Se i giovani italiani si mettono in fila davanti al consolato Usa

Perché gli italiani migliori fuggono all’estero, mentre in quella che fu Italia continuano ad entrare genti dal terzo e dal quarto mondo?

Caro direttore, sono le ore 14.00 di un torrido martedì di luglio. Devono esserci 30 o 32 gradi reali, almeno 35 percepiti. Esco alla fermata di Turati e mi dirigo verso il Consolato degli Usa, con l’intenzione di chiedere alcune informazioni. Penso che in questo mese, a quest’ora, con questo caldo, non dovrebbe esserci nessuno da quelle parti. E invece mi sbaglio. A pochi metri dall’entrata del consolato si accalcano in maniera ordinata almeno cento persone, silenziose e visibilmente accaldate. Una guardia giurata ne ispeziona col metal detector e ne fa entrare quattro o cinque alla volta. Non vedo facce esotiche: sembrano tutti italiani. Sono quasi tutti giovani, quasi tutti ben vestiti. Hanno tutti l’aria di avere alle spalle famiglie benestanti e di essere riforniti di buoni titoli di studio. Ma che ci fanno lì? Che cosa vogliono? Vogliono forse andare in vacanza negli Usa? No, per quello bastano il passaporto e la Esta, documento che si può comodamente richiedere e rapidamente ottenere online. Senza dubbio quella bella gioventù fa la fila per ottenere l’ambita Green card, che consente di lavorare negli Usa. E se alle ore 14.00 di una torrida giornata di luglio davanti al consolato americano ci sono così tante persone, altrettante se non di più devono essercene in altri giorni. Mentre mi allontano dal consolato, dove evidentemente non è il caso di provare ad entrare, mi ricordo che non lontano da lì, davanti a un ufficio che sta dalle parti di via Moscova, si forma in continuazione una fila delle stesse dimensioni. Ma lì in fila non ci trovi italiani. Ogni giorno davanti a quell’ufficio parecchie decine, a volte centinaia, di extracomunitari si mettono in fila per chiedere il permesso di soggiorno per lavorare in Italia.

E in pochi minuti si forma nella mia mente una chiara idea del futuro prossimo dell’Italia: semplicemente, l’Italia non sarà più l’Italia, ossia questa nazione con questa identità culturale, e diventerà un raccoglitore informe di enclave su base etnica in perenne conflitto fra di loro. Infatti gli italiani migliori saranno tutti fuggiti all’estero, specialmente negli Usa e in Gran Bretagna, mentre in quella che fu Italia continueranno ad entrare genti dal terzo e dal quarto mondo.

D’altra parte al terzo mondo ci stiamo avvicinando da tempo: sono lontani i tempi in cui l’Italia era una delle più grandi potenze industriali del mondo. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia stupiva il mondo col suo boom economico, oggi stupisce il mondo col suo debito pubblico. Eravamo fra le sette più grandi potenze economiche del mondo, ora siamo fra i “porci” (Pigs). Perché dopo la guerra ci fu il boom economico? Perché un presidente intelligente (si chiamava Luigi Einaudi) aveva curato le ferite della nazione con massicce dosi di quello che gli italiani chiamano dispregiativamente “liberismo selvaggio” ma che in realtà si chiama liberalismo economico. E infatti gli italiani non impararono bene la lezione impartita da Einaudi.

Plagiati dai maestrini marxisti, che avevano occupato tutte le scuole e le università, si inchinarono al vitello d’oro dello stato socialdemocratico che “ridistribuisce le ricchezze” (i marxisti usavano la socialdemocrazia come cavallo di troia del marxismo). Se Robin Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri ossia restituiva ai poveri quello che i ricchi avevano tolto loro con le tasse, invece il vitello d’oro socialdemocratico toglie ai lavoratori tramite le tasse per dare ai fannulloni tramite la spesa pubblica. È questa la “ridistribuzione della ricchezze”: togliere le ricchezze a chi le produce col sudore della fronte (liberi professionisti, imprenditori e dipendenti nel settore privato) per dare a chi le consuma soltanto cercando di lavorare il meno possibile (dipendenti pubblici in ogni settore, falsi invalidi, baby pensionati ed ogni sorta di mantenuti). A forza di “ridistribuire le ricchezze”, i governi italiani nel corso degli anni Sessanta hanno progressivamente rallentato la crescita economica. Negli anni Settanta l’economia era ormai ferma. Le tempeste mondiali di inflazione (scatenate dalla fine del Gold-dollar standard) più la crisi petrolifera non fecero altro che aggravare una situazione già grave. Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta qualche timida iniezione di “liberismo selvaggio” praticata prima da Craxi e poi da Berlusconi determinarono, una piccola ripresa economica. Ma quella ripresa è finita da un pezzo e non è improbabile che la crisi attuale abbia il carattere della definitività. Infatti, per riprendersi l’Italia avrebbe bisogno non più di qualche iniezione ma di dosi massicce di “liberismo selvaggio”, che significa libertà di produrre ricchezze senza essere taglieggiati dallo stato. Ma la maggioranza degli italiani non vogliono produrre ricchezze: vogliono solo consumarle. Quindi chiedono ai partiti meno “liberismo selvaggio” e più “stato sociale”, ossia meno libertà di produrre ricchezze e più libertà di mangiarsi le ricchezze prodotte dagli altri.

Non voglio cedere alla tentazione di pensare che l’Italia sia “irriformabile”, come dicono molti, ma è probabile che lo sia: infatti in Italia ormai il numero dei consumatori di ricchezze (“tax consumers” che lavorano nel settore pubblico e si fanno mantenere dal welfare) è troppo grande rispetto a quello dei produttori di ricchezze (“tax payers” del settore privato). E’ chiaro che quando vanno nelle urne i troppi consumatori dei soldi degli altri voteranno per i partiti che consentono loro di continuare a consumare i soldi degli altri. E i politici, se vogliono essere eletti, devono promettere di spremere per benino questi “altri”. E così oggi nella quasi irriformabile Italia anche i politici che si autoproclamano “liberali” ti parlano di “politiche per il sociale”, “investimenti produttivi” e “sussidiarietà”, eufemismi che stanno per “spendere i soldi degli altri”.

Ma il problema è che, come disse Margareth Thatcher, ad un certo punto i soldi degli altri finiscono. In sostanza, i produttori di ricchezze ad un certo punto non ce la fanno più: o trasferiscono le imprese in Svizzera o si suicidano davanti alle cartelle di Equitalia. Invece i giovani più dotati si mettono in fila davanti al consolato degli Usa. D’altra parte, poco tempo fa Francesco Lacapra, giovane brillante ex dipendente della Olivetti che nella Silicon Valley ha fondato con un altro ex Olivetti (Luciano Dalle Ore) una azienda di successo che fornisce software di altissimo livello (la Peaxy), ha detto: «Cari giovani, se volete bene all’Italia, dovete lasciarla». Se va avanti così, in Italia resteranno solo i fannulloni di stato, i vecchi e gli extracomunitari… (immagino città d’arte trasformate in giganteschi suk in cui vecchi italiani subiscono ogni sorta di soprusi dai nuovi italiani).

E poiché i produttori di ricchezze diminuiscono progressivamente, il vitello d’oro riceverà sempre meno tributi fin quando non ne riceverà più e i suoi assistiti moriranno di fame. E di fame ci moriranno per davvero, perché in Italia non ci sarà più né il vitello d’oro né strutture produttive né giovani menti brillanti, in grado di metterne in piedi di nuove. E mentre l’Italia sarà sconquassata da un caos alla greca, gli orfani del vitello d’oro, in preda alle convulsioni della fame, continueranno a inveire contro i capitalisti, le banche, i massoni, gli ebrei e soprattutto gli Usa. E proprio negli Usa gli italiani migliori apriranno imprese e negozi. Cosa c’è negli Usa che non c’è in Italia anzi in tutta Europa? C’è ancora molto “liberismo selvaggio”. Obama, il peggiore presidente americano di tutti i tempi, sogna di importare negli Usa il vitello d’oro del modello socialdemocratico europeo. Non ci riuscirà. Infatti l’Europa intera, malata da troppo tempo di socialdemocrazia, cadrà presto nel baratro della povertà sotto gli occhi del popolo americano, che a quel punto capirà che il vitello d’oro socialdemocratico mente, come tutti gli idoli.

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