Siria. Triangolo militare turco-russo-americano

Nell’indifferenza dei media italiani, si è svolto a Antalya un importante summit per decidere la sorte di Manbij, città contesa dai ribelli filoamericani e i ribelli filoturchi

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Mentre negli Stati Uniti prosegue la campagna di denuncia di rapporti illegittimi di esponenti di alto livello dell’amministrazione Trump con emissari russi per creare le condizioni per una richiesta di impeachment del presidente, e mentre i sindaci tedeschi proibiscono comizi dei ministri turchi presso le comunità di emigrati in vista del referendum costituzionale indetto da Erdogan, ad Antalya, città costiera della Turchia sud-occidentale, si incontrano in un summit senza precedenti i tre capi di Stato maggiore interforze di Turchia, Stati Uniti e Russia. Cioè rispettivamente i generali Hulusi Akar, Joseph Dunford e Valery Gerasimov.

In Italia l’Ansa risolve la notizia in quattro righe, di tutti i quotidiani nazionali ieri solo La Stampa sembrava accorgersi dell’importanza della notizia e le dedicava un colonnino per cercare di interpretarla: prove di coordinamento in vista dell’offensiva su Raqqa, la capitale della provincia siriana del califfato di al-Baghdadi. Questa interpretazione però funziona poco: su Raqqa stanno muovendosi le Forze democratiche siriane (Fds, formate da curdi dell’Ypg e da milizie arabo-beduine) sponsorizzate dagli Usa da una parte e le forze armate governative siriane appoggiate dai russi dall’altra. La Turchia e le forze ribelli anti-Assad siriane filoturche non hanno voce in capitolo attualmente.

Perché mai un summit in vista di un’ipotetica offensiva congiunta di alleati di Usa e Russia dovrebbe svolgersi ad Antalya in presenza del capo di Stato maggiore delle forze armate di Ankara? La Stampa ammette che c’è un problema molto più immediato dell’assalto a Raqqa, ed esso riguarda la città di Manbij, strappata all’Isis lo scorso mese di agosto dalle Fds a dominante curda e ora entrata nelle mire della Turchia, per interposte forze del Libero esercito siriano (Les) supportate da unità dell’esercito turco. Per evitare che Manbij cambi ancora di mano commandos americani sono entrati in città a dare manforte al Manbij Military Council (Mmc), la sussidiaria delle Fds che da agosto controlla la località, e truppe dell’esercito siriano hanno occupato una serie di villaggi sul fianco occidentale di Manbij, invitate dallo stesso Mmc. In questo momento dunque truppe del regime di Damasco fanno da forza di interposizione fra i ribelli filoamericani delle Fds e i ribelli filoturchi del Les. Per sostenere i ribelli siriani del Les nell’assalto a Manbij le truppe turche che li appoggiano dovrebbero dunque attaccare unità dell’esercito siriano sul loro territorio nazionale: un incidente e un precedente di fronte ai quali ovviamente Erdogan esita.

Quello che La Stampa non racconta, è che l’1 marzo sono cominciati gli attacchi del Les filoturco contro l’Mmc filoamericano per il controllo dei territori intorno a Manbij, e che questi scontri con decine di caduti continuano fino ad oggi. Occorre poi ricordare che in agosto, dopo la liberazione di Manbij, il segretario di Stato americano John Kerry aveva preso le parti della Turchia e chiesto alle Fds di ritirare le unità curde dalla città e affidare il controllo solo agli elementi arabi delle Fds. Com’è noto, la Turchia vede come fumo negli occhi ogni successo militare delle Ypg curde siriane, in quanto esse costituiscono l’ala militare del Pyd, partito curdo siriano fratello gemello del Pkk curdo di Turchia. La soluzione richiesta da Kerry sarebbe stata una porta aperta alla conquista della città da parte dei filo-turchi: senza le Ypg le Fds sono poca cosa. I curdi hanno finto di accedere alle richieste americane, e in novembre hanno annunciato che il controllo della località era stato trasferito al sopra citato Mmc. Era una foglia di fico, perché questa entità è in realtà militarmente sussidiaria della componente Ypg delle Fds.

Se le elezioni americane fossero state vinte da Hillary Clinton, probabilmente gli Usa avrebbe cercato di concretizzare la linea promossa da John Kerry. La nuova amministrazione Usa sembra invece decisa a sostenere i curdi contro le pretese turche. A meno che qualcosa di diverso non sia stato deciso ad Antalya.

Foto Ansa/Ap

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