Quando apriremo gli occhi sull’intolleranza di Pechino?

Si rafforza ogni giorno di più la sensazione che la libertà di religione stia diventando sempre più la cartina di tornasole della libertà tout court. Non solo in Arabia Saudita o a Gaza. Prendi la Birmania, dove a opporsi alla dittatura militare sono i monaci buddisti. O prendi la Cina. Il regime di Pechino combatte giorno dopo giorno per impedire al fenomeno religioso di crescere e teme che il sentimento religioso mini le fragili fondamenta della dittatura. In effetti le libertà in Occidente come in India devono non poco al lungo e difficile rapporto tra lo Stato e le religioni. Il Partito comunista cinese si oppone dunque ai cattolici e pretende di controllare la nomina dei vescovi e creare una propria Chiesa nazionale. Si oppone ai Falun Gong, li imprigiona e li perseguita. Invade il Tibet, cerca da decenni di sradicarne le tradizioni religiose e puntualmente trova nei monaci un’opposizione.
Fatti “interni” che riguardano solo la Cina? Mica tanto. Pare addirittura che alla prossima Olimpiade il governo cinese chiederà (ovvero pretenderà) che non siano ostentati simboli religiosi di alcun tipo. Potranno gli atleti farsi il segno della croce? Non si sa. Il nostro governo non sembra intenzionato a promuovere il boicottaggio della manifestazione sportiva (e nemmeno è pensabile che il nostro Parlamento incontri il Dalai Lama come ha fatto il Congresso degli Stati Uniti). Possiamo almeno chiedere che sia difeso il diritto dei nostri atleti di pregare prima del salto in alto e quello dei cinesi di vederli in questo modo in televisione?

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