paesino – per un progetto simile a questo abbiamo ottenuto un permesso di costruire in 65 giorni. Ci sono state problematiche anche lì, ovvio, ma ci si telefonava, ci si incontrava, si andava negli uffici col tecnico preposto e si risolvevano i problemi».

«Nessuno vuole decidere in quegli uffici»

Cesare Monti, presidente di Cohabitat Udine, 30 alloggi in via Treves angolo via Plezzo:

«La mia cooperativa è piccola perché ha solo 30 alloggi, ma purtroppo siamo in ballo da più di 4 anni. A giugno dell’anno scorso sembrava che avessimo tutti i permessi, poi è cambiato di nuovo il responsabile dell’istruttoria e abbiamo scoperto che non aveamo a posto niente. Adesso continuano a farci richieste che non si capisce perché saltino fuori 4 anni dopo.

Perché questa inerzia? Non lo so, c’è della paura in questi uffici. C’è del terrore. C’è dell’indecisione, nessuno vuole decidere. Io non so se queste persone si rendono conto dei danni che stanno facendo. Mi dispiace ma sono danni enormi.

Noi di rinunce ne abbiamo avute 5 o 6, gente che se n’è andata perché non può realizzare il sogno che si figurava. A una di queste famiglie sono nati due figli e non ci stanno più nella casa dove vivono: avevano scelto un quadrilocale, ma non possono averlo.

Ancora peggio: tutto questo comporta aumenti dei costi. Chi paga? Pagano loro, i soci, le persone che sono qua. Non siamo un’immobiliare che può ridurre i margini: noi se abbiamo degli aumenti dei costi dobbiamo ripartirli tra i soci. E guardate che in questi 4 anni, con tutti gli eventi internazionali che ci sono stati, i prezzi non sono mica aumentati di appena 50 o 100 euro al metro quadro…

Sono quasi 50 anni che faccio il presidente di cooperative: ne ho visti di problemi, ma c’era sempre la prospettiva di arrivare in fondo al tunnel. Qui purtroppo non c’è. Non so come uscirne. Alcuni nostri soci vorrebbero fare passi diversi ora. Non so se li faremo come consorzio. Abbiamo sempre cercato il dialogo con l’amministrazione, ma questa situazione sta diventando insostenibile. Abbiamo più di mille famiglie che ci guardano in faccia».

«Non accettiamo più soci per mancanza di risposte dal Comune»

Marco Galbiati, presidente di Habitat Taggia, 140 alloggi di cui 59 in Ers in via Taggia 15

«Scusate, sono in difficoltà: faccio fatica a trovare qualcosa da dire che non abbia già detto e ripetuto in questi anni. La prima prenotazione di un appartamento alla nostra cooperativa risale al 2020. In questi 6 anni abbiamo avuto tanti momenti di sconforto, ma insieme li abbiamo superati. Abbiamo dovuto addirittura rifare il progetto per cautela. Abbiamo superato tutte le sventure immaginabili e oggi siamo ancora qui con l’80 per cento delle prenotazioni. Perché l’80 per cento? Perché da quasi due anni abbiamo dovuto sospenderle per mancanza di risposte dagli organi preposti e competenti sull’iter del nostro progetto.

In tutti questi anni alle domande dei soci abbiamo sempre risposto: “Stiamo aspettando che l’amministrazione completi le istruttorie”. “Stiamo aspettando che il Comune nomini i nuovi funzionari”. “Stiamo aspettando che rispondano alle nostre Pec”. “Stiamo aspettando di capire dov’è la nostra pratica”. “Stiamo aspettando che la nostra pratica vada in Commissione paesaggio”. “Stiamo aspettando…” e ancora oggi stiamo aspettando.

Ringrazio i rappresentanti delle istituzioni per la loro presenza qui: ci hanno messo la faccia e non è poco. Ma purtroppo non è tutto. Non basta mettere la faccia, chiediamo qualcosa di più».

Se ci si mette pure la Commissione paesaggio

Alessandro Galbusera, presidente di Le Altane di Lambrate, 201 alloggi di cui 56 in Ers in via Bistolfi:

«Sulle Altane gli uffici comunali ci stanno seguendo e accompagnando. Questo va riconosciuto. Al che uno direbbe: “Perfetto, finalmente”, e invece no. Invece si è aperto un problema gigantesco e secondo me grottesco con la Commissione paesaggio. Tenete conto che il progetto è di Park, non esattamente uno studio sconosciuto. Ebbene, a giugno finalmente questo progetto è arrivato alla Commissione paesaggio e il parere è stato di apprezzamento per i volumi, eccetera, ma negativo perché “la qualità architettonica” era insufficiente e “non valorizzava il contesto”.

Ora, io adoro Lambrate, ormai sono un lambratese, però devo dirlo: il contorno di questo progetto – che davvero, credetemi, è un progetto di qualità – sono due aree verdi, una caserma e un edificio mezzo brutalista industriale di un colore tra il viola e il rosa… Io rispetto, naturalmente, il lavoro della Commissione paesaggio che deve avere una propria autonomia. Però, qualche domanda me la devo fare. Non è possibile che quando un progetto finalmente avanza, ci si inventi una cosa capziosa come questa sulla qualità architettonica. E per un progetto così! È demotivante.

Abbiamo 180 su 201 soci, di cui quasi 60 in Ers a 2.900 euro al metro quadrato, e a fine anno scadrà l’accordo con il venditore dell’area: a questo punto ci toccherà scegliere se esporre i soci a un rischio che non ci sentiamo di prendere o se lasciar perdere l’operazione. Con danni significativi».

La “rete dell’attesa” che raccoglie pensieri e preoccupazioni dei soci delle cooperative di Ccl con progetti edilizi fermi da mesi a Milano (foto Tempi)
Foto Tempi

«Non si blocca tutto per paura: ci si dimette»

Il problema non è la legalità di questi progetti, «che non è in discussione», ha detto quasi sbottando il padrone di casa Giovanni Abimelech, segretario generale Cisl Milano, rivolgendosi direttamente ad «Anna» [Scavuzzo] seduta in platea, «il problema è la volontà politica di chiudere queste partite. Non fate l’errore di portarle in una campagna elettorale che non finisce più. Mi raccomando: occhio alle promesse. Ci vuole serietà. Parliamo di persone che hanno investito i propri risparmi in questi progetti, nel pieno di una emergenza abitativa ormai stabilmente sulle prime pagine di tutti i giornali. Vanno salvaguardate le esperienze di edilizia cooperativa come quelle di Ccl, che costruisce case ben fatte a costi accessibili per le persone che lavorano».

Quella di giovedì era, dopo l’appuntamento del giugno scorso, la seconda assemblea straordinaria congiunta convocata dalle cooperative della casa, e Abimelech ha riconosciuto a Scavuzzo di «metterci la faccia. C’era anche la volta scorsa ed è qui stasera. Il punto è, però, che da giugno a oggi i passi fatti sono pochi». Ancora più esplicito: «I dipendenti degli uffici hanno paura? Comprensibile, ma Milano non se lo può permettere. Abbiamo bisogno di qualcuno che si prenda la responsabilità e questo devono farlo i dirigenti. Non si può bloccare la città perché si ha paura, piuttosto ci si dimette». Applausi.

La replica della vicesindaca

La vicesindaca ha provato a replicare entrando nel merito delle cinque cooperative intervenute, elencando i (piccoli) passi faticosamente compiuti, ribadendo la disponibilità a metterci la faccia e a dialogare, ma potendo garantire, di fatto, soltanto che «tutti e cinque i progetti arriveranno a titolo». Qualche buona notizia su digitalizzazione degli uffici dell’urbanistica e nuove assunzioni di geometri (15) e dirigenti (2), a fronte dei tanti che «se ne sono andati» per paura di finire triturati in Palazzopoli o perché «in esaurimento».

Niente, però, sulle tempistiche, che sono il motivo per cui le cooperative non ce la fanno più, i loro soci rinunciano alle case prenotate e Milano rischia di sciupare questo «piccolo piano casa» che poi tanto piccolo non è. «Il parere, la bonifica, la valutazione evidentemente non sono cose in capo alla politica», ha ammesso la vicesindaca. «La politica però ha la responsabilità di far sentire ai funzionari e ai direttori degli uffici l’attesa e l’aspettativa, il valore delle scelte».

«Non possiamo più limitarci ad aspettare»

La «mobilitazione pubblica», infine. È toccato a Filippo Borsellino, presidente del Comitato Famiglie sospese, e al presidente di Ccl Alessando Maggioni spiegare le ragioni di una decisione presa controvoglia da un insieme di realtà storicamente propense al dialogo “fattivo” e allergiche allo show antipolitico. «Qui non ce la si fa più», ha spiegato Maggioni, «non ce la fanno più le famiglie, le persone, non ce la fa più l’azienda. “In 52 anni di storia non era mai successo”, come dice la slide alle mia spalle: per la prima volta nella nostra storia la continuità aziendale è strutturalmente messa in discussione. È una questione di cui bisogna farsi carico perché siamo un pezzo centrale dell’economia milanese e italiana, che dà anche risposte sociali».

«A giugno avevamo chiesto chiarezza e tempi certi. Oggi, dopo mesi di attesa abbiamo visto passi avanti ma non ancora i risultati attesi», ha insistito Maggioni. «Abbiamo continuato e continueremo a dialogare e a collaborare con l’amministrazione, ma non possiamo più limitarci ad aspettare. Per questo, insieme ai soci, abbiamo deciso di avviare una civile mobilitazione pubblica. Vogliamo che questa vicenda esca dai soli tavoli amministrativi e diventi una questione di tutta la città. Abbiamo già fissato le date e i luoghi, che poi sono i “luoghi dell’attesa”: lì faremo i nostri presìdi per arrivare poi in un luogo scelto apposta per ricordare alla politica come certe decisioni rinviate, Pec senza risposte, pareri tenuti nei cassetti per mesi hanno un peso sulle vite delle persone e costi per le aziende».

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