Scuola, Toccafondi: «Esentare le paritarie dall’Imu? Entro gennaio la soluzione»

«Se una scuola pubblica deve pagare una tassa che le statali non pagano, non c’è vera parità». Il sottosegretario all’Istruzione illustra le novità del decreto scuola. E spiega come si sta battendo per la libertà di educazione

Il ministero dell’Istruzione ha appena stanziato 400 milioni per la scuola con un apposito decreto che segue l’emendamento al “decreto Fare” (il dl 69/2013) nel quale erano già 450 milioni in tre anni per l’edilizia scolastica. Il sottosegretario Gabriele Toccafondi l’ha descritto come un «bicchiere mezzo pieno». Fiducioso che il bicchiere «si possa riempire completamente», ci spiega perché.

Sottosegretario, il governo torna a investire sulla scuola. Quali sono le novità più importanti contenute nel decreto?
Sicuramente uno degli aspetti più significativi riguarda l’assunzione di 69 mila docenti e 16 mila dipendenti Ata nel corso del triennio 2014-2016, oltreché di 26 mila docenti di sostegno. Sono inoltre stati stanziati 100 milioni di euro per le borse di studio universitarie dopo che la dotazione nazionale aveva subìto un decremento. Un obiettivo che senza la volontà politica della maggioranza e un impegno corale da parte del ministero sarebbe stato impossibile raggiungere. Importanti sono anche i 15 milioni stanziati per rendere la scuola più digitale, che non significa semplicemente l’introduzione del registro elettronico o dei libri digitali, bensì portare la tecnologia wireless nelle classi e connettere alla rete più del 50 per cento degli istituti; tanti sono, infatti, quelli che oggi in Italia possono effettivamente godere di una connessione internet, anche se molti ancora solo con il filo. Segnalo poi l’apertura pomeridiana di alcuni istituti, che così potranno, in collaborazione con i centri di aiuto allo studio, ospitare migliaia di ragazzi. È un intervento semplice e sussidiario che mette a disposizione delle scuole ore che potranno essere riempite di contenuti il cui compito non spetta certo alla politica definire. Abbiamo, infine, messo a disposizione delle famiglie più bisognose diversi strumenti di welfare studentesco come, per esempio, i trasporti e i libri di testo in comodato d’uso.

Insomma, con le poche risorse disponibili e a fronte della burocrazia vigente, il ministero ha iniziato a sbloccare qualcosa.
Non dimentichiamo poi che già nel decreto Fare era contenuto un’altro importante stanziamento, pari a circa 450 milioni di euro nei prossimi tre anni, 150 milioni subito, a beneficio dell’edilizia scolastica. Ora abbiamo predisposto tutte le regole necessarie affinché il singolo istituto possa fruirne. Una misura che è stato possibile adottare grazie alla collaborazione con il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e che era necessaria, considerando l’anagrafe di molte delle nostre scuole. I fondi saranno messi a disposizione tramite bandi regionali, cui i sindaci potranno fare domanda sulla base di modelli che abbatteranno drasticamente la burocrazia semplificando le procedure di controllo. Per farlo ci siamo ispirati all’esperienza della ricostruzione delle scuole terremotate dell’Emilia Romagna. Ma la cosa più importante sicuramente è che questi fondi sono stati esclusi dal patto di stabilità, in modo tale che possano essere effettivamente spesi senza restare bloccati. Così pure come escluse dal patto di stabilità sono le spese per l’arredamento dei locali scolastici.

Dove, invece, si può fare ancora di più per la scuola?
Si può fare molto di più per quanto riguarda l’orientamento, i tirocini e gli stage. Io penso – e non sono certo il solo ad esserne convinto – che il mondo delle imprese debba entrare nelle scuole. E che i ragazzi debbano incrementare la loro esperienza personale di studio e formazione con momenti di contatto con il mondo del lavoro. I numeri, infatti, dimostrano che i nostri istituti tecnici sono in difficoltà: la percentuale di insuccesso al primo anno è superiore al 30 per cento e i tassi di abbandono sono altissimi se paragonati a quelli degli altri stati dell’Unione Europea. Per non parlare poi della disoccupazione giovanile. Al tempo stesso, le aziende non riescono a trovare le figure professionali di cui pure hanno bisogno e che dovrebbero reperire in Italia. Del resto, come potremmo non aspettarcelo, considerando che solo il 3 per cento degli studenti da noi ha fatto un’esperienza lavorativa durante gli studi, mentre in Germania la percentuale sale al 22? Far partire un tirocinio o uno stage per l’azienda, poi, è quasi impossibile per via della burocrazia, anche a causa di questioni pur legittime come, per esempio, la normativa sulla sicurezza. Un’altra cosa che non va è l’utilizzo dei laboratori, che è molto limitato: gli studenti, infatti, nelle poche ore in cui possono entrarci, devono farlo prendendo appunti e facendo, alla fine, ancora teoria. Non sempre, infatti, possono mettere mano ai macchinari. Bisogna cambiare modello.

Cosa intende quando dice che bisogna cambiare modello?
Innanzitutto occorre un cambio di mentalità, perché il sistema non si automodifica da sé. In questo senso sono molto preziose tutte quelle esperienze e realtà che, sfruttando al meglio l’autonomia scolastica, arrivano dove vogliono arrivare ancor prima che sia il ministero a intervenire per loro. Questo serve anche a noi che così possiamo aprire gli occhi sui problemi reali delle scuole e intervenire dove ce lo chiedono. La politica e i tecnici del ministero, dal canto loro, devono intervenire sull’orientamento, aprendo le porte delle scuole agli imprenditori, in modo che così anche gli studenti e le loro famiglie possano realmente conoscere le esigenze del mercato del lavoro; e devono fare tutto ciò che è in loro possesso per rendere sempre più semplice e diretto il rapporto tra il mondo della scuola e quello del lavoro. Perché è assurdo che in cinque anni non avvenga mai un contatto vero da parte dello studente con le aziende.

Serve anche che lo Stato non discrimini le scuole paritarie private rispetto a quelle comunali e statali, facendo pagare alle prime l’Imu e tagliando loro le risorse che ricevono, che in Italia per altro sono già molto esigue in confronto ad altri paesi dell’Unione Europea. Che garanzie può dare in merito?
Anzitutto, è stato il ministro Maria Chiara Carrozza a pronunciarsi più volte in prima persona sull’importanza del compito che le scuole paritarie svolgono in Italia. Chiunque, del resto, se non parte da una posizione ideologica e preconcetta, può riconoscere l’utilità pubblica, anche in termini economici, delle scuole paritarie. Detto questo, la norma, che io stesso ho scritto e difeso, sull’abolizione dell’Imu per le scuole paritarie è stata espunta dal decreto con la garanzia di risolvere poi la questione entro gennaio, quando sarà predisposta la nuova Service tax che sostituirà l’Imu. Che una scuola sia gestita da una onlus, piuttosto che da una congregazione religiosa o da una cooperativa di genitori e docenti, è sempre giusto che l’Imu non la paghi, proprio come non la pagano le scuole statali e quelle comunali, perché la loro attività, il loro servizio, è fare istruzione e non impresa. Diversamente, se le scuole paritarie devono pagare l’Imu, significa che non c’è vera parità. Nel frattempo, in attesa che una decisione venga presa, con una serie di circolari interpretative stiamo cercando di tenere aperta una speranza affinché le scuole paritarie già quest’anno non paghino l’Imu e affinché la materia non sia alla mercé dell’interpretazione dei singoli Comuni. Per quanto riguarda i fondi alle paritarie, invece, ci stiamo impegnando affinché gli 82 milioni per quest’anno, che sono ancora congelati, arrivino a destinazione e affinché il taglio previsionale del 50 per cento sulla dotazione del 2014 sia scongiurato. Non manca giorno in cui non ribadiamo al premier Letta l’importanza di queste risorse per le scuole paritarie e per la stabilità di tutto il sistema di istruzione pubblica.