Samantha, «distrutta dalle false promesse della fecondazione assistita»: «Ho pensato al suicidio»

La famosa giornalista e scrittrice inglese racconta la sua traumatica esperienza con l’inseminazione artificiale: «Non è quel miracolo di fertilità che vogliono farci credere»

«Ho provato a ingannare madre natura per due volte, ma ora penso che non tutte le donne sono destinate a diventare madri». Così Samantha Brick, famosa giornalista e scrittrice inglese, ha raccontato sul Daily Mail i suoi tentativi andati a vuoto di concepire un figlio con l’aiuto della fecondazione assistita e di come la sua vita è stata distrutta dalle «false promesse» di una tecnica «che gioca a fare Dio con la vita umana».

ALTRO CHE MIRACOLO. «Io e mio marito – scrive – abbiamo speso 6 mila dollari in una clinica europea con un’ottima reputazione (…), ma i nostri tentativi sono falliti». Samantha ha 42 anni e ammette che «forse non scriverei queste cose se l’inseminazione artificiale mi avesse dato un figlio, ma non è andata così». «Mentre le cliniche private e tante neo-mamme celebrano le statistiche della fecondazione e parlano dell’arrivo di una nuova primavera, la fecondazione assistita è molto lontana dall’essere quel miracolo di fertilità che vogliono farci credere».

È SOLO UN BUSINESS. C’è solo una possibilità su quattro di concepire e «per una donna della mia età», continua Samantha, le possibilità di successo si riducono al 12 per cento. E non dimentichiamo che «quella della fecondazione assistita è un’industria che nel Regno Unito vale 500 milioni di sterline. È un business prima di tutto, che ha un tasso di successo incredibilmente basso». Dopo «due anni di trattamenti costosissimi, invasivi e di investigazioni mediche logoranti», durante le quali «mi sono sentita come il prodotto di una fabbrica», «alla notizia che la fecondazione non aveva funzionato ero così disperata che ho pensato anche al suicidio».

«VOLEVO SUICIDARMI». Dopo il fallimento del primo trattamento, Samantha si è sottoposta a un secondo ciclo: «Nel disperato tentativo di aumentare le possibilità di concepimento, non ho lavorato durante tutto il periodo del trattamento (…), per cinque settimane ho preso medicine per bloccare il mio sistema ormonale che controlla l’ovulazione, che mi ha causato una menopausa anticipata. Poi, per due settimane, ho preso altre medicine per stimolare le mio ovaie a produrre ovuli in eccesso. Quando ho scoperto che non aveva funzionato (…) ho contemplato l’idea di suicidarmi tanto mi sentivo disperata per non essere riuscita a diventare mamma».

DEPRESSIONE E DOLORI. A distanza di un anno Samantha soffre «ancora di depressione, non riesco a stare insieme a donne incinte, ho l’acne, il mio peso è aumentato, ho gli incubi e forti dolori addominali». «Come ha detto il premio Nobel 2010 Robert Edwards [inventore della fecondazione, deceduto da poco, ndr] “la cosa più importante nella vita è avere dei bambini”. (…) Penso anche però che ci sono cose in cui semplicemente non dovremmo immischiarci, come tentare di creare la vita in modo artificiale».

«DEVASTANTE CRUDELTÀ». «Se la fecondazione non fosse mai stata inventata – conclude – me ne sarei fatta una ragione e la mia vita, dopo un iniziale dolore, sarebbe andata avanti con mio marito. (…) Molte donne ottengono il miracolo di una gravidanza grazie all’inseminazione artificiale. Ma per altre, come me, resta solo la devastante crudeltà di una promessa non mantenuta».

@LeoneGrotti