Se dissenti, ti cancello

Così la “cancel culture” prende piede anche nella scienza. Congressi annullati per mancanza di relatori donne e altri esempi emblematici raccontati sul Wall Street Journal

Gomma per cancellare

Cultura della cancellazione. «Cancel culture». Così martedì un commento ospitato dal Wall Street Journal definiva l’«infelice effetto collaterale dell’era digitale» in conseguenza del quale oggi «chiunque può provare a fare annullare un evento in cui potrebbero essere espresse opinioni che non gli piacciono». Per tentare di raggiungere lo scopo censorio, infatti, ormai bastano «la convinzione della propria superiorità morale e un profilo Twitter».

Da notare la coincidenza temporale quasi perfetta tra l’uscita di questo articolo e la polemica scoppiata ieri in Italia per la scelta del quotidiano La Repubblica di titolare la sua prima pagina “Cancellare Salvini” (con tanto di segnalazione con tanto di segnalazione all’Ordine dei giornalisti da parte di Vittorio Feltri). Evidentemente quello di usare la propria porzione di pubblica tribuna – Twitter o carta stampata che sia – come strumento per spazzar via gli avversari è un vecchio vizio per i portatori di «superiorità morale».

Ma il guaio ulteriore della «cultura della cancellazione» denunciata dal Wall Street Journal è che questa tendenza non risparmia neppure l’ambito scientifico, dove però il confronto fra idee diverse dovrebbe essere non solo benvenuto ma addirittura imprescindibile. L’autore del commento, Peter W. Wood, presidente della National Association of Scholars, scrive per esperienza diretta. Il duplice o triplice paradosso della vicenda è che l’associazione presieduta da Wood, che riunisce quasi tremila studiosi la maggior parte dei quali docenti universitari, si batte da anni contro «questa forma infantile di protesta che minaccia la libertà di espressione e il legittimo dibattito», e si è trovata a farci direttamente i conti proprio nel tentativo di convocare una conferenza sulla «difficoltà da parte delle scienze di conoscere e filtrare le ricerche prive di validità».

Racconta Wood:

«All’inizio di febbraio terremo una conferenza copromossa dall’Independent Institute a Oakland, California. L’intento è che sia un confronto tra studiosi sul problema dell'”irriproducibilità” nelle scienze: la pseudo scienza o la scienza fallita. È un grosso problema ai giorni nostri, ma non c’è accordo sul che fare. Il nostro obiettivo è mettere insieme esperti con opinioni diverse e spesso in conflitto per vedere se sia possibile raggiungere un accordo che permetta di migliorare la situazione. (…)

Ma uno scienziato, armato di tastiera e di disprezzo per le opinioni contrarie, si è deciso a cancellare la nostra conferenza. Leonid Teytelman si è dato da fare e ha scritto ai relatori dell’evento per metterli in guardia. E ha trovato alleati censori che come lui ritengono che la conferenza sia “problematica”. Il nostro critico ci definisce “furbi e pericolosi”».

Il processo, spiega Wood, si autoalimenta. Una volta che parte una Twitterstorm, i motivi per aderire al boicottaggio si moltiplicano. Ognuno trova una ragione per condannare il reprobo alla cancellazione. L’autore elenca alcuni di quelle affisse su Twitter per la National Association of Scholars:

«La nostra lista di relatori non prevede alcuna donna. (Hanno tutte declinato i nostri inviti). Le nostre iniziali condividono tre lettere con le National Academies of Science, Engineering, and Medicine, ossia Nasem, dunque siamo “ingannevoli”. Wikipedia ci descrive come un’organizzazione “conservatrice”. Siamo anche accusati di “negazionismo climatico” e di avere invitato a parlare alcuni scettici riguardo al cambiamento climatico».

Il punto secondo Wood è che sotto il dominio della «cancel culture» la validità e la fondatezza scientifica di un pensiero diventano criteri secondari anche tra gli stessi scienziati: il solo fatto di concedere la parola alla parte “avversa” è già gravissimo. Da cancellare, appunto.

«Il nostro critico cinguettante intravede nella nostra conferenza un modo subdolo per legittimare opinioni che lui reputa vicine alla blasfemia. Ironico da parte di un uomo che accusa noi di politicizzare la scienza».

È un peccato, commenta Wood, che uno studioso del calibro di Teytelman, dottore in biologia computazionale e sperimentale, un’autorità nell’ambito della riproducibilità, «perda la testa al pensiero che dei “conservatori” o degli “ecoscettici” ottengano un posto al tavolo». Ieri lo stesso Teytelman ha replicato a Wood su Twitter, sostanzialmente ribadendo le sue accuse. Comunque di esempi di «cancel culture» ce ne sono molti. Nell’articolo per il Wall Street Journal Wood c’è qualche sono altro esempio.

«Nel luglio scorso Francis Collins, direttore dei National Institutes of Health, ha annunciato che rifiuterà gli inviti a intervenire a conferenze scientifiche che non includono donne tra i relatori. La sua idea si è diffusa rapidamente e molte organizzazioni hanno iniziato a penalizzare gli eventi che non rispettano le quote riservate alle donne. Il Terzo Congresso internazionale sulla Stimolazione cerebrale organizzato a Vancouver nello scorso febbraio si è messo alla ricerca di neuroscienziate femmine di modo che sei sui venti interventi previsti fossero tenuti da donne. Una conferenza sul software programmata per ottobre a Dresda è stata cancellata perché non è riuscita a coinvolgere relatori donne».

«Il sesso e la razza degli scienziati non ha rilevanza sulla qualità del loro lavoro», scrive Wood ricordando quella che dovrebbe essere un’ovvietà. Ma nel regno (social) della «identity politics» e della correttezza politica, neanche le evidenze si salvano dalla cancellazione.