Salvati dal virus e scartati dall’aborto

Oltre 42 milioni di interruzioni di gravidanza nell’anno della pandemia. Perché non c’è alcuna contraddizione tra l’ossessione per restare in vita e quella per il diritto a dare la morte

Ci hanno frastornato tutto l’anno con il diritto “dimenticato” all’aborto, l’emergenza sanitaria che mette a rischio la libertà procreativa, il virus che rende impossibile le interruzioni di gravidanza, l’urgenza di misure per accedere a un servizio dovuto quanto l’assistenza ai malati di Covid. Risultato? Oltre 42,7 milioni di aborti nel 2020, più dei 42,4 milioni del 2019 e dei 41,9 milioni del 2018. Insomma, anche nel 2020, conferma il blasonato portale Worldometers, il posto più pericoloso al mondo per un essere umano è stato il grembo di sua madre e l’aborto è stata la prima causa di morte in tutto il mondo a fronte di 8,2 milioni di decessi per cancro, e 1,8 milioni per coronavirus.

Certo, nemmeno quest’anno verrà riconosciuto lo status di “vittime” a un numero di bambini uccisi pari solo a quello delle vittime mietute dalla seconda guerra mondiale, ma anche quest’anno ogni fervente sostenitore del “grumo di cellule” fissando un contatore in folle aggiornamento riconoscerà nei numeri l’ammutolirsi di un battito del cuore, quello di un individuo che era vivo e che ora non c’è più, deceduto per morte procurata.

IL TRIONFO DELLA MORTE PROCURATA

Quest’anno si è chiuso con le immagini dell’Argentina in festa per la legalizzazione delle interruzioni di gravidanza, da oggi accessibili a ragazzine di 13 anni fino alla 14esima settima di gestazione. Con l’estensione dei termini per ricorrere all’aborto da dodici a quattordici settimane in Francia, la liberalizzazione della Ru486 in Italia e il sì dell’Aifa all’acquisto senza ricetta della pillola dei cinque giorni dopo. Con la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito in Spagna e la depenalizzazione di quest’ultimo in Austria, con la proposta di estensione del diritto alla buona morte agli under 12 anni e per gli over 75 in Olanda. Laddove si è battagliato fino allo stremo per salvare vite dal Covid, nel nome della salute pubblica, ci si è adoperati per disfarsi di vite indesiderate, nel nome dell’autodeterminazione. E non c’è alcuna contraddizione.

L’IDOLATRIA DELL’ESSERE IN VITA

Lo abbiamo scritto tante volte, a proposito dell’imperante terrore che ha portato l’uomo, da oltre un secolo incapace di guardare alla morte come al termine della vita bensì come al fallimento di un sistema incapace di proteggerla, a credere nello Stato come in un dio imperfetto. Ravvisando nei suoi proclami volti a moralizzare o colpevolizzare senza appello chiunque discutesse la doxa ufficiale, una garanzia di protezione da ogni fine ingiusta, immeritata. E lo ha descritto magnificamente Oliver Rey nel suo l’Idolatria della vita, che non ci stanchiamo di riproporre: «Quando non si può più donare la propria vita, non resta altro che conservarla». Se la vita non è più sacra (e cosa c’è di più profano della retorica abortista) dono offerto a un altro, cioè a un destino, un orizzonte e una salvezza, perde senso: l’essere in vita diventa l’unica ragione per vivere. Diventa totem da idolatrare e salvaguardare nel suo attimo immanente e biologico. Tutto ciò che esula dalla sua salvaguardia ora e qui diventa altro, cioè rischio, potenziale causa di morte.

Non c’è contraddizione tra l’ossessione per salvare una essere umano dal Covid e quella per scartare bambino indesiderabile, un vecchio o un disabile. Concepire la vita come il diritto alla salvezza di corpo e salute non può che portare qui: al diritto di negarla per chi ha un corpo ancora da venire, per chi ha perso la salute.

Foto Ansa