Siria, chi vuole veramente questa guerra?

I ribelli ammettono di aver usato armi chimiche a Ghouta, ma le posizioni di Russia e Usa sulle responsabilità di Assad rimangono opposte. In Siria c’è chi vuole lasciare la parola solamente alle armi

Perché un attacco con agenti tossici su vasta scala e un’inevitabile strage di civili proprio tre giorni dopo l’arrivo a Damasco degli ispettori dell’Opcw, l’organizzazione delle Nazioni Unite che verifica il rispetto del divieto internazionale di uso di armi chimiche? Man mano che il mosaico degli avvenimenti si compone, il quadro delle responsabilità si definisce, ma ciò non mette fine alle negazioni, alle smentite, alle opposte versioni dell’accaduto.

In un reportage pubblicato su Mint Press News, che non è stato ripreso dai quotidiani italiani ma che potete leggere su questo sito, i ribelli hanno ammesso di avere «fatto esplodere per sbaglio le armi chimiche provenienti dall’Arabia Saudita nella stessa zona della capitale». A tre settimane dai fatti, nemmeno il bilancio delle perdite umane fa l’unanimità: secondo il segretario di Stato americano John Kerry, che adesso definisce Assad uguale a Hitler e a Saddam Hussein ma che nel 2009 cenava a Damasco con lui, le vittime sono state 1.429, di cui 426 bambini e ragazzi. Le Ong Médecins sans frontières e Violations Documentation Center parlano di un numero oscillante fra 355 e 585 morti, mentre i ribelli del Libero esercito siriano avanzano la cifra di 1.845. I servizi di intelligence francesi, invece, stimano che l’attacco abbia causato almeno 281 vittime.

Com’è sempre accaduto in questi casi, dalle fosse di Katyn in Polonia durante la Seconda guerra mondiale all’abbattimento dell’aereo su cui volava il presidente del Ruanda che nel 1994 scatenò il genocidio antitutsi, il rimpallo delle responsabilità e le ricostruzioni dei fatti fra loro opposte proseguiranno al di là di ogni ragionevole dubbio per molto tempo. E ad alimentarli sarà l’interrogativo sulla ratio politica della tragedia: perché una provocazione così estrema sotto gli occhi degli ispettori Onu, alloggiati a mezz’ora di auto dai luoghi teatro dell’eccidio? Chi aveva e ha interesse a sabotare la ripresa dei negoziati fra le parti in lotta? Perché è questa la prima immediata conseguenza politica dell’atto criminale.

Divisi su numerosi dossier internazionali, compreso il giudizio sulla crisi siriana, Stati Uniti e Russia su una cosa si erano trovati a un certo punto d’accordo: la necessità di riprendere la via del dialogo, cioè di convocare una nuova conferenza di Ginevra per la Siria (dopo quella tenuta nel giugno 2012) destinata a far incontrare le fazioni siriane in guerra e a gettare le basi di un nuovo negoziato, dopo il fallimento di quelli promossi dalle Nazioni Unite nel corso del 2012 prima con Kofi Annan e poi con l’inviato algerino Lakhdar Brahimi. Com’è noto, russi e americani si sarebbero dovuti incontrare a Ginevra il 28 agosto per fare il punto dei progressi in vista della convocazione della nuova conferenza per la pacificazione della Siria, evocata dai rispettivi ministri degli Esteri, Sergej Lavrov e Kerry, e prevista per la metà di ottobre. La strage di Ghouta e le susseguenti dichiarazioni contrapposte di Russia e America sulle responsabilità del regime di Assad nell’accaduto hanno causato l’annullamento dell’appuntamento, per decisione americana. La prima conseguenza politica internazionale dell’eccidio è stata dunque la paralisi dei lavori di preparazione della conferenza.

Il veto di Russia e Cina
Chi aveva e ha interesse a lasciare la parola esclusivamente alle armi e a cercare di trascinare le potenze internazionali direttamente nel conflitto? È noto che né il governo né i ribelli amano l’idea di un vero negoziato a tutto campo sul futuro della Siria. Entrambi sono convinti di poter conquistare la vittoria sul campo di battaglia, che potrebbe essere conseguita in brevissimo tempo in base a certe condizioni: la fine delle interferenze internazionali e del sostegno straniero ai ribelli secondo il regime; la fornitura di armi più efficaci e l’istituzione di una no-fly zone come quella garantita dalla Nato in Libia a supporto delle azioni terrestri del Libero esercito siriano e delle altre formazioni della guerriglia secondo l’opposizione. All’inizio di agosto il presidente Assad aveva ribadito che per lui la via d’uscita dalla crisi era semplicemente il ritorno all’ordine grazie alla capacità delle sue forze armate di mettere alle corde il nemico; i ribelli, per parte loro, da mesi puntano i piedi contro la richiesta americana di rinunciare alla precondizione, da loro sempre avanzata, delle dimissioni di Assad per tornare al tavolo della pace. Alla luce di tutto questo, entrambe le parti in lotta sono indiziate del sabotaggio della ripresa dei negoziati. Il regime e i suoi oppositori appaiono in disaccordo su tutto tranne che sul rigetto sostanziale di una conferenza di pace internazionale voluta soltanto da americani e russi. 

Per quanto riguarda il versante governativo, inevitabilmente una seconda domanda si aggiunge a quella iniziale: perché lanciare il più grande attacco chimico dall’inizio della guerra proprio sotto gli occhi degli ispettori Onu che erano lì per verificare accuse e controaccuse relative ad attacchi compiuti nel corso di quest’anno e non solo da parte del regime? Perché mettersi nelle condizioni di dover concedere loro il permesso di visitare le aree colpite e di raccogliere prove di colpevolezza che sarebbero poi state presentate presso tutte le istanze ufficiali dell’Onu e sarebbero diventate la base di nuove misure punitive contro il governo siriano? Comunque, un intervento militare autorizzato dal Consiglio di sicurezza come conseguenza della dimostrata responsabilità governativa nell’uso dei gas è praticamente impensabile: anche se dovessero accettare la dimostrazione delle responsabilità del regime, russi e cinesi obietterebbero che una punizione militare peggiorerebbe solo la situazione e annullerebbe le possibilità di portare i rivali al tavolo del negoziato. Ma americani e francesi, con l’aggiunta di qualche alleato come Turchia e Arabia Saudita, avrebbero il mandato morale sufficiente per un’azione unilaterale in grado di infliggere serie perdite alla macchina militare siriana.

Insomma, chi ha scatenato l’inferno chimico sul Ghouta alle porte di Damasco non ha fatto di sicuro gli interessi del regime. Qualcuno sembra poi essere interessato all’allargamento e all’internazionalizzazione del conflitto, un’eventualità nella quale i ribelli e i loro sponsor turchi hanno sempre sperato, ma che potrebbe risultare attraente anche per i “falchi” del regime di Damasco e per quelli del governo amico di Teheran. Senza dimenticare quelli israeliani, interessati a un indebolimento dei sistemi militari dei paesi arabi e dell’Iran. Certamente tutto ciò non è negli interessi dei siriani, di qualunque persuasione politica essi siano.

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